DOCUMENTARI/ “DIETRO LA PALLA O DIETRO LA PORTA” / Caramaschi e il calcio alla galera

di Samira Leglib

Nella vittoria gli Italiani sono sempre un po' offensivi, un po'arroganti, vanno oltre: è nella sconfitta che, rare volte, sanno essere grandi

Ennio Flaiano, "L'Europeo", 1970

C'è che sostiene che la vita sia una partita al pallone. Una popolare canzone intona «una vita da mediano, a recuperar palloni..» Certo, sarebbe potuta essere un'azzeccata colonna sonora al documentario di Fabio Caramaschi, Dietro la palla o dietro la porta (2004), proiettato questa settimana all'Istituto Italiano di Cultura.

Anche qui, il gioco del calcio viene narrato come metafora della vita: le sue vittorie e le sue sconfitte, la fatica e la gioia, l'età spensierata dell'infanzia e il momento in cui si diventa responsabili dei propri errori. La telecamera di Caramaschi segue, per più di 120 ore di girato montate in 55 minuti, la giovane squadra di Torre in Pietra e il suo allenatore, Claudio Maccarelli, eroe positivo della narrazione. La sua, quella di Claudio, è una storia nella storia; cresciuto nella criminalità, la prima radio la rubò all'età di 13 anni. Poi vennero le rapine in banca, la droga e infine il carcere per una detenzione di circa 25 anni. Claudio perde tutto, la famiglia, il figlio; questi ragazzi ora sono la sua seconda occasione, i figli che, per gli sbagli commessi, non ha potuto crescere.

«La nostra storia racconta l'avventura calcistica, ma soprattutto umana degli allievi della classe millenovecentottantasette di una piccola società sportiva alle porte di Roma. Qualcuno è accompagnato dai genitori, altri li va a prendere il "mister" con lo sgangherato furgone della ditta per cui lavora, altri ancora attraversano la città in autobus per riunirsi in quello strano organismo collettivo che é una squadra di calcio. Dietro palla o dietro porta, l' avvertimento che accompagnava il fatidico momento del rigore nelle partite dei campetti polverosi degli oratori, cerca di raccontare il modo essere e di pensare di una generazione, quella degli adolescenti, la cui voce si arriva a sentire molto di rado nel cinema e nella televisione italiana. Ma é soprattuttto il tempo supplementare di Claudio, che nel corso dei novanta regolamentari ha sostanzialmente pareggiato la sua partita con la società e che ora per la prima volta, a cinquant'anni, è riuscito a costruire con la materia del suo sogno qualcosa di reale».

Caramaschi sceglie la forma del documentario perchè, per suo stesso dire, «penso che la realtà sia forte abbastanza per dare da sola, senza bisogno di finzione, senso a una storia. Questo lavoro non è un docu-drama. Io in prima persona ero parte della squadra, solo che giocavo con la telecamera invece che con la palla. Quando giri un documentario la cosa più difficile è prendere le distanze dal soggetto. Io ho rivisto un po' me stesso in Claudio, perchè anche io sono un insegnante».

Fabio Caramaschi è insegnante, regista, ma forse prima di tutto fotografo (la sua mostra fotografica "African Portraits" è stata in esposizione a New York lo scorso Maggio) e nel documentario Dietro la palla o dietro la porta è facile apprezzare l'occhio del fotografo dietro la telecamera. -non è un caso quindi che abbia vinto il premio Kodak per la miglior fotografia al film festival Libero Bizzarri 2005-. Ma sarebbe ingiusto negare il talento narrativo del regista che ha preso una vita, undici, diciannove e le ha intessute insieme per raccontare una storia che, a leggerla con attenzione, è universale. «Quando sottoponi uno script ai produttori», dice Caramaschi, «loro cercano per prima cosa almeno due o tre collegamenti giornalistici che possano coinvolgere il pubblico. Per me è invece altrettanto importante come viene raccontata una storia».

Il regista, subito dopo la proiezione del documentario, ci ha voluto regalare un'anteprima del suo nuovo progetto, Sola Andata, la storia di una famiglia di immigrati Tuareg dal Niger che attualmente vive nella città di Pordenone. «Voglio mostrare quali sono i loro sogni da quando hanno lasciato le loro terre per l'Italia. Non sto cercando il punto di vista di un Occidentale, per questo ho scelto di raccontare la storia attraverso le voci dei più piccoli. Io stesso sono praticamente diventato parte della comunità, da un anno e mezzo una parte della famiglia abita nel mio appartamento a Roma perchè credo che per questo genere di indagini più vicino sei, maggiore è la comprensione».