PRIMO PIANO/GLI ITALIANI E IL NUOVO PRESIDENTE USA/ In treno desiderando Barack

di Mary Palumbo

Sveglia alle sei di mattina, mentre a New York è appena passata la mezzanotte. Barack Hussein Obama è il 44' Presidente degli Stati Uniti. A darmi per prima la notizia è un'amica che studia e vive nel North Carolina. Neanche il tempo di accendere il televisore e la Rai già propone le prime immagini, in diretta da Chicago, del discorso del nuovo presidente. Qualche minuto più tardi sento mio fratello che vive in Cina, già sveglio da alcune ore, ad annunciarmi ancora una volta che l'America, dopo più di un anno di accesa campagna elettorale, ha scelto. Barack Hussein Obama, un nome che rimarrà sulle nostre bocche per molto tempo: il primo presidente afroamericano, nato da padre nero del Kenya e da madre bianca del Kansas, simbolo del sogno americano.

Il mio treno parte dalla stazione Termini alle 7.45. Ho giusto il tempo per ascoltare le prime battute del discorso di Obama e poi di corsa a prendere prima il bus e poi il treno che mi porterà verso il Sud. La gente sonnecchia sull'autobus: un'infermiera che ha appena finito il turno di notte in ospedale, un padre che ha problemi con suo figlio, un ragazzo che va al lavoro. Ancora nessun commento. Arrivo in stazione. Corsa verso il binario sette. Sono in ritardo, salgo sull'ultima carrozza, la numero nove di seconda classe. La mia carrozza è la numero uno, posto 43. Il treno è già in corsa. Comincia il mio viaggio tra la gente.

7.45. Ce l'ho fatta, mi rimetto in sesto e cerco di cogliere gli sguardi dei viaggiatori che sonnecchiano o leggono il giornale. Mi imbatto in Ben, 31 anni, ingengnere informatico, americano del New Jersey che vive da tre anni tra Napoli e Caserta. Sfoggia una t-shirt con su scritto "Obama-Biden: Yes, we Can". Faccia sorridente. E' uno tra i tanti giovani americani che hanno passato la notte al Roadhouse Grill della Stazione Termini per assistere al "All Night Election Watch Party" con maxi-schermo e prima colazione a base di pancake, uova strapazzate, caffè. Secondo lui Obama "è il simbolo del sogno americano. Un ragazzo fino a qualche anno fa sconosciuto alla politica che ha realizzato il suo sogno e quello di una nazione". "Gli Americani vogliono fatti e programmi. Sono stufi di spendere i loro soldi, oltre 100 miliardi di dollari al mese per finanziare una guerra, quando potrebbero tranquillamente pagarci 10 anni di assistenza sanitaria. Da oggi le cose cambieranno". Dopo qualche secondo ci raggiunge il capotreno: Antonio, 42 anni, salernitano, fa questo viaggio decine di volte al giorno, conosce bene il treno e i suoi pendolari. "Oggi giornata tranquilla - mi dice - pochi viaggiatori" mentre controlla i nostri biglietti e si ferma a parlare un po'. "Berlusconi stamattina si sarà svegliato con il torcicollo" sorride. Poi continua: "Quella di Barack è una sfida. Qui in Italia è molto diverso. Noi non riusciamo a sganciarci da un passato che ha messo radici, non facciamo crescere nuovi personaggi politici. Il vecchio incombe e non sappiamo più a chi dare il nostro voto". Grazie a Ben e Antonio assisto ad un dibattito interessante, degno dei migliori talk show televisivi. Ascolto e appunto. Antonio: "Noi stiamo qui a fare i conti con la spazzatura, la camorra, Roberto Saviano, lì in America si sono svegliati e hanno deciso di cambiare. E' questo coinvolgerà in una certa misura anche l'Italia: basti pensare che per due giorni si è fermato tutto - sorride - hanno bloccato persino le borse..." e Ben, italiano d'adozione, commenta: "Dopo otto anni di dittatura Bush e una crisi economica che sta mettendo in ginocchio mezza America, Barack appare come un uomo piovuto da cielo - io sono agnostico, aggiunge - ma a questo punto comincio a credere... non ha vinto, ha stravinto. Le cose cambieranno per tutti - piangevo mentre sentivo la sua investitura a nuovo Presidente degli Usa - soprattutto per le minoranze etniche, culturali e sociali" e il capotreno: "A questo punto ci manca solo un papa nero". E alla domanda, esiste un Barack italiano? Entrambi convengono su uno stesso personaggio politico: Antonio di Pietro. "E' stata l'unica persona che ha fatto qualcosa di nuovo, ha saputo mettersi sotto i riflettori ma con intelligenza." e Ben: "Veltroni appare una persona onesta, buona ma deve agire".

Li lascio e continuo il mio viaggio. Mi imbatto in una coppia di amici, Ferdinando, 44 e Tania, 43, liberi professionisti, lui pugliese, lei siciliana. Vivono a Roma da alcuni anni. Ferdinando: "Sono felicissimo. Sarà una bella svolta per l'America. Senza dubbio avrei votato lui". Tania: "L'America ne riuscirà rafforzata, il resto del mondo sicuramente non subito, prima dovranno risolvere i loro problemi interni. L'importane è che lo lascino lavorare e si faccia consigliare dalla gente giusta". Nel frattempo Tania riceve una telefonata, è sua madre. "Mamma ha vinto Obama. Hai visto? Una buona notizia. Siamo in treno, ti chiamo quando arrivo...". Lascio i due e continuo il mio viaggio tra le carrozze.

Mi fermo a parlare con Felice, romano, 49 anni, professore di Filosofia all'Università di Cosenza, ha vissuto per un periodo a Berkeley, California. "Ero convinto che vincesse McCain, mi sta simpatico perché è un vecchio che non fa finta di essere giovane. La vittoria di Barack proprio perché inaspettata segna un cambiamento. Gli Usa sono un sistema mobile e non ingessato come il nostro. Forse proprio la crisi economica ha fatto maturare negli animi l'idea che per uscire dallo stallo sarebbero state necessarie soluzioni di sinistra." Per l'Europa, l'Italia e il mondo quale riflesso? "Basti pensare che noi ce ne stiamo qui a fare i conti con un governo che smonta scuola e università, mentre gli Usa hanno un Presidente nero". Continua: "In Italia abbiamo un sistema corporativo e feudale che va smantellato. L'università, ad esempio, è in mano ad un sistema di baronie e gli italiani vivono di modelli che alla fine non gli appartengono, ma accettati socialmente. Noi un paese di emigranti che prende le impronte ai rom, da noi le finte-primarie sono diventate un plebiscito, noi professori che dovremmo insegnare la cultura ai giovani ma siamo trattati come dei poveracci e alla fine lo siamo diventati. Come si può pretendere da un giovane qualcosa di diverso quando in una società contano più i modelli che la cultura? Sarebbe ipocrita. Siamo in un grave ritardo rispetto al mondo in tutti i campi."

9.45 Siamo quasi arrivati a Napoli, quando l'altoparlante annuncia: "Napoli Campi Flegrei per manifestazione studenti il servizio treno-metropolitana è temporaneamente sospeso". Alla fermata di Napoli-Pzza Garibaldi sale trafelata Annamaria, 54 anni, ricercatrice di biologia molecolare e insegnante di patologia generale, è napoletana ma vive in Germania da alcuni anni, sposata con un tedesco. E' alla ricerca di una presa elettrica, molto arrabiata, ha un lavoro da finire al computer. "Ho comprato un biglietto di 1'classe per avere un ‘comfort' e invece mi ritrovo in seconda, senza un servizio dovuto e con un biglietto di prima: Questa è l'Italia". "In America ha vinto Obama? Meno male, almeno lì cambiano.. in Italia si deve cambiare molto". Annamaria ha vissuto sei anni negli Stati Uniti: di cui tre a New York e tre a Washington. "Le cose miglioreranno sicuramente per l'America. Per l'Europa? Questo non lo so. So solo che in Germania, che è più europea dell'Italia, il sentimento nazionale è pro-Obama." Continua: "dopo i primi exit-pool non avevo dubbi: l'Americano non ha vergogna di essere controcorrente. Sono orgogliosi di quello che pensano, le persone dicono quello che pensano. Si pongono domande e si danno risposte. L'americano che ha votato Bush non mente, ma se vuole cambiare, cambia. L'italiano è di facciata, vota Berlusconi perché pensa di poter essere come lui, di poter diventare come lui. Gli italiani hanno una ‘mentalità mafiosa': stiamo decadendo perché siamo bloccati, non riusciamo ad andare avanti. L'America è attiva perché vive delle sue contraddizioni, sa voltare pagina. Dopo otto anni con Bush ha già scritto la storia con un nero che vince le elezioni". E in Italia? "L'Italia non ha futuro... forse questo è uno dei motivi per cui ho deciso di trasferirmi in Germania. Negli Usa per realizzarsi non bisogna essere dei geni, ma persone normali. Qui in Italia o sei Einstain o sei figlio di qualcuno! Non ho speranza e ho deciso di andare via soprattuto per mia figlia". E il Presidente del Consiglio, come avrà reagito alla notizia secondo lei? "Berlusconi si è associato all'umore generale. Non può permettersi ‘un nemico in America', la più grande potenza occidentale".

Saluto la Signora Annamaria e faccio ingresso nella prima classe. Lì incontro Lorenzo, 56 anni, romano, libero professionista, e Pietro, 60 anni, siciliano, pensionato, ha lavorato 30 anni in Telecom. Lorenzo, un'esperienza di tre anni presso l'Ambasciata italiana negli Usa, pensa che: "Eleggere un presidente afroamericano sia stato prematuro per il fattore razzismo che aleggia soprattutto in alcuni stati seppure - a suo avviso - Obama possa segnare una svolta, non avrà vita semplice. Se avesse vinto McCain, un veterano, sarebbe stato certamente più pericoloso a livello internazionale." Secondo Pietro: "Sicuramente Obama avrà delle idee innovative in campo politico e sociale - soprattutto a favore delle minoranze etniche - ma bisognerà lasciarlo lavorare. Ne avrà modo?". Il riflesso sul resto del mondo e l'Italia? "Noi siamo molto diversi dagli Usa - sottolinea Lorenzo - loro hanno voluto un cambiamento forte e poi in Italia ancora non è nato un Barack". "A livello internazionale - aggiunge Pietro - non credo ci sara'un riflesso". E Berlusconi? "Sicuramente è felice di questo nuovo Presidente Usa - anche se sottolinea Lorenzo - lui rimarrà amico fedele di Bush e Putin".

Ultimo incontro sul treno, preso dalla notizie di cronaca italiana è Felice, 51 anni, tecnico illuminazioni artistiche, di orgine sarda ma vive a Torino da quando aveva 5 anni, sempre in viaggio, non è mai stato in America e anche con il dollaro favorevole ha preferito l'America del Sud la scorsa estate. Quando gli chiedo se è contento del risultato americano mi risponde: "Dieci pagine di giornale che ho volutamente saltato. Non mi interessa. Credo che nessuno dei due fosse un valido candidato. Probabilmente mi sarei astenuto dal voto." Come mai, gli chiedo: "Perché sono entrambi troppo a destra: un vero cambiamento non si fa spendendo oltre 20 milioni di dollari per uno spot di 30 minuti! Chi glieli ha dati? C'é sicuramente qualcuno che si farà pagare con gli interessi. Il sistema americano è sempre lo stesso, peggiorerà e non migliorerà: continueranno a fare le loro guerre in giro per il mondo e ad essere le persone che sono. Se Barack - aggiunge Felice - avesse voluto un vero cambiamento avrebbe dovuto fare le cose in maniera diversa. Anche se, viste le sue origini, sicuramente miglioreranno le condizioni per il popolo di colore".

In Italia ci sarà un effetto-Obama? Secondo lei Berlusconi come si è svegliato stamattina? "In Italia? Un Barack? Non esiste. Non c'é sinistra, non c'é niente. Non mi faccio illusioni: tutto resterà come è. Seppure la politica americana a livello internazionale avrà il suo peso, mi chiedo come farà il nuovo presidente a risolvere la crisi economica e soprattutto spero glielo lascieranno fare non come a Kennedy! E poi non vorrei essere nei panni del nostro Presidente del consiglio, né pensare come lui! Una nota positiva? Il movimento studentesco di questi giorni, forse qualcosa si sblocca".

Ore 10.30 con qualche minuto di ritardo il mio treno giunge alla stazione di Salerno. Un lungo viaggio e tante storie, uno spaccato della società italiana con un occhio all'America, senza mai arrivare alla mia meta.