PRIMO PIANO/GLI ITALIANI E IL NUOVO PRESIDENTE USA/ Gli studenti studiano Obama

di Valentina Soluri

Sembra che tutti, a Bologna, all'indomani delle elezioni americane abbiano scelto di vestire casual... e scuro. Un bel mantello di giacche brune, viola, nere si mescola ai colori dell'autunno; in strada si vedono meno tailleur e più scarpe da tennis, come se tutti, istintivamente, ascoltati i risultati del mattino, avessero scelto di lasciare nell'armadio il formalismo e la tradizione, e di omaggiare almeno per un giorno una moda più calda e più black. Nella città rossa dei vecchi catto-comunisti non sono proprio piaciuti quegli otto anni di George Bush, alla città dotta dei giovani in protesta non piaceva nemmeno l'anziano John McCain. A Bologna, basta essere moderatamente progressisti per tifare apertamente per Obama, e nella giornata del suo trionfo, i democratici d'Italia scendono a prendere il caffè, a sbilanciarsi in qualche acquisto che solo ieri non si sarebbero permessi, a chiacchierare gli uni con gli altri del fatto che è davvero una bella giornata. Qualcuno ha fatto notte in Sala Borsa, la biblioteca comunale allestita con maxi schermo per una diretta non-stop. Nella piccola aula di Scienze Politiche destinata allo studio autogestito, la situazione è quieta e le assemblee d'Ateneo previste per il pomeriggio hanno un aspetto meno agguerrito, rispetto a una settimana fa.

"Se cominci l'inchiesta a Scienze Politiche, adesso che c'è tutta la questione universitaria, ti risponderanno come prima cosa che non gliene frega niente; come seconda cosa, che per lo meno Obama è meglio di Bush", scommette Franco, 28 anni, studente siciliano di Comunicazioni. Eppure, una volta rotto il ghiaccio con i ragazzi, la possibilità di dire la propria sul paese più potente del mondo li appassiona e li coinvolge. Bruno Cortese, 23 anni, studente calabrese di Relazioni Internazionali, racconta la sua esperienza negli Stati Uniti durante la campagna elettorale Bush-Kerry e non smette di stupirsi del differente approccio alla politica americano. "Le elezioni sono spettacolari come eventi mediatici, sembra sempre di assistere ad uno show, ma trovo che i contenuti talvolta siano un po' vuoti. Lo stesso Obama è comunque legato alle lobby del petrolio, certamente lo è meno di Bush; una politica energetica anche leggermente diversa sarebbe meglio che niente. Il partito Repubblicano si è danneggiato da solo con McCain, lo potevano votare solo i fedelissimi, vecchi conservatori o al massimo reduci di guerra".

Secondo Damiano Partiscano, 24 anni, fuorisede da Siracusa, l'effetto della scelta presidenziale sarà immediato; in più, le elezioni hanno già dimostrato che il sistema democratico e partecipativo statunitense è più solido degli altri, che il panorama politico è più omogeneo, che sono diversi i punti di vista rappresentati. "Eppure, a urne chiuse, il presidente diventa qualcosa di globale, di unitario: non rappresenta solo gli afro-americani, ai miei occhi rappresenta gli americani in generale. È una persona che è arrivata dove è arrivata nel vero spirito dell'‘American Dream'". Ovvero? "Il sogno americano significa che ogni cittadino può farcela, può raggiungere il successo. Questo a volte vuol dire diventare Rockefeller, altre volte semplicemente riuscire ad acquistare una casa, ovviamente a seconda delle circostanze. Ma nei suoi aspetti positivi e anche negativi, come ad esempio l'individualismo sfrenato, questo modello secondo me è stato meglio incarnato dallo stesso Bush. Lui rappresentava ancora di più un ideale, cioè quello dello Stato forte, unito, intransigente, anche nazionalista se vogliamo. La vittoria di Obama credo sia dovuta a motivi molto più pratici, alla crisi economica, alle esigenze reali. In più, penso che anche come tradizione dell'alternanza ai cittadini americani piaccia cambiare, dopo otto anni di Partito Repubblicano", spiega Dario, di Brescia, sociologo venticinquenne. Due studenti di Giornalismo, in trasferta da Firenze, confermano che lo spauracchio di un'altra amministrazione simile al governo Bush potrebbe avere influenzato grandemente la scelta di un candidato afro-americano, forse altrimenti prematura in un paese dove i conflitti razziali, vecchi e nuovi, sono ancora in parte da risolvere. Ma Dario è ben sicuro: "nelle elezioni americane conta molto l'emotività, quindi anche l'aver scelto un candidato afro-americano ha un altissimo valore simbolico, che credo darà subito nuovo orgoglio alle diverse etnie. La grande incognita piuttosto è il suo programma di riforme, non vedo grossi cambiamenti in vista da parte di un Presidente che, in campagna elettorale, è stato tacciato di socialismo per posizioni moderatissime e già accettate in Europa."

Non possono mancare due parole sulla possibile reazione della destra italiana. Secondo Valeria, ventitreenne sarda che studia Cultura e Diritti Umani, e la sua amica Maria, ventuno anni e laziale, la sconfitta di McCain danneggia l'immagine del governo Pdl. "Forse potrebbe essere lo stesso Berlusconi a fare un passo indietro: avrà ancora voglia di mostrarsi come l'alleato di ferro di un presidente democratico e nero?" E il Pd, cercherà di cavalcare l'onda? Le ragazze ridono. "Ci proverà, con qualche pessima imitazione di Obama". Domando loro se conoscono anche solo un'unica persona, tra i ragazzi della facoltà, che avesse espresso una qualche preferenza per McCain; la risposta è negativa, e messaggi di entusiasmo per la vittoria democratica mi arrivano a tarda sera anche via web. Chiesto un parere sugli Stati Uniti come potenza più forte o più debole, grazie alla nuova leadership, mi risponde senza esitazioni la bolognese Marta, 24 anni, specializzanda in Progettazione e Gestione delle Attività Culturali presso il vicino Ateneo di Modena: "la vittoria di Obama mi fa certo prevedere un'America nuova." Avanti, democrazia: gli atenei più antichi d'Europa si aspettano adesso una bella lezione.