Il rimpatriato

Dear Mr. Obama, noi non siamo lui

di Franco Pantarelli

Mister Barack Obama:

questa non è una lettera di congratulazioni, sebbene della Sua vittoria "che cambia il mondo" sia felicissimo; né una preghiera o un augurio come quelli apparsi sul pannello (splendida idea) allestito davanti al Lincoln Memorial di Washington, sebbene l'impossibilità di potermene servire anch'io costituisca l'ultimo e il maggiore motivo di rammarico per aver lasciato gli Stati Uniti ed essere tornato in Italia. Le scrivo, invece, spinto dall'impellente bisogno di chiederLe scusa per ciò Silvio Berlusconi, l'uomo che governa-possiede l'Italia, ha pronunciato nei suoi confronti. Non sto a ripeterla, quella frase, un po' perché Lei la conosce già, visto che è stata ripresa da tutti i giornali del mondo, e un po' per evitare un attacco di artrosi, visto che i miei tentativi di batterla sulla tastiera si sono a lungo scontrati con la testardaggine delle dita che si rifiutavano di comporla. Vorrei chiederLe di perdonarlo in nome del fatto che Berlusconi è una specie di sintesi di tutti quelli che "non sanno ciò che fanno", ma non posso. Il suo non sapere cosa fa (e cosa dice), infatti, non proviene dall'ignoranza, o comunque non solo, ma piuttosto dallo strapotere di cui lui gode in questo disgraziato Paese.

Vede, Mister Obama, il primo ministro-proprietario dell'Italia, sostanzialmente, è come un bambino che qualunque cosa faccia e qualunque cosa dica trova sempre l'immediato e compatto plauso di genitori, zii, vicini, a nessuno dei quali venga mai in mente che in certi casi ci starebbe meglio un "questo non si dice" o magari un ceffone. Di conseguenza, il suo ingresso fra i bambini insopportabili è garantito, anche se si trova sempre qualcuno pronto a perdonarlo perché in fondo la colpa non è sua ma dei genitori, degli zii, eccetra. Lui però non è un bambino. E' un uomo di 72 anni che lotta contro la vecchiaia a colpi di capelli trapiantati, cerone e lampada per l'abbronzatura (tanto che c'è stato chi ha individuato nel suo "abbronzato" - toh, sono riuscito a scriverlo! - una forma di invidia nei Suoi confronti) e gli applausi che riceve non gli vengono da genitori incapaci di concepire meglio il loro amore ma da personaggi capacissimi di capire dov'è il loro interesse.

Appena lui parla a vanvera, come in questo caso e come in infiniti casi precedenti (una volta fece le corna durante la foto di gruppo di un incontro internazionale, un'altra dette del nazista a un deputato europeo tedesco il cui padre era stato ammazzato in un lager, e l'elenco potrebbe essere lunghissimo), c'è un'infinita schiera di persone (i due terzi del Parlamento, il 90 per cento delle emittenti televisive, la gran parte dei giornali) pronte a lodarlo e ad approvarlo come nel famoso film "Little Caesar" in cui Edward G. Robinson chiedeva ai membri della sua banda: "Right?" e loro gridavano in coro: "Right!". Pensi, Mister Obama, che una volta Berlusconi parlò all'Assemblea Generale dell'Onu di fronte a una platea semideserta e il principale notiziario televisivo italiano "montò" il resocondo sostituendo le poltrone vuote con gente plaudente per non farlo "restare male". Loro sanno benissimo di essersi venduti e lui sa benissimo di averli comprati. E questa è la ragione per cui non posso chiederLe di perdonarlo.

Quello che posso chiederLe, invece, è di non identificare Berlusconi e i suoi servili cortigiani con i cittadini italiani. Certo, sono stati loro a votare per mandarlo al governo, ma il voto in una democrazia è di per sé una cosa provvisoria e suscettibile di miglioramento. Lei lo sa bene, visto che una buona parte della sterminata messe di elettori americani che ha saputo raccogliere il Suo messaggio di speranza, in precedenza aveva votato per uno capace di mandare oltre quattromila giovani a morire in una guerra inventata, di pensare esclusivamente al benessere dei suoi amici ricchi e di mettere una tragedia come quella di Katrina nelle mani di uno che sapeva solo di cavalli da corsa.