LIBRI/ Socrate in gonnella. "Un cappello pieno di ciliege" (Rizzoli), Oriana Fallaci

di Franco Borrelli

Una volta s'usava ricorrere all'adagio dei panni sporchi che "si lavano in famiglia"; non è però questo il caso della Fallaci, che par non prestarvi affatto attenzione, fedele com'è al suo stile di vita "spericolata" e alle sue convinzioni che l'hanno da sempre singolarizzata sia come inviata speciale, sia come intervistatrice, sia come narratrice, sia anche, se non soprattutto, come donna. Si spiega così, con la sua incrollabile fede nella verità - da perseguirsi a qualunque costo -, «Un cappello pieno di ciliege» (Rizzoli), la "saga" con cui, in circa novecento pagine fitte fitte, rivà indietro nei tempi, a dar volto e anima a tutta una folla di antenati: ora uomini e donne di una fede religiosa forte e convinta, ora anche prostitute e\o tenutarie di bordello, intellettuali e contadini pronti comunque a dar la vita pur di salvare e perseguire gli ideali nei quali fermamente credevano.

Una "memoria", insomma, che attraverso le voci date non solo alla madre e al padre, si trasforma in una vera e propria dichiarazione d'amore alle propre radici. Ne è nato questo romanzo un po' amorfo che coniuga realtà verificabili perché documentate certosinamente e fantasia (laddove il racconto registrava "buchi" che si dovevano in qualche modo pur riempire). Una "saga", appunto, come si soleva dire in tempi antichi, che inizia nel XVII secolo "quando Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia". Un romanzo che, secondo la sorella Paola, "non s'aveva da pubblicare" e dal cui albero genealogico (riportato all'interno della prima di copertina) la Fallaci "taglia" - come ha fatto notare Also Santini - le sorelle (Paola, appunto, e Neera). Poco rilievo vien dato qui all'oggi, mentre con qualche digressione si va indietro fino al XIV secolo.

Romanzo (per comodità possiamo definirlo così) complesso per struttura e non facile a leggersi (pagine e pagine a volte senza alcun capoverso), ma non per questo non avvincente, con riferimenti continui ai personaggi della storia con la S maiuscola, alla scienza e a tutto quanto ha avuto luogo in questi ultimi secoli, dalle scorrerie piratesche saracene alla voglia d'America del Vecchio Mondo, dalla corsa all'argento del West al fascino della ricchezza facile a San Francisco, dalle rivoluzioni libertarie in Europa alle guerre d'indipendenza per l'unità del nostro Stivale.

"Tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori - scrive la Fallaci -, diventano miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi a ridargli la vita che essi avevano dato a me". E spesso, bisogna aggiungere subito, avevano corso il rischio di non... dargliela questa vita.

Uno scavare impietoso nel proprio essere, nelle vicende della propria famiglia, di forte emozione, frutto di un'incredibile ricerca negli archivi, di viaggi, di letture e ricopiature di documenti, nella consapevolezza della fine, la sua fine, resa più evidente dopo il terribile e infernale 11 Settembre alle Twin Towers.

Accanto ai volti dei suoi cari (troviamo anche uno che fugge dalla famiglia per venirsene in Virginia a piantar viti per Thomas Jefferson), amati e\o odiati a seconda della loro condotta e delle loro scelte (private, non solo storiche), troviamo anche una galleria di personaggi che la storia l'hanno fatta, da Napoleone a Mazzini, da Garibaldi a Vittorio Emanuele II. Storie incredibili, morti da tragedia greca, feriti in guerra, morti in naufragi, un'antenata finita sul rogo, etc. etc., una "fiaba da ricostruire con la fantasia" prende così vita reale e palpabile sotto i nostri occhi. "La realtà - afferma ancora la scrittrice - prese a scivolare nell'immaginazione e il vero si unì all'inevitabile poi all'inventato: l'uno complemento dell'altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile".

La Fallaci, in breve, si chiede chi sia e donde venga, per avere un'idea del dove stia andando. Sorta di indagine esistenziale quindi, uno scendere dentro di sé, alla Socrate, con le domande semplici e immediate di sempre, e un compito, quello di riandare a ritroso arrampicandosi sul suo albero genealogico per scoprire le sue origini. Ne vien fuori così questa cronaca monumentale di tante vite per vederci più chiaro nella sua. Dal punto di vista personale, un'impresa esemplare e coinvolgente; da un punto di vista più generale, un amore viscerale per la storia degli uomini (e delle donne), al servizio solo della verità e della lealtà ai propri princìpi, accompagnato da una denuncia del cieco potere e del totalitarismo a qualsiasi livello, dalla famiglia agli stati; nonché un'esaltazione totale della gioia e della libertà del vivere, che si esalta non solo attraverso le virtù dei singoli, ma prende vigore e forma attraverso i vizi, gli odi e le morti improvvise e tragiche (un paio di sue antenate finiscono nei vortici fluviali; una di esse quasi certamente suicida). Al suo solito, insomma, la Fallaci non si tiene alcun pelo sulla lingua (pardon, sulla penna - anche se, com'era sua abitudine, continuava ad usare una vecchia... Olivetti con continue correzioni aggiunte poi a mano).

Un atto estremo, quindi, d'amore e di coraggio «Un cappello pieno di ciliege», che va a completare e rifinire «Insciallah» e i più recenti «La Rabbia e l'Orgoglio» e «L'Apocalisse»; un romanzo che la Fallaci chiamava "il mio bambino", "un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d'adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta". Una profezia drammatica che si è appena realizzata scoprendo i "segreti" della cassapanca dell'ava Ildebranda, andata distrutta durante un bombardamento su Firenze, in una notte del '44, e contenente i cimeli della sua famiglia.

«Un cappello pieno di ciliege»,

di Oriana Fallaci, pp. 863, Rizzoli, Milano, 2008, Euro 25,00