ARTE/INTERVISTA/ Uno per tutti e tutti per Morandi

di Olivia Fincato

Dopo aver visitato la mostra sulle incisioni di Giorgio Morandi dal 1912 al 1956 presso la Casa Italiana Zerillì Marimò, parte della grande retrospettiva sull'artista bolognese al Metropolitan Museum e all'Istituto di Cultura Italiana, Oggi7 incontra il direttore Stefano Albertini. Segue una conversazione con il professore mantovano della New York University e insieme si ripercorrono le tappe della collaborazione storica tra le istituzioni Italiane per la promozione della nostra cultura a New York partendo da una nuova importante sinergia, quella con il Metropolitan Museum.

In occasione della retrospettiva Giorgio Morandi 1860-1964 al Metropolitan Museum of Art curata da Renato Miracco e Maria Cristina Bandera ci sono state altre due mostre rispettivamente all'Istituto Italiano di Cultura, Giorgio Morandi: watercolors and drawings 1920-1963 e a Casa Zerilli Marimò Giorgio Morandi: etching 1912-1956. È questa la prima volta che tre istituzioni si uniscono sinergicamente per rappresentare una delle grandi eccellenze italiane? Come questa sinergia è stata percepita dal pubblico e cosa ha portato? E cosa secondo lei porterà in futuro?

«Non è la prima volta naturalmente che Casa Italiana e Istituto lavorano insieme, c'è una storia e una tradizione a riguardo, tra l'altro uno dei motivi che ha sempre reso questa collaborazione organica è quello delle mostre. Devo dire che questa sinergia è iniziata insieme a Renato Miracco ancora prima che diventasse Direttore all'Istituto; egli infatti nel 2005 curò una mostra doppia di Fontana tra Casa Italiana e Istituto di Cultura. Per cui già in passato abbiamo usato questa formula, diciamo "snodata", grazie a cui un'iniziativa che nasce da una parte si conclude in un'altra. La collaborazione soprattutto per quanto riguarda l'arte italiana è dunque qualcosa di già rodato, la novità nel caso della mostra di Morandi è la copartecipazione di due istituzioni italiane e di una grande istituzione americana, in questo caso il Metropolitan Museum. La mostra al Met ha una vita autonoma ma se un visitatore vuole avere una panoramica più ampia e completa del lavoro di questo grande artista italiano può recarsi all'Istituto dove ci sono gli acquerelli dell'artista o qui per le incisioni».

Secondo lei come veniva percepito Morandi prima di questa grande retrospettiva e come è stato percepito poi? Com'è cambiato lo stereotipo del "pittore delle bottiglie"?

«La battuta iniziale con la quale Philippe de Montebello, direttore del Met, ha inaugurato la grande mostra al Met ricordava come la sua prima reazione alla proposta sulla restrospettiva su Giorgio Morandi fosse stata "boring". In effetti la percezione generale di Morandi era quella del pittore delle nature morte, dei vasi, delle bottiglie. Poi analizzando e studiando le opere, Philippe de Montebello ha capito la potenzialità enorme che si nascondeva dietro ai suoi quadri. Io credo che questa mostra servirà a cambiare la percezione di Morandi non solo perché ci sono pezzi di una bellezza e poesia rara, ma anche per la quantità di opere presenti. Infatti grazie ai numerosi lavori esposti tra Metropolitan, Istituto e Casa Italiana possiamo vedere i microspostamenti dell'artista, il suo studio della luce o dell'avanzamento infinitesimale dell'oggetto da una parte all'altra dell'opera. Uno vede una natura morta di Morandi e può piacergli, non piacergli o anche lasciarlo indifferente, ma quando ne dispone di così tante, ha la possibilità di osservare le differenze minime che intercorrono tra un pesaggio e l'altro, tra una e l'altra natura morta. Penso sia proprio nella quantità e nell'analisi dei microcambiamenti che si apprezza la profondità della sua ricerca pittorica. Con le incisioni del periodo tra 1912 e il 1956 esposte a Casa Zerilli Marimò possiamo vedere come la sua tecnica si sia sviluppata, modificata, sia cresciuta».

È infatti proprio attraverso la ripetizione dell'identico, che cogliamo le differenze infinitesimali della sua opera. Nelle incisioni il cambiamento è sottile, profondo, indelebile e porta il visitatore nel vivo di ciò che Morandi intendeva con ‘nulla è più astratto della realtà'...

«Abbiamo un flusso costante di persone che vengono a vedere le sue incisioni. Molto spesso vengono sole e si fermano anche mezz'ora dinnanzi ad un'opera, guardando tutti i dettagli, facendo proprie tutte quelle differenze infinitesimali della sua poetica. Mi viene spontaneo fare un paragone con il Barocco, naturalmente Morandi non è barocco, ma nella letteratura di quel periodo artistico la quantità acquista una grande importanza, il mio insegnante di letteratura ci diceva ‘Se uno scrive 10 sonetti sul bacherozzo, baco da seta, è un idiota. Ma se uno ne scrive 150 è un genio'.

Il mio pensiero sul Barocco nasce proprio da questo, dal fatto di riuscire ad elevare il minimo cambiamento a livelli di raffinatezza tali, ripetendolo infinite volte, ma mai facendolo uguale...»

Di fronte le incisione proviamo emozioni diverse, come se il segno ci scalfisse , trasportandoci in quello che la critica chiama "alfabeto metafisico" di Morandi. Quali sono, secondo lei, le differenze sostanziali nella fruizione o comprensione dell'opera, tra i disegni, gli acquarelli e le incisioni di Morandi?

«Credo che l'aspetto che più mi colpisce di fronte l'incisione è sicuramente la tecnè, cioè di un'arte più umile che possiamo trovare nell'atto di incidere e inchiostrare. Il motivo che più affascina i visitatori alla Casa Italiana è quello di combinare la tecnè, cioè l'abilità manuale, e di creare qualcosa con l'arte».

Seguendo il percorso di sinergia tra Istituzioni Italiane e Americane iniziato con la restropettiva di Morandi, ci sono progetti di collaborazioni future?

«Ci sono vari progetti in cantiere. Ciò che mi preme ricordare e di cui c'è una tradizione di collaborazione tra Consolato Italiano, Istituto Italiano di Cultura e Centro Primo Levi è il "Giorno della Memoria". Questo, orami da tanti anni, è un appuntamento fisso di collaborazione che è nato per un motivo semplice, che ci coinvolge tutti: il ricordo delle vittime dell'Olocausto. Durante questa commemorazione promuoviamo sinergicamente iniziative, questo è un altro momento molto importante che ci unifica».

E, mi sorge spontanea una domanda, secondo lei questa sinergia chiamiamola "internazionale" iniziata con il grande Morandi, potrebbe essere una formula da considerare anche per i giovani artisti italiani? È da tempo che sia Casa Italiana che Istituto Italiano di Cultura offrono spazio e voce a talenti emergenti italiani, secondo lei il fatto di coinvolgere qualche istituzione americana non potrebbe essere d'aiuto per dare a questi nostri artisti una risonanza internazionale?

«Certo la cosa sarebbe molto interessante e sicuramente di grande aiuto per i giovani. È tuttavia un po' più difficile perché si deve scommettere.Su Morandi è stata una scommessa coraggiosa quella di Renato Miracco, perché l'autore non era così conosciuto internazionalmente. Tuttavia immediatamente si sono resi conto del valore e della grandezza dell'artista. Per i giovani artisti italiani c'è il Premio New York, sponsorizzato dal Ministero Degli Esteri e organizzato dall'Italian Academy della Columbia che sicuramente offre ai giovani selezionati un'occasione unica di studio e perfezione nella loro ricerca artistica. Come Casa Italiana cerchiamo sempre di alternare mostre artisti di storicizzati, come i maestri del Novecento a talenti più giovani, magari non ancora conosciuti (fino a questo momento la maggior parte sono fotografi emergenti). Questo soprattutto perché loro abbiano uno spazio per presentarsi. Dipende poi dall'abilità dell'artista saper utilizzare questa opportunità per riuscire a stabilire dei contatti nel mondo dell'arte newyorkese. Penso che una volta che un giovane artista, passata la selezione ad opera nostro board, ha una personale alla Casa Italiana o all'Istituto è da lì che inizia il suo lavoro per farsi conoscere, per chiamare i galleristi e far vedere il suo porfolio "appeso sui muri" per così dire. Perché ci sia una cooperazione e coalizzazione di varie istituzioni italiane e internazionali bisogna che tutti siano d'accordo sullo scommettere su di un giovane artista. In questo caso tutti sono molto più cauti».

Io mi chiedevo se avete mai pensato alla possibilità di una collettiva di giovani artisti italiani piuttosto che scommettere su un singolo artista, e se questa potesse venire promossa sul territorio newyorkese attraverso la sinergia di istituzioni italiane e americane.

«Questa è un'ottima idea. Le collettive, in questo caso di giovani artisti italiani, sono sempre progetti molto belli e interessanti, si potrebbe ad esempio creare un evento "a tappe" tra Casa Italiana, Istituto e magari una galleria commerciale (non bisogna dimenticarsi che questi giovani artisti devono vendere qualcosa per vivere) ma spesso la l'entusiasmo rallenta a fronte di problemi organizzativi e curatoriali molto complessi. Niente di insuperabile e impossibile comunque».

Speriamo che questa sinergia riesca a dar una voce internazionale ai nostri giovani artisti, seguendo il passaggio oramai collaudato nel caso di Morandi, dal boring iniziale all'apprezzamento profondo e totale della sua opera.

«Per ogni proposta credo bisogna avere l'intuizione di trovare artisti, movimenti, situazioni di cui qualcosa si sappia già (raramente un assoluto sconosciuto viene preso in considerazioni). Qualcuno di cui si sappia poco o addirittura di cui si sappia "male". Su questo si può costruire un evento importante. Bisogna partire da qualcosa che già si sa e incuriosisce; ad esempio, nel caso di Morandi, la gente si domandava perché fosse diventato così famoso con le bottiglie. Su questa conoscenza parziale bisogna saper lavorare. Per invogliare a saperne di più, e stimolarne il fascino».