A modo mio

I nostri soldi

di Luigi Troiani

Gli esosi alti e bassi della finanza internazionale di questi mesi, documentano che è in corso una gigantesca speculazione di "fine ciclo" su capitali e valute. Avrà termine quando sarà stato ultimato il travaso di ricchezze tra ceti, paesi, settori economici; quando non sarà più possibile, o conveniente, pompare denaro da talune tasche per immetterlo in altre. A menare il gioco è la gente con la cultura del "tutto è lecito per colui che vince". Il che fa prevedere che l'altalena delle quotazioni speculative di borsa continuerà, tra piccoli e grandi rialzi, e forti perdite, sinché il sistema finanziario non avrà raggiunto il nuovo punto d'equilibrio, sulla base della ricomposizione degli interessi vincenti su scala mondiale.

Muovono le quotazioni di borsa grandissimi e potenti gruppi finanziari, che della speculazione fanno la loro morale e la loro bandiera, in un contesto sistemico nel quale, dietro il lemma del liberalismo globalizzato, si consumano il malinconico e impotente occaso della presidenza Bush, la tormentata stagione della democrazia nipponica, l'inconcludente balletto dell'europeismo chiacchierone, l'attivismo stupito dei ricchissimi padroni di Russia India e Cina.

Alan Greenspan, già apprezzato governatore della Federal Reserve, ora sotto accusa per le scelte espansive e gli atteggiamenti rilassati degli anni delle vacche grasse, ponzava nel 1994: "Se tutti i risparmiatori e i loro intermediari finanziari investissero solo in beni privi di rischio, le condizioni per la crescita economica non si realizzerebbero mai". Un signore dall'aria tanto per bene, istituzionalmente delegato a contrastare sommovimenti valutari e speculativi, che anticipava, con una frase complice, la genesi delle nefandezze che si sono riversate su ingenui risparmiatori e su speculatori meno bravi di altri.

Guardando dall'alto delle sue coerenze ai legami tra Greenspan e gli Inquilini della Casa Bianca, il padre nobile dell'economia liberale, Adam Smith, avrebbe commentato, citando se stesso: « Non c'è arte che un governo impari più in fretta dell'arte di rubare denaro dalle tasche della popolazione ». Magistrale il modo di praticare quest'arte nelle recenti settimane, visto che ha generato l'unanime consenso di corifei e laudatori, alla distribuzione di denaro pubblico per miliardi di dollari alle stesse banche ed imprese responsabili della crisi.

Gli stati, buon ultimo la Russia di Putin, hanno consegnato, praticamente senza condizione, centinaia di miliardi a banche, istituti finanziari, imprese, affermando l'inevitabilità di un intervento teso a salvare il sistema dal collasso. Ma quel denaro "anomalo", immesso nel sistema finanziario, significa ricchezza sottratta alla popolazione, elemento di disordine della finanza pubblica, contributo alle spinte inflattive, aggravio dei deficit dei bilanci statali, istigazione a tanto pessimi amministratori di imprese a proseguire in comportamenti delittuosi. Se tanto mi dà tanto, le cose andranno anche peggio. Vien da pensare al motto dello stato maggiore germanico, al tempo degli Junker, "Geld spielt keine Rolle" ("I soldi non hanno importanza"): serviva a giustificare le abnormi spese militari dell'epoca, manovrare l'opinione pubblica, coprire il complesso militar-industriale che avrebbe portato la nazione tedesca al disastro.

Vedo con piacere, in un editoriale del NYT la denuncia che "Bankers are looking to use bailout money for acquisitions and other purposes". L'editorialista chiede che intervenga il Congresso, per ottenere che "the bailout money will be spent in ways that put the public interest first".