Visti da New York

Obama, l'esatto contrario di W

di Stefano Vaccara

Se invece di Barack Obama si fosse chiamato John White e non avesse avuto la pelle nera, i sondaggi che lo mostrano almeno di cinque punti in testa negli stati chiave, non avrebbero lasciato più dubbi. Invece, a poco più di 48 ore dalla conta dei voti, si respira ancora un'aria inquieta tra i sostenitori di Obama e di ostinata speranza tra quelli di McCain. Resta la sensazione che la vittoria del democratico sia probabile, vicinissima ma... Ecco che la rimonta di McCain dovrebbe apparire ancora possibile. E si continua a ricordare la sconfitta, ormai tanti anni fa, di un candidato afroamericano a governatore della California dato sicuro vincitore dai sondaggi... Non si sta parlando della possibilità per McCain di ribaltare la situazione in uno stato, o in due, ma di farlo in cinque-sei stati dove si dovrebbe verificare che egli ottenga il voto di tutti, proprio tutti coloro che fanno parte del 6-7% degli indecisi. Poi, dopo aver ribaltato la situazione in Colorado, Ohio, Missouri, Florida, persino in Pennsylvania... ecco lo straordinario miracolo non basterebbe ancora per far vincere McCain. Il Maverick dovrebbe riuscire anche a battere Obama nel piccolo New Hampshire per vincere. Possibile?

Già, se non si chiamasse Obama, se non fosse di colore, tutto ciò sarebbe considerata fantapolitica. Non ci sarebbe bisogno di rileggersi i numeri dei sondaggi per rendersi conto dell'umore che si ha tra gli elettori: voglia di cambiare e dimenticare al più presto possibile gli otto anni dell'era di G.W.Bush.

Come i lettori di questa colonna sanno, chi scrive è un convinto supporter di Barack Obama, da ancor prima dell'affermazione in Iowa. Da allora ho pensato frequentemente al perché di questa "attrazione fatale". Come giornalista, si dovrebbe restare più distaccati, insomma lo scetticismo difronte anche al più affascinante dei politici dovrebbe essere almeno tentato. Eppure in Obama for President ci speriamo da quando ancora sembrava, allora sì, impossibile. Perché questa nostra irresistibile debolezza?

L'accusa nei confronti dei giornalisti che non pochi osservatori fanno di "obamania", una specie di virus che ci avrebbe contagiato e che ne avrebbe causato l'ascesa fino a fargli sconfiggere prima la corazzata Clinton e poi McCain, seppur in parte vera (l'infatuazione), non serve a spiegare il perché di una vittoria di Obama. Per fortuna siamo in America, non in Italia. I media hanno un ruolo sì rilevante ma ancora utile, infatti se fossero solo loro a "incoronare", G.W. Bush sarebbe forse diventato presidente?

Ma quali le ragioni profonde che hanno fatto scattare la scintilla per Obama? Non sarà lo stesso motivo per tutti, ma in questa riflessione magari si potranno ritrovare altri lettori che lo voterrano.

All'inizio ho pensato che fosse il semplice e speranzoso messaggio di cambiamento: "Change, Yes We Can". Si deve cambiare, dopo otto anni di Bush dobbiamo proprio, con Obama ce la possiamo fare. "Change", dopotutto una parola così inflazionata in politica, anche Hillary e poi persino McCain hanno ripetuto un messaggio simile. E allora? Allora non si deve essere soltanto per qualcosa, ma si deve anche avere le qualità per convincere e appassionare gli altri. Fin dal momento dell'annuncio della sua candidatura, e anzi già dal discorso di Boston nel 2004, Obama ha dato l'impressione di avere le qualità dei migliori presidenti del passato. Non si deve solo essere individui straordinari, ma bisogna essere in grado di trasmettere questa propria "aura" di grandezza che infonde fiducia e sicurezza.

Non basta essere molto preparati e molto intelligenti per svolgere il compito di presidente. Si deve anche essere in grado di farla captare, sentire questa intelligenza, di farsi saper ascoltare e capire, convincere. Herbert Hoover, il presidente del grande crollo del '29 e della Grande Depressione, era anche lui un uomo straordinario, uno dei più preparati e intelligenti che potessero accedere all'Ufficio Ovale. "The Great Humanitarian" era anche chiamato prima di diventarlo presidente, per i suoi successi nella conduzione di impressionanti programmi di assistenza alle popolazioni colpite dalle guerre o da disastri naturali. Ma Hoover non sapeva comunicare come Roosevelt, che al contrario era sempre a proprio agio con il messaggio, sapeva trasmettere a chi ascoltava la propria assertazione di leadership. "Grandeur" direbbero i francesi. Che quando veramente c'é, da apparenza si trasforma in sostanza.

Abbiamo seri dubbi che George W. Bush avesse una sufficente preparazione per meritare la presidenza della nazione più potente della terra. Abbiamo comunque la certezza, qualora ci sbagliassimo sull'intelligenza, che sia riuscito mai a trasmetterla agli altri.

"Defining Moment per Obama" abbiamo scritto domenica scorsa, perché ci appare come FDR. Un leader che dimostra di possedere preparazione e intelligenza per essere presidente. Gli Stati Uniti e il resto del mondo, dopo otto anni dell'esatto contrario, ne hanno estremo bisogno.