Visti da New York

L'INTERVISTA/ Con Obama si sbloccherà l’Onu

di Stefano Vaccara

Il pomeriggio di mercoledì, dopo la notte americana che ha scosso il mondo, abbiamo appuntamento all'Onu con l'ambasciatore italiano Giulio Terzi di Sant'Agata. Lo avevamo da tempo fissato per la prima intervista che il diplomatico concede da quando ha preso il posto a New York dell'energico ambasciatore Spatafora. Bergamasco, laureato in legge, in diplomazia dal 1973 e direttore politico alla Farnesina fino al luglio scorso, Terzi è stato anche ambasciatore d' Italia in Israele.

Tutto il mondo discute dell'elezione di Barack Obama e anche l'ambasciatore Terzi non deluderà le nostre aspettative di conoscere la sua interpretazione del messaggio obamiano di cambiamento e sugli effetti che potrebbe avere per il mondo.

Modi tipici del diplomatico, ma nelle risposte il capo missione all'Onu non è elusivo. L'ambasciatore non schiva nessuno degli argomenti toccati, ci tiene a rendere chiara e forte la sostanza degli interessi dell'Italia all'Onu e nel mondo. Ancora una volta, la Farnesina ci appare come uno dei pilastri sani dell'amministrazione pubblica italiana, dove la preparazione conta prima di ogni altro "appoggio", soprattutto in luoghi decisivi per gli interessi dell'Italia come può essere il Palazzo di Vetro. E questo vale anche per i valorosi collaboratori degli ambasciatori italiani che vediamo lavorare all'Onu da anni.

Prima di tutto Ambasciatore, grazie per l'intervista. America Oggi ha una lunga tradizione con la missione italiana all'Onu....

«I lettori di America Oggi costituiscono una componente di opinione importantissima nella comunità italoamericana e anche per il mondo dell'impresa, della cultura e della politica italiana che si reca spesso a New York. Quindi fa molto piacere essere ospitato sulle vostre pagine. Anche nella linea della tradizione inaugurata dall'Ambasciatore Fulci e alla quale tengo moltissimo, che ne fece l'interlocutore mediatico privilegiato di questa rappresentanza. Lei ha menzionato l'impegno di America Oggi e dei suoi lettori nella fase di metà anni Novanta quando ci fu quel momento così difficile e anche combattuto sulla riforma del Consiglio di Sicurezza nel quale rischiavamo di essere profondamente penalizzati. I lettori di America Oggi hanno reagito con sottoscrizioni. Ricordo benissimo il modulo su cui erano indicati in dettaglio il perché l'amministrazione americana, all'epoca quella Clinton, dovesse essere informata -nel definire la propria posizione e strategia sulla riforma del Consiglio di Sicurezza- delle forti preoccupazioni di una componente della comunità italoamericana».

Parliamo subito della riforma del CdS. La vittoria di Barack Obama comporta anche il ritorno di una amministrazione democratica all'Onu. Alla metà degli anni Novanta, quando ci furono i fuochi d'artificio, Clinton aveva Richard Holbrooke ambasciatore all'Onu... e fu proprio in quel momento che Germania e Giappone, con l'appoggio Usa, accelerarono per una riforma che aumentasse i seggi permanenti del CdS. L'Italia si oppose a quella che allora fu definita la soluzione del "quick fix" e a sua volta sviluppò un'altra proposta di allargamento più democratica... Questo stallo dura da dieci anni. Ambasciatore, è cambiato qualcosa nelle posizioni dell'Italia nei confronti della riforma del CdS?

«Lei ha affrontato una serie di punti che vorrei provare a spiegare con un certo ordine. L'elezione di Obama è chiaramente un segnale fortissimo di cambiamento e di risposta ad un bisogno concreto. Cambiamento sul piano della politica economica, sociale e della politica di sicurezza. Ma anche un cambiamento di concezioni di fondo sulla politica estera e soprattuto sul modo in cui gli Stati Uniti ma anche i principali paesi del mondo, protagonisti della pace e della sicurezza internazionale, devono rispondere alle nuove sfide. In questo senso il grande cartello che abbiamo visto per tante sere alle spalle del candidato Obama, ora presidente eletto, è per me una garanzia. Quando vedo "change" dietro Obama vedo una infinità di conseguenze che riguardano il problema dell'"effective global governance", un concetto a cui si è appellato il ministro Frattini nel suo intervento in Assemblea Generale il 26 settembre scorso. In questo campo un cambiamento vero, che voglia davvero rafforzare le istituzioni multilaterali, non può coincidere con una mappatura del potere basato sull'equilibrio di potenze tra stati nazionali ai quali viene ridato il passaporto di uno status superiore agli altri. In questo senso il voto di martedì scorso mi da' grande fiducia. Proprio in considerazione del peso degli Stati Uniti, maggiore paese contributore all'Onu, l'attesa nuova apertura al dialogo che questo "change" porta con se' cambia le carte sul tavolo anche nel modo di vedere la Riforma del Consiglio di Sicurezza. Andiamo verso un rafforzamento dell'istituzione multilaterale, verso un nuovo Consiglio di Sicurezza che rifletta gli elementi emergenti della realtà internazionale, a partire dalla crescita delle integrazioni regionali. Un Consiglio dove l'Unione Europea dovrà essere messa in grado di parlare con voce unita e forte. Per questo non faccio tanto il suo ragionamento di quello che è avvenuto con la precedente amministrazione».

Si riferisce a quella Bush o Clinton?

«A quella a cui lei si riferiva, al doppio quadriennio del presidente Clinton. Ora siamo di fronte ad una situazione completamente diversa. L'obiettivo è una effettiva global governance. Vi sono ora nuove condizioni per ottenere un multilateralismo più inclusivo e più democratico. La riforma del Consiglio di Sicurezza, di fatto, si è bloccata per quindici anni a causa della pretesa di alcuni di riproporre soluzioni incentrate su nuovi seggi permanenti nazionali».

Stiamo parlando di Giappone e Germania...

«Parliamo dei paesi di diverse aree geografiche che hanno pensato di dover rispolverare, dopo la caduta del muro di Berlino, l'istituto dei seggi permanenti. Credo che ci dovrà essere qualche ripensamento. Se si negozia in modo corretto e trasparente, dal prossimo febbraio troveremo soluzioni accettabili. Se invece si insiste sul "quick fix" o su una sua versione alla moda - il "fast track" - le contrapposizioni del passato riemergeranno inevitabilmente. Nuovi seggi permanenti nazionali rifletterebbero, appunto, interessi essenzialmente nazionali, incoraggerebbero sfere di influenza di sapore antico. E per di più, il tutto si tradurrebbe in una riforma che escluderebbe verifiche periodiche e democratiche elezioni dell'Assemblea Generale. Un modo non di grandi visioni, certamente non rivolto al futuro, ma una riedizione degli strumenti emersi dalla seconda guerra mondiale e confermati dalla guerra fredda».

Ma avete avuto segnali di cambiamento dalla Germania? Di solito l'interpretazione è che gli USA vengano spinti da Berlino e Tokyo a riprendere in mano questa battaglia per il "quick fix"... Ricordo le scintille che ci furono tra l'allora ministro degli Esteri Frattini nel precedente governo Berlusconi e il ministro degli Esteri tedesco. L'Italia è pronta a ribattere colpo su colpo ad un'altra potenza dell'Unione Europea?

«La mia spiegazione è leggermente diversa. Indubbiamente ci sono dei paesi, tra i quali la Germania, ma anche l'India, il Giappone, il Brasile, un paio di paesi africani, che hanno talmente radicato in questi quindici anni nella loro opinione pubblica e nei loro governi l'idea che si sarebbe arrivati ineluttabilmente ad un loro seggio permanente nazionale, che hanno ora difficoltà a fare un passo indietro; ad ammettere che questo seggio permanente nazionale è antistorico ed in contraddizione con un multilateralismo sano e inclusivo. Sul piano europeo forse può essere meno complicato che non in altri continenti, perché nonostante il rinvio e le mancate ratifiche del trattato di Lisbona non vi è persona di buon senso che non riconosca che l'integrazione nella politica estera e di sicurezza dell'Ue sta facendo progressi. Forse con troppa lentezza, ma con una chiara direzione di marcia. É talmente vistosa la contraddizione tra seggio permanente nazionale e processo di integrazione che abbiamo visto dal trattato di Maastricht in poi come la presenza di due membri permanenti richieda armonizzazioni ardite tra lo statuto dell'Onu e i trattati europei. Il processo di integrazione europea deve portare ad altre conclusioni nella riforma delle Nazioni Unite. Questo emerge con chiarezza quando molti deputati, anche tedeschi, al Parlamento europeo approvano risoluzioni nelle quali si pone l'obiettivo di un seggio europeo. Ve ne sono almeno tre negli ultimi anni».

Una politica schizofrenica...

«Mi guarderei bene dal fornire delle valutazioni su quelle che sono le sfere di responsabilità interne di altri paesi. Ma indubbiamente la situazione è questa. Ora lo sforzo che io ritengo debba essere fatto é quello di un percorso trasparente del negoziato, basato sulla fiducia reciproca. Non possiamo sentirci dire o tutto o niente. Facendo così abbiamo perso 15 anni nella riforma del CdS. Questo vorrei sottolinearlo ai lettori di America Oggi. Il CdS non si è adattato alla rapida evoluzione della comunità internazionale perché per 15 anni abbiamo avuto un gruppo di paesi che anziché riconoscere il fatto che non vi era in Assemblea Generale una maggioranza sufficiente a far passare il loro progetto, hanno preferito rinunciare a qualsivoglia compromesso. Abbiamo così perso 15 anni, e lo ripeto, e la società internazionale è ora di fronte a sfide ancora più gravi».

Con l'arrivo del multilateralista Obama alla Casa Bianca arriverà anche lo slogan "Change, Yes the UN Can Too"? Si potrebbe sbloccare la situazione?

«Esattamente. Lo sblocco passa attraverso un negoziato da affrontare con una maggiore flessibilità. Rimanere fermi su posizioni antiquate non porterà a risultati e se anche li portasse questi sarebbero del tutto sbagliati. Non voglio pensare all’ipotesi di alcuni paesi forti che influiscono, con pressioni di ogni tipo, su paesi in via di sviluppo, per ottenere la riedizione di un istituto che certamente non sarebbe mai nato se non vi fosse stata la guerra mondiale. Allora era forse comprensibile che le potenze vincitrici si ponessero il problema di come fare i "poliziotti del mondo". Un multilateralismo moderno deve ora poggiare su concezioni profondamente democratiche, sul dialogo, sulla capacità di esporsi anche allo scrutinio di una assemblea generale, che deve poter stabilire se rieleggere un paese che ha contribuito efficacemente alla pace e alla sicurezza, o se magari preferire di esprimerne un altro».

John McCain sosteneva un’idea, per qualcuno neo-con, di formare una nuova Onu dentro l’Onu di soltanto paesi democratici, una specie di club delle democrazie. È ancora attuale?

«Vi sono stati diversi progetti. Idee che non hanno riguardato soltanto i circoli neo-con. Sono state sostenute da paesi di estrazione politica diversa. Ma se la domanda che mi pone è: c’é una alternativa all’Onu? Possiamo costruire una organizzazione più efficace? Qualcosa che riesca a superare, non soltanto nei principi ma anche nella pratica quotidiana quello che le Nazioni Unite riescono a produrre? Io ho qualche dubbio. Perché il grande vantaggio dell’Onu è quello di essere universale. Nessuno ne contesta la capacità di esprimere delle posizioni legittime, di produrre diritto internazionale, di essere la voce più autorevole sui grandi temi dello sviluppo, sui temi di fondo dei valori della dignità della persona e della libertà, sulla sovranità degli stati, sui principi riconosciuti dalla Carta. Altri, come noi europei, hanno sperimentato la creazione di istituzioni regionalizzate, o con funzioni più specifiche, ma tendenzialmente integrate nel sistema delle Nazioni Unite. E’ stato un elemento di forza per l’Unione Europea, o per l’Alleanza Atlantica, collegare le sue stesse iniziative per la pace e la sicurezza al quadro dell’Onu. Se rifondare l’Onu mi sembra una idea piuttosto utopica, ben altra cosa è cercare di migliorarla. È perfettamente possibile che importanti riforme si realizzino.

Abbiamo parlato prima del CdS, ma tutto avrebbe poco senso se quella riforma non fosse parte di un profondo ripensamento dell’intero sistema. Ad esempio dell’Assemblea Generale, organo fondamentale e forse più importante persino del Consiglio di Sicurezza. Pur non avendo nelle sue decisioni l’efficacia obbligatoria delle risoluzioni del CdS, è pur sempre un organismo politico di completa rappresentatività della comunità internazionale, anche per argomenti molto complessi, come sono quelli dello sviluppo, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali».

Come con la risoluzione sulla pena di morte portata avanti dall’Italia: grande successo un anno fa, ma poi?

«La risoluzione sulla pena di morte è stata una grandissima affermazione dell’Italia, costruita con grande costanza e determinazione nel corso degli anni. I primi tentativi di far passare questa risoluzione risalgono agli anni novanta... Siamo anzitutto riusciti a portarla avanti all’interno dell’Ue e in un contesto di ampia partecipazione interregionale, riuscendo via via a convincere anche paesi che conservano nella loro legislazione la pena di morte, ma che hanno comunque votato a favore della moratoria. È stato solo il successo di una sessione dell’Assemblea Generale, una affermazione simbolica? Secondo me è stata un’affermazione estremamente importante per l’evoluzione di una coscienza mondiale su questo problema. La risoluzione ha aperto un iter nel quale ogni anno ci dovrà essere una verifica, con un rapporto del segretario generale. La prossima scadenza sarà l’adozione di un altra risoluzione. Vi stiamo lavorando intensamente. La coalizione di paesi sostenitori si sta ampliando, anche se vi è un gruppo di paesi contrari»

Come gli Stati Uniti...

«Sì, però dagli Usa e da altri paesi che mantengono la pena di morte e che hanno votato contro la risoluzione, non abbiamo avuto la sensazione di una forte lobby contraria. Si tratta di grandi democrazie con istituzioni e valori che assicurano il rispetto dei diritti fondamentali».

Le crisi in cui l’Onu è impegnata sono molteplici.. Dovessimo stilare una classifica, dove sono concentrate per l’Italia, nelle settimane che gli restano come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, le maggiori preoccupazioni? Quale crisi è la prima in classifica per gli interessi di Roma?

«Vi sono tre grandi impegni prioritari per l’Italia: l’Afghanistan, il Libano-Medio Oriente e i Balcani-Kosovo. Delle tre, quella che in questo momento ha rischi maggiori per gli assetti globali è l’Afghanistan. Vi è un grande arco di crisi che parte dall’Afghanistan, passa dal Pakistan attraversa il Medio Oriente e giunge sino alla Somalia. Un arco caratterizzato da comuni fattori di instabilità che possomo riflettersi in modo rapido sui nostri paesi anche con ondate di terrorismo.

La qualità dell’impegno italiano in Afghanistan si può vedere anche dal fatto che, non a caso, i rappresentanti sia della Nato sia dell’Ue sono due diplomatici italiani. Abbiamo la responsabilità della regione occidentale che per fortuna finora è stata al di fuori dei combattimenti più gravi, anche se abbiamo anche noi sofferto delle perdite e dei feriti. A fine mese spetterà all’Italia guidare una missione del Consiglio di Sicurezza in Afghanistan, per dare un segnale forte a sostegno del processo di stabilizzazione, del percorso democratico e dello sviluppo della società afghana».

Anche Obama dice che gli Usa si devono concentrare più sull’Afghanistan invece che sull’Iraq. Questo cambiamento di strategia americana agevolerà le Nazioni Unite in Afghanistan?

«Noi abbiamo sostenuto da sempre il coinvolgimento delle Nazioni Unite in Afghanistan, così come in Iraq, dove il processo di "institution building" è necessario affinché il paese si consolidi come stato federale, per contribuire alla stabilità regionale.

A questo punto un maggiore impegno di risorse in Afghanistan è auspicabile e anche probabile. Per l’Italia l’Afghanistan rappresenta la maggior voce di contributi allo sviluppo. Abbiamo già costruito nel paese strade, scuole, ospedali. Ma in diverse regioni oltre il confine col Pakistan si assiste ad un radicarsi di movimenti talebani, anche locali, che sembrano voler destabilizzare addirittura quel Paese. Ecco cosa significa l’Afghanistan in questo grande arco di crisi».

Dall’Afghanistan al Corno d’Africa si passa anche per l’Iran. Proprio a settembre il premier Berlusconi rilasciò delle dichiarazioni in cui paragonava il pericolo rappresentato dal presidente iraniano Ahmadinejad alla minaccia nazista ("anche Hitler fu eletto democraticamente..."). Proprio in quei giorni, riuscendo ad avvicinare al Palazzo di Vetro il presidente iraniano, provai a chiedergli cosa pensasse del governo italiano. Mi rispose con una lunga frase, però l’ambasciatore iraniano tradusse soltanto con: "Il presidente ha detto che il popolo italiano resta grande amico del popolo iraniano". L’Italia non incontra più Ahmadinejad all’Onu come accadeva con Prodi solo due anni fa, ma continua a non far parte del gruppo 5+1 (i paesi permanenti nel CdS + la Germania) che guida le trattive sul dossier del nucleare iraniano che rimane come un macigno sul tavolo del CdS. Il governo Berlusconi ha deciso di cambiare i rapporti dell’Italia con l’Iran?

«Sia il Presidente del Consiglio sia il Ministero degli Esteri hanno sempre condannato con la massima fermezza le dichiarazioni che incitano alla distruzione di un paese membro delle Nazioni Unite. Ancor più se questo paese è Israele. Per tutto quello che gli israeliani e gli ebrei hanno sofferto nella loro storia. Quindi quando vi é un incitamento all’odio, è inevitabile che arrivino le condanne da parte nostra come di tutti i paesi europei. Per quanto riguarda il negoziato 5+1 sul programma nucleare iraniano, mi sembra che negli ultimi tempi questo gruppo ristretto sia servito più a negoziare col Consiglio di Sicurezza che non a negoziare con gli iraniani. In realtà in cinque anni di trattative, il 5+1 ha presentato "pacchetti" all’inizio troppo leggeri, quando sono diventati più consistenti, ormai il programma iraniano era andato molto avanti. In questo senso, tenere l’Italia fuori dal 5+1 è stata una decisione poco oculata. Se fossimo stati inseriti nel gruppo, avremmo potuto dare un contributo molto sostanzifale. Non solo per i nostri rapporti economici, ma per la lunga storia delle nostre relazioni con gli iraniani. Per questo è significativa la reazione iraniana che lei ha citato prima. Ora si deve evitare in tutti i modi, con una convinta azione diplomatica, che l’Iran raggiunga la soglia della tecnologia militare nucleare. Abbiamo ancora concrete possibilità per trovare una soluzione positiva».

Qui forse il "change" del Presidente Obama potrebbe funzionare? Si è detto pronto ad incontrare qualunque leader straniero...

«Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel negoziato è un passo avanti molto significativo, ottenuto già nei mesi scorsi dell’amministrazione Bush. All’ultimo incontro con gli iraniani c’era anche il direttore politico del Dipartimento di Stato».

Ringraziandola per questa lunga intervista, vorremmo ambasciatore che lei ci ricordi il peso dell’Italia alle Nazione Unite. Insomma quanto contiamo?

«L’impegno e la responsabilità con cui conduciamo l’azione per un profondo rinnovamento delle Nazioni Unite ci vengono proprio dal ruolo di primissimo piano che sempre di più l’Italia, sesto contributore al bilancio dell’Organizzazione, svolge al Palazzo di Vetro, soprattutto nel settore della pace e della sicurezza. Con circa 8 mila tra uomini e donne impegnati in missioni multilaterali di mantenimento della pace in tutto il mondo, l’Italia è al primo posto tra i paesi europei e sesta, tra i 192 membri dell’Onu, per contributi al bilancio delle operazioni. Ospitiamo la Base Logistica ONU a Brindisi, che svolge un ruolo fondamentale nella gestione delle operazioni di peacekeeping ed il rapido spiegamento di nuove missioni ONU, e lo Staff College a Torino, un modello per la formazione e il training del personale delle Nazioni Unite.

E i riconoscimenti non mancano. Solo l’altro ieri un’italiana, Renata Archini, è stata eletta per acclamazione al comitato di esperti sul bilancio delle Nazioni Unite.

Un’organizzazione che intende porsi come foro capace di rispondere alle nuove sfide globali deve saper ascoltare le istanze che vengono dalla società civile. Con le organizzazioni non governative abbiamo aperto un dialogo diretto e intenso. Uno dei nostri obiettivi a New York è quello di ‘aprire’ il Palazzo di Vetro, con iniziative di natura culturale che avvicinino le Nazioni Unite alla gente, sempre realizzate con un gioco di squadra che coinvolge Consolato, Istituto di Cultura, Istituto per il Commercio Estero, l’Enit, la Camera di Commercio, il Gruppo Esponenti Italiani e in generale tutte le forze attive della comunità italiana. E’ così che, ad esempio, la scorsa settimana, in occasione della maratona di New York, abbiamo portato all’Onu numerosi atleti e concorrenti italiani che hanno contribuito a una raccolta fondi per programmi dell’Unicef in Africa. E, solo per citare alcuni degli altri progetti a cui stiamo lavorando, il 20 novembre alle Nazioni Unite aprirà una mostra fotografica sul tragico fenomeno dei bambini soldato, mentre il giorno successivo, alla Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU, quindi fuori dal Palazzo, si svolgerà un incontro sul tema del contributo italiano alla riforma dell’Onu, in occasione della presentazione del libro ‘L’Italia all’Onu 1993-1999. Gli Anni con Paolo Fulci: quando la diplomazia fa gioco di squadra»