SPECIALE/DIBATTITI. Bassetti e gli italici del glocal

di Gaia Torzini

Nessuno ha parlato in italiano, ma il legame con l'Italia e l'identità nazionale sono stati al centro della discussione che mercoledì scorso si è tenuta alla Casa italiana Zerilli Marimò della New York University, in occasione della traduzione in inglese (a cura della Bordighera Press) del libro Italici di Piero Bassetti. Due ore e mezzo di interventi, domande, dubbi e interrogativi che riguardano ognuno di noi, di quanti hanno scelto di abbandonare il loro Paese o di trasferirsi per un periodo all'estero. La conferenza è stata condotta in inglese, anche se soltanto una persona tra il pubblico non capiva l'italiano (alla fine la domanda su chi non capisse l'italiano in sala è stata chiaramente posta da Vincenzo Marra, presidente di Ilica, Fondazione per la diffusione della lingua italiana).

Con il suo "rivoluzionario" concetto di italicità, Bassetti ha saputo rompere gli schemi delle classiche etichette di "emigrante" o "italoamericano" a favore di una realtà ben più fluida, nella quale "lo spazio e il tempo sono zero" e le barriere geografiche si dissolvono in un mondo di appartenenze multiple. Bassetti, ex presidente della Regione Lombardia e presidente di "Globus et Locus", può essere considerato il primo "padre ideale" della community transnazionale che accomuna gli italiani di nascita, gli italofoni, gli italofili e tutti coloro che hanno abbracciato valori e stile di vita dell'Italian way of life. I neologismi da lui creati ("glocalizzazione" e "italicità") rendono bene l'idea dei nuovi concetti da lui introdotti e testimoniano la necessità di ridefinire le categorie culturali cui siamo abituati da anni.

"All'inizio -confessa Niccolò d'Aquino, giornalista de il Corriere della Sera e co-autore del libro - i concetti di glocalizzazione e italicità lasciano perplessi. Ma poi ci si rende conto che Bassetti è un vero precursore dei tempi e che le sue proposte sono quanto mai attuali". Una posizione condivisa anche dagli altri relatori presenti alla conferenza: Francesco Maria Talò, console generale italiano a New York; Stefano Albertini, direttore della Casa italiana Zerilli Marimò; Anthony Julian Tamburri, Dean del Calandra Institute-Cuny; Teresa Fiore, docente della California State University Long Beach; Fred Gardaphe, scrittore e professore Cuny; Fabio Finotti, docente della University of Pennsylvania; Ottorino Cappelli e Letizia Airos Soria, responsabili di i-Italy.org.

Secondo Bassetti, "con la globalizzazione, la diffusione delle nuove tecnologie e l'avvento di internet, sono cadute le barriere geografiche e spazio-temporali. Siamo qui e là, adesso e nello stesso istante". Il rapporto tra locale e globale cambia, al punto da farci divenire glocali, ossia globalizzati in un mondo virtuale e al tempo stesso locali, con le nostre caratteristiche. E in questa nuova realtà di appartenenze multiple e di continua ridefinizione non può che cambiare anche il concetto di identità nazionale. "Per molto tempo -afferma Bassetti- sono stati considerati italiani soltanto quanti nascevano in Italia e parlavano la lingua. Ma un simile concetto non è più attuale, perché viviamo in un mondo in cui predomina la mobilitazione: le persone viaggiano di continuo e arricchiscono la loro identità nazionale con quella di altri Paesi". La community italiana ne è un chiaro esempio: "Oltre ai quasi 60 milioni di persone che vivono in Italia, si contano altri 250 milioni di italici sparsi per il mondo". Attenzione, però. Perché si parla di italici, non di italiani. "Con il termine italici -prosegue Bassetti - vengono indicate tutti coloro che hanno un interesse per l'Italia, anche se non parlano la lingua o sono nati all'estero". Una nozione immaginabile solo in un contesto globale: "Gli italici condividono gli strumenti della rete. Così entrano in contatto e formano una vera e propria comunità virtuale". E l'aggregazione fra culture, l'intreccio indissolubile di esperienze, non è una prerogativa italiana: esistono altre community, prime fra tutte quella ispanica, anglofona, cinese e via dicendo. A tale proposito, aggiunge il console Talò "negli Stati Uniti possiamo considerare tre gruppi di italici: i tradizionali italoamericani, figli di seconda, terza o addirittura quarta generazione, che parlano soltanto inglese, sono cittadini americani a tutti gli effetti, ma mantengono un legame preferenziale con il nostro paese. Poi ci sono gli italiani che si sono trasferiti negli Usa, un tempo chiamati emigranti: sono ancora italiani, mantengono il loro passaporto e cercano di preservare la lingua insegnandola ai loro figli. Infine, abbiamo i ricercatori, i dottorandi e i businessman, che fanno riferimento ad entrambe le nazioni".

Una classificazione, quest'ultima, che come ha suggerito una insegnante di italiano presente, "dovrebbe essere arricchita da un quarto gruppo: gli americani che amano l'Italia, e che fanno di tutto per imparare la lingua". Può sembrare strano, a pensarci per la prima volta. Ma nel mondo glocale di Bassetti c'è posto anche per loro.