LETTERATURA \ PERSONAGGI/ Berto: l’omaggio di N.Y.

di Samira Leglib

ll primo novembre scorso cadevano esattamente trent'anni dalla scomparsa di uno degli ultimi grandi scrittori del Novecento italiano, Giuseppe Berto. In questa occasione, la State University of New York @ Stony Brook, la Rutgers University e la Fordham University lo hanno voluto commemorare - o, come precisa il professor Luigi Fontanella che introduce il convegno, "rammemorare" dall'etimo latino "rememoratio": riesposizione, volontà di riaffermare persone e i loro valori - organizzando una Giornata Internazionale di Studi su Giuseppe Berto.

«Credo che sia la prima volta», dà il benvenuto Fontanella, «che ben tre università newyorkesi collaborino insieme per attuare un progetto che ha visto coinvolti docenti, scrittori, giornalisti e studenti di italianistica in America».

Presenti al seminario anche la moglie di Berto, Manuela insieme con la figlia e la nipote.

Tre sono state anche le ragioni di questa giornata spiega Fontanella nel suo discorso introduttivo: «La più ovvia e contingente, è che trent'anni fa l'Italia perdeva uno dei suoi scrittori più significativi. La seconda ideale motivazione è che proprio negli Stati Uniti, durante la sua prigionia tra il '43 e il '44 a Hereford, Texas, Berto scrisse i primi romanzi: "Le opere di Dio" e "La perduta gente", titolo quest'ultimo mutato da Longanesi ne "Il cielo è rosso" (1947), che diede subito a Berto un successo internazionale. Infine, la terza maggiore motivazione arriva dalla considerazione che la presenza di Berto nelle nostre patrie lettere è spesso stata viziata ideologicamente. Agli occhi dell'establishment italiano uno scrittore non allineato, fieramente intransigente come Berto, appariva come un reazionario, un "qualunquista". Quest'ultima era, insieme con "fascista", la parola più usata da noi sessantottini quando si voleva bollare qualcuno che non la pensava come noi».

Berto si trovò a combattere contro l'ostracismo di patriarchi della letteratura quali Moravia e Pasolini, e nonostante il consenso del pubblico nei confronti di quelli che sono considerati suoi capolavori indiscussi, "Il male oscuro" (1964) e "La gloria" (1978), il nome di Giuseppe Berto passa quasi in silenzio - un imbarazzante silenzio sottolinea Fontanella - nell'Italia intellettuale degli anni Settanta.

Nel corso della giornata si sono succeduti numerosi interventi, dal prof. Cesare De Michelis, Università degli Studi di Padova, alla prof.ssa Francesca Parmeggiani, Fordham University. Interessante anche se amara, la considerazione di Goffredo Buccini, scrittore e giornalista de l "Corriere della Sera", che nella sua analisi "L'Italia di Berto, ieri e oggi", conclude: «In trent'anni l'Italia intellettuale non è cambiata. Durante gli anni '60-'70, la comunità accademica aveva bocciato Berto in quanto aveva partecipato alla guerra fascista. Tutt'oggi, il nepotismo all'interno delle università è a livelli allarmanti».

Nella seconda sessione del convegno, moderata dal prof. Peter Carravetta, Stony Brook University, hanno tenuto lettura il prof. Giacomo Struli, Providence College, il prof. Alessandro Vettori, Rutgers University, il frof. Francesco Ciabattoni e il prof. Paolo Valesio, Columbia University, il quale nella sua relazione attorno all'opera bertiana "Anonimo Veneziano" (1971), commenta: «Nonostante i miei studi si concentrano primariamente nel campo della poesia, provo nostalgia verso un narratore che scrive ancora "a mano" in senso metaforico, ovvero nella cura diretta, artigianale della sua prosa. Una cura che si contrappone, in maniera quasi poetica, alla scrittura "plastificata" dei suoi successori. Se pensiamo che quelli, per l'Italia, erano i cosiddetti "anni di piombo", le storie di vagheggiamenti estetici che ritroviamo nell'opera di Berto miscelano insieme sia elementi di piombo che dorati».

Durante il pomeriggio è riuscito a presenziare anche il Console Generale, Francesco Maria Talò, trattenuto in mattinata a Long Island da impegni cerimoniali: «Questo seminario ha riunito alcune delle più importanti università del Paese. E' segno di una letteratura seguita che merita attenzione. Il mio appello è al futuro perché voi siete quelli che coltivano la cultura italiana e a voi rivolgo la mia richiesta di impegno per la diffusione della lingua italiana. Temo infatti che se non ci impegniamo, in futuro si avranno sempre meno incontri in lingua italiana come questo di oggi. La lingua non è un fine in se stesso ma lo strumento principale per percorrere la cultura evitando gli stereotipi e le immagini pre-confezionate. Non dobbiamo lamentarci se l'Italia non è ad oggi percepita come vorremmo, se non siamo noi i primi ad offrire gli strumenti per aggiornare questa immagine».

Al termine del convegno, la signora Berto, ha salutato e ringraziato i presenti con queste parole: «E' stata una giornata speciale, forse se chiudo gli occhi posso vedere gli occhi di Bepi (come chiamava il marito Giuseppe Berto, ndr) qui in giro».

In uscita Cesare De Michelis aggiunge: «Dopo gli anni '60 vi è stata una svolta ideologica in Italia e la memoria della nostra storia ne è uscita in qualche maniera mistificata. La critica, me compreso, non ha mai trovato il coraggio - perché il problema che si pone di fatto è questo - di riscrivere un'altra storia del Novecento letterario in cui anche Giuseppe Berto figuri tra i suoi protagonisti».