PUNTO DI VISTA/ La morte della musica

di Toni De Santoli

La musica è morta. E' morta da almeno una diecina d'anni, se non di più, e dopo un'agonia tutt'altro che breve. Ma la sua dipartita la si avverte ora in tutta l'interezza del "fenomeno". Fateci caso: nessuno, per strada o davanti allo specchio durante l'operazione rasatura o affacciato al balcone o alla finestra, oppure intento a far giocare il figlioletto, intona più una canzone, un motivo in voga, una melodia che procuri gioia a milioni di esseri umani, che scavalchi i monti, attraversi gli oceani. Prima ancora di saper leggere e scrivere, imparai, grazie ai miei genitori, "C'est si bon", dall'inizio alla fine, era il 1950, a Firenze...

D'altra parte, che cosa c'è, oggigiorno, da canticchiare? Nulla. E' il silenzio. Un silenzio un poco "tombale", a tratti interrotto dalla inascoltabile musica dei nostri tempi. Ormai viviamo, sissignori, in un mondo senza più melodie. Potreste infatti associare la scorsa estate o lo scorso inverno a una o più canzoni che vi hanno eletrizzati, rallegrati, addirittura entusiasmati? No che non potreste, Non potreste poiché è finita anche quella: è finita anche la civiltà della musica leggera. Al suo posto sono giunti suoni piatti, freddi, ripetitivi, privi di armonia. E' giunto il fracasso. E' giunto il monologo "rap", insopportabile, "costruito". Hanno più musicalità i cingoli di un carrarmato in movimento.

Era ben diverso un tempo, ricordate? Pochi esempi: il 1958 s'identificò in "Volare", il 1966 in "Strangers in the night", il 1968 in "Azzurro". Gli europei cantavano. Gli americani cantavano, Mezzo mondo cantava, con slancio, brio, allegria. C'erano juke-box dappertutto, specie in Italia. Già nel 1965 se ne trovavano anche in sperduti, e bellissimi, paesi della montagna molisana. Più canzoni davano un timbro a un'estate, a un inverno, a un amore. Una melodia ti ricordava un incontro, un viaggio, una certa giornata, uno stato d'animo. Ti accompagnava in ufficio, a scuola, in caserma. La musica aiutava l'esercizio della memoria. La musica era una forma di educazione, nel senso di formazione personale, anche di sviluppo interiore e culturale, quindi. Le canzoni dei Beatles e di Frank Sinatra sapevano addirittura insegnare un po' d'inglese. Quelle di Edith Piaf, Françoise Hardy, Gilbert Bècaud, un po' di francese. La nostra vita ruotava intorno alla musica, la musica ruotava intorno a noi.

Ecco: oggi manca l'ispirazione d'un tempo. Manca poiché a comporre (si fa per dire...) testi e melodie sono (non per colpa loro) individui cresciuti di fronte al computer, allevati nel culto della banalità, separati dal resto del mondo, separati dalla Storia e, in parecchi casi, adagiati fin dall'infanzia sulle mollezze del superfluo. Individui ai quali vengono negati il senso e il concetto del divenire umano. Gente di trent'anni che non sa neppure spiegare il significato del termine "estetica". E' così a Roma, Milano, Londra, Parigi, Los Angeles... E' così in questo mondo asettico che ormai rappresenta la parodia di se stesso. Le eccezioni (poche) tuttavia non mancano. Da noi sono rappresentate dalla musica "underground", ricca, eccome, d'ispirazione. Ma è un'ispirazione intorno alla quale viene fatto il vuoto poiché, così si dice, la massa vuole altro... Vuole la morte della musica.

L'ha avuta.