EVENTI/CULTURA/ La Divina tra il serio e il faceto

di Marco Gulieri

Nell'estate del 2006 in Piazza Santa Croce a Firenze il comico forse più amato dal pubblico italiano, Roberto Benigni, recita alcuni canti della Commedia dantesca in una serie di serate in cui spettacolo e cultura si uniscono in un connubio perfetto.

Con questo ricordo Stefano Bartezzaghi apre la seconda conferenza del ciclo Dante in public, intitolata The Square, the Language, the Games: The Case of Dante Alighieri, tenutasi venerdì 24 ottobre nelle eleganti sale dell'Istituto Italiano di Cultura.

Nei suoi spettacoli, continua il Professor Bartezzaghi, Benigni crea un ponte tra due soggetti più vicini di quanto si pensi normalmente: ad un'introduzione comica, segue infatti una lettura di Dante seria, dotta e quanto mai commossa. Il binomio della poesia e dell'umorismo, tanto esplorato da Benigni, ritrova un elemento unificante nella lingua, la lingua del poeta e quella dell'umorista, la lingua della bellezza e quella dello scherzo, la lingua capace di far ridere, e quella capace di commuovere. Prendendo spunto da queste riflessioni, Bartezzaghi intrattiene il pubblico con una serie di quesiti sulla lingua, primo fra tutti: la poesia è un gioco di parole? O, se non altro, è un modo che ha il poeta di giocare con le parole? Se si riflette sull'aspetto sociale del linguaggio, l'abisso tra gioco e letteratura non potrebbe essere più profondo. Pur essendo entrambe due attività gratuite, differiscono nella fruizione in molti aspetti. La durata delle due attività per esempio è un segno di differenza, il bel gioco dura poco, recita un noto detto italiano, mentre la letteratura può essere assaporata lentamente, e la lettura di un buon libro può durare a lungo. Anche in senso antropologico gioco e letteratura sono molto distanti fra loro; mentre le attività ludiche non generano cultura, ma sono fine a se stesse, la lettura crea cultura proprio in senso concettuale. In generale, la letteratura, essendo un mezzo per elevarsi ad un livello, culturale e mentale, più alto, produce una maturazione del lettore mentre il gioco conduce ad una regressione, in altre parole al ritorno all'infanzia.

Queste riflessioni assumono una connotazione completamente diversa se, invece di considerare l'aspetto sociale e antropologico, si analizzano i meccanismi secondo i quali funzionano il gioco e la letteratura. In quest'ambito i due temi si intersecano molto più di quanto venga spontaneo pensare. Non è un caso che il noto linguista Roman Jackobson abbia definito la "funzione poetica della lingua" usando un esempio tratto non da un verso di poesia, ma piuttosto da uno slogan alla base del quale stava proprio un gioco di parole (I like Ike, usato nella campagna presidenziale di Eisenhower). Non dobbiamo quindi, illustra Bartezzaghi, focalizzarci sulle differenze retoriche tra un'allitterazione poetica e il procedimento che seguiamo quando facciamo le parole crociate. Quello che interessa è che il meccanismo che usiamo in entrambi i casi è il medesimo.

Gli esempi a supporto di questa teoria in Dante sono numerosi, e Bartezzaghi, abile giocoliere delle parole, ne esplora e presenta diversi ad un pubblico entusiasta. I meccanismi linguistici nella Commedia possono essere ascritti a tre categorie principali: la interpretatio nominis (meccanismo in cui il poeta gioca a confondere il nome dei protagonisti con il significato del nome stesso) l'enigma (un verso criptato, che richiede una riflessione da parte del lettore) e l'acrostico (per cui le prime lettere di alcuni versi di un canto, se lette verticalmente, danno forma a una nuova parola). Questi stratagemmi linguistici diventano importanti, all'interno della Commedia, poiché permettono a Dante di entrare in relazione con il lettore stesso che è chiamato ad un gioco di riflessione ed interpretazione della lingua usata dal Poeta

Affrontare in questo modo la lettura della Divina Commedia diventa così non solo più avvincente, ma anche più divertente nel senso proprio della parola: esempi come quello di San Domenico ne sono la conferma: il santo era figlio di Felice e Giovanna, nome che al tempo di Dante significava letteralmente "la grazia di Dio". I genitori di Domenico erano dunque" letteralmente felici e graziati" per aver avuto un figlio che sarebbe diventato Santo. Parole e cose possono quindi tornare a coincidere, in un incontro consacrato, in modo nobile e sublime, dalla poesia e, scherzoso e ilare, dal gioco.

Stefano Bartezzaghi, giornalista per La Repubblica e professore di Semiotica presso l'Università di Bergamo, ha affascinato il pubblico con una conferenza brillante, coinvolgente, trascinante e, ancora una volta, ha offerto nuovi e sorprendenti spunti per continuare a scoprire ed apprezzare il testo dantesco.

Il ciclo di Conferenze Dante in Public si chiuderà il 21 Novembre con la conferenza The Divine Comedy as a Map: A Neuroscientist's Guide to Hell, Purgatory and Paradise di Giulio Tononi, presso l'Istituto Italiano di Cultura.

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