INCHIESTA/IL VOTO DEGLI ACCADEMICI ITALO-AMERICANI/ Vincerà Obama: ecco perché

di Gina Di Meo

Siamo agli sgoccioli, 48 ore ci separano dal giorno che potrebbe dare nuova forma al corso della storia. Per molti, qualunque sia l'esito, ci sarà comunque una svolta. Ma la vera e propria "rivoluzione" sarebbe la vittoria democratica, che porterebbe alla Casa Bianca un candidato di colore. Alla vigilia del voto, senza cadere nella trappola delle dicotomie, che spesso dividono l'elettorato in categorie troppo strette, abbiamo svolto un'indagine tra la cosiddetta intellighentia italo americana, almeno una parte di essa. Abbiamo chiesto a dei docenti universitari di esprimere la loro opinione su chi vincerà le presidenziali e perché. Spesso il mondo accademico è stato tacciato di Obama-mania, se così vogliamo chiamarla. Non è esattamente così, o almeno non è sempre così per alcuni intellettuali italo americani. Ecco di seguito gli accademici che hanno risposto alla nostra inchiesta. Qualcuno ha risposto anche ad una domanda più specifica e "facoltativa": chi avrebbe votato tra John MacCain e Barack Obama.

Perentoria qui è stata la risposta di Grace Russo Bullaro, docente di letteratura ed esperta di cinema italiano al Lehman College/Cuny. «Non posso votare per nessuno dei due candidati. Il mio voto sarebbe stato invece per l'unico uomo politico di cui mi fido: Colin Powell. Non posso votare per McCain sia perché lo considero un surrogato di Bush, sia perché troppo vecchio e inefficace. Ma ciò che è peggio, è l'orribile pensiero che, in caso di morte mentre è in carica, Palin diventerebbe presidente. La sua esperienza equivale a quella che può l'essere stata sindaco di una cittadina, governatore di uno stato che ha più orsi che persone e di una persona che prima di diventare governatore non era mai stata fuori dal paese... tagliando corto: la considero spaventosamente inadatta per quell'incarico. Per quanto riguarda Obama, la sua arroganza, ancora prima di essere eletto, mi dà sui nervi e mi spaventa per il futuro. Siamo già stati testimoni delle conseguenze disastrose di un presidente la cui arroganza lo ha trasformato virtualmente in un dittatore. Inoltre, certe relazioni di Obama destano molti sospetti. Prima il reverendo Wright, poi Ayres, poi Acorn e ora Khalidi. Troppe! È stato catapultato nella presidenza da una stampa che gli perdona tutto e da un pubblico che essenzialmente non vota per lui ma contro Bush e l'attuale disastro che è diventata l'America».

Per il politologo Joseph La Palombara, Arnold Wolfers Professor of Political Science and Management Emeritus alla Yale University, il tallone di Achille di McCain sono la crisi economica e la scelta della Palin come VP.

«Barack Obama dovrebbe vincere martedì prossimo per tre motivi fondamentali. Primo, appare chiaro dai sondaggi che l'economia va oltre il razzismo. Se non ci trovassimo nel mezzo di un disastro economico, non penso Obama avrebbe vinto, senza contare che la sua campagna elettorale ha superato in costi quella di McCain in modo considerevole. Secondo, la scelta di Sarah Palin come vice presidente, ha avuto chiaramente un effetto negativo. Non solo gli indipendenti e gli elettori indecisi, ma anche molti Repubblicani sono rimasti sgomenti nello scoprire quanto poco sia preparata la Palin a fare il suo ingresso nella stanza Ovale qualora le circostanze lo richiedessero. Il terzo fattore è la probabile svolta nel momento del voto. I primi due vantaggi, forniti a Obama da Wall Street e McCain, potrebbero ancora non essere sufficienti se non fosse per il fatto che non solo gli Afro-americani ma anche i giovani elettori di tutte le categorie presumibilmente voterano in massa. A causa del fattore razziale, all'inizio pensavo che questa elezione non fosse per Obama da vincere, ma tutta da perdere per McCain. Mi sembra che McCain si sia rivelato sorprendentemente accomodante a questo proposito e l'atteggiamento vagante di Wall Street forse fornisce il fattore finale alla sua probabile sconfitta».

Stanislao Pugliese, docente di Storia, Hofstra University, si affida ad un'analisi storico-filosofica per esprimere la sua opinione: «Un sondaggio online di America Oggi rivela che il 71% dei suoi lettori preferisce Barack Obama. Il 23% è per John McCain. Ma una domanda più interessante da sottoporre ai lettori sarebbe quella di chiedere loro chi avrebbero votato se Rudy Giuliani fosse stato il candidato Repubblicano. Mai gli americani e gli italiani americani si sono trovati di fronte ad una così netta dicotomia nella scelta di un presidente. Come voterei se il candidato Repubblicano fosse stato Rudy Giuliani? Per Barack Obama. Perché? Per diverse decine di anni, gli italiani americani hanno intrapreso un marcato viaggio politico dalla sinistra alla destra. Ci siamo trasformati da Carlo Tresca a Fiorello La Guardia, a Mario Cuomo, a Rudy Giuliani, a Antonin Scalia a Samuel Alito. Ma nel far questo abbiamo abbandonato le nostre tradizioni politiche e culturali. Il nostro vero compito, come scrisse una volta agli italiani americani Ignazio Silone (scrittore e politico italiano, ndr), autore di "Fontamara" (romanzo emblematico per la denuncia di oppressione e ingiustizia sociale della condizione di povertà, ndr) era quello di scavare nei coloriti usi e costumi popolari, nei dialetti locali e regionali, nelle feste e rivalità tradizionali, dove troveremo una grande comunità immaginaria di lavoratori in tutto il mondo. Solo riconoscendo le terribili pene comuni delle memorie delle loro terre natie, potranno gli italo americani pienamente rendersi conto della loro umanità. "Quella pena, che è una ferita profonda e sanguinosa nel cuore di tutti noi italiani del Sud all'estero, non è qualcosa di individuale e particolare, ma una grande pena universale. Ci unisce in fratellanza con i neri, gli indiani, i romeni, i polacchi, i portoghesi, gli sloveni, gli ebrei e tutti gli altri". Solo vincendo il nostro "nativo pudore" e semplicemente e sinceramente narrando una storia universale, che raccontiamo la nostra storia. Questo è il messaggio di "Fontamara". Questa è la verità segreta. Saremo sinceramente e veramente abruzzesi, pugliesi, calabresi, siciliani, solo se coraggiosamente ribelli e internazionalisti. Qualcosa da tenere in mente quando entreremo nella cabina elettorale».

Alexander Stille, San Paolo Professor di Giornalismo Internazionale alla Columbia University, punta il dito contro l'amministrazione Bush.

«Otto anni di amministrazione Bush hanno creato un ambiente tossico nel quale sarebbe quasi impossibile vincere per un Repubblicano. All'amministrazione Bush è stato lasciato un surplus e ora ha raddoppiato il debito nazionale e incrementato il deficit. I salari medi hanno continuato ad andare a picco e la famiglia media vive peggio di otto anni fa. Ora il sistema finanziario è virtualmente al collasso in parte a causa della deregulation spinta da Bush e dai Repubblicani. Questo per anni ha significato che nessuno ha intercesso quando il finanziamento dei mutui diventava sempre più rischioso. C'è poi la disastrosa e inutile guerra in Iraq. Gi Stati Uniti, dopo l'11 settembre avevano avuto la solidarità più o meno di tutti, ma con Bush sono ora largamente odiati, e, ciò che è peggio, la guerra è servita come strumento di reclutamento per quei terroristi che avremmo dovuto sconfiggere. ... Bush ha usato l'inganno, l'uso selettivo dell'intelligence per costringere il paese alla guerra sotto la minaccia di un imminente pericolo che loro stessi sapevano o sospettavano essere falso. La reazione opposta a tutto questo è che più dell'80% dell'elettorato crede che il paese stia andando nella direzione sbagliata. Inoltre, mentre la percentuale di votanti che si definivano Democratici o Repubblicani era essenzialmente pari nel 2004. i Democratici ora superano i Repubblicani di dieci punti percentuali. Tutto ciò rappresenta una sfida quasi impossibile per un candidato di un partito in carica e tutto questo ancor prima del crollo di Wall Street che probabilmente ha segnato il destino di McCain. Per vincere in queste circostanze, ci vorrebbe un candidato straordinario, una campagna condotta in modo brillante ed un candidato democratico molto debole.

John McCain sembrava il candidato Repubblicano con buone probabilità di superare questi conflitti visto il suo passato di indipendente e la sua abilità di attirare i Democratici moderati e gli Indipendenti, nonostante una storia fortemente conservatrice. Invece. ha portato avanti molto male la sua campagna, che non ha avuto come obiettivo i moderati, bensì volta a stimolare l'ala di destra del partito Repubblicano. La scelta di Sarah Palin ha peggiorato le cose, minacciando i punti di forza di McCain, ossia quello di essere un politico che metteva il paese sopra tutto e pronto a sconfiggere gli estremismi all'interno del suo partito. Al contrario, Obama ha lanciato una campagna molto forte con un'organizzazione superba, non perdendo mai la fermezza in una campagna infuocata, il che ha rafforzato la sua posizione tra gli elettori indecisi.

Infine, i cambiamenti demografici del paese hanno modificato la mappa elettorale in modo favorevole ai Democratici. La crescita del voto ispanico ha fatto sì che alcuni stati una volta Repubblicani come il Nevada e New Mexico diventassero potenziali vittorie di Obama. In modo simile, il voto ispanico ha fatto della California, che dopo tutto era lo stato di Ronald Reagan, una certezza per i Democratici. La crescita di aree suburbane, ancora, piene di elettori moderati istruiti ha cambiato l'ambiente elettorale in altri stati affidabili come la Virginia e la Carolina del Nord».

Fred Gardaphe, Distinguished Professor of Italian American Studies al Queens College/Cuny e al Calandra Institute si schiera dichiaratamente a favore di Obama.

«Voto per Barack Obama perché penso che rappresenti i valori della compassione che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia e che ho trasmesso ai miei figli e che insegnerò ai miei nipoti. Egli rappresenta anche la passione che ho imparato a trasmette nel lavoro della mia vita. Per me, un'amministrazione Obama rappresenta la possibilità di integrazione, la fattibilità di diffondere una larga base di saggezza, ed il miglior potenziale per risolvere i problemi attuali che minacciano il nostro futuro».

Obamiano convinto è anche Jerry Krase, Murray Koppelman Professor, and Professor Emeritus, al Brooklyn College of The City University of New York. Krase prende una posizione netta a favore di Obama.

«Per piu di mezzo secolo, sono stato coinvolto nelle politiche elettorali americane come attivista, consulente, ricercatore, scrittore, educatore, campaigner, fund raiser. L'attuale corsa alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, etichettata come razziale, è di particolare importanza per me perché ho iniziato il mio lavoro come community organizer negli anni '60 cercando di mettere insieme etnie bianche e nere in quelli che erano i centri disagiati delle città americane. L'elezione di Barack Obama dimostrerà che in questi anni, tutti i miei sforzi, spesso senza alcun riconoscimento dal punto di vista professionale, e spesso anche pericolosi, sono valsi a qualcosa. Nel mio lavoro sugli studi italiani americani, ho spesso cercato (soprattutto invano) di tracciare paralleli tra le esperienze storiche degli italiani americani e africani americani. Non mi aspetto che Obama ottenga la maggioranza dei voti degli italiani americani, ma spero, qualora votassero per "l'altro", che lo facciano per delle buone ragioni».

Salvatore Rotella, Professor of Political Science e già Chancellor del Riverside College in California, non ha dubbi e conclude:

«Allo stato attuale, considerato il crollo dei mercati ed i problemi economici, non c'è dubbio che vincerà il candidate del Partito Democratico. O, detto meglio, il perdente deve essere il partito in carica, ossia, il partito Repubblicano. Il senatore Obama ha colpito l'immaginazione dell'elettorato, soprattutto dei giovani, anche se il senatore McCain ha condotto una campagna vivace. Tuttavia, per quanto cerchi di prendere le distanze da George Bush, non può allontanarsi da una realtà che quasi tutti vedono sotto una luce negativa. Fosse stata diversa la situazione economica, McCain avrebbe avuto una chance. Comunque per prevedere il risutltato finale, non bisogna tanto guardare ai sondaggi nazionali, ma basta concentrarsi stato per stato, soprattutto su quelli che hanno confermato Bush alle scorse elezioni».