PRIMO PIANO/MOSTRE/ Bello e ora accessibile

di Olivia Fincato

Sono sicuro che voi siete e sempre sarete o all'interno o all'esterno di questo triangolo leggiamo e, senza accorgerci, ci ritroviamo dentro o fuori di quel triangolo nero disegnato sul pavimento del P.S.1. Qualche trucco? Sì. Quello del grande e misterioso genio ammaliatore di Gino De Dominicis.

Al centro d'arte contemporanea affiliato del MoMA, il P.S.1 di Long Island City, la scorsa domenica è stata inaugurata una delle mostre più importanti per gli Stati Uniti dell'artista italiano Gino De Dominicis (1947, Ancona-1998 Roma).

L'esposizione, curata da Andrea Bellini, nuovo e giovanissimo direttore di Artissima e da Laura Cherubini, esperta e studiosa dell'artista, dopo aver viaggiato da Villa Arson di Nizza alla fondazione Merz di Torino, arriva, finalmente a New York. Non ci speravamo. E non perché Gino avesse ancora paura di volare, com'era successo in passato, ma perché i fondi scarseggiavano. Ce l'abbiamo fatta, grazie al supporto organizzativo di Alanna Heiss, direttrice del P.S.1 nonché amica di Gino e, soprattutto, grazie al generoso aiuto della Provincia di Ancona, terra natale dell'artista.

E anche qui non poteva mancare lo zampino del nostro miracoloso Miracco, che come un deux ex machina dell'arte italiana a New York, è arrivato subito in soccorso. «Ne avevamo cominciato a parlare con il Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura in occasione della mostra di Mario Giacomelli. Immediatamente ci siamo resi conto dell'importanza di questa iniziativa e siamo riusciti a trovare il modo di portarla a New York» ci racconta, Carlo Maria Pesaresi, giovane Assessore alla Cultura e Turismo della Provincia di Ancona, mentre proseguiamo il tour tra le opere di De Dominicis con il Console Generale Francesco Maria Talò e una ricca presenza di rinomati artisti internazionali, tra i quali abbiamo subito riconosciuto uno dei fondatori dell'arte concettuale, Joseph Kosuth.

«Sono stata contagiata dall'entusiasmo di Carlo, ha amato questo progetto sin dall'inizio» prosegue il Presidente della Provincia, Patrizia Casagrande «Abbiamo scelto la cultura come ambasciatrice per promuovere il nostro territorio e lo stiamo facendo più volte all'anno tra l'Europa e i Balcani. La cultura è anche ambasciatrice di pace». In effetti, se non fosse stato per il supporto della Provincia di Ancona, della Camera di Commercio, degli Operatori turistici e Confidustria, la mostra sarebbe probabilmente saltata. E pensare che De Dominicis aveva un po' snobbato la sua terra, andandosene molto giovane a Roma, la sua"città eterna", diceva. Pochi sapevano delle sue origini; era un personaggio impenetrabile, non si lasciava raccontare. Emblematico e misterioso si distingueva da tutta l'avanguardia artistica di quel periodo con un lavoro imprevedibile, eclettico, semplice e profondo. Finemente intelligente e dotato di una classe al di fuori del tempo, lo si incontrava, spesso di notte, tra le vie e i bar romani, mentre ammaliava e intratteneva il suo pubblico con giochi di magia e qualche incantesimo. Era impossibile da decifrare, un mistero, anche fisicamente. Bell'uomo, giovane, galante, ma nessuno riusciva a immaginarselo senza il nero. Colore impenetrabile, che sempre, superbamente, indossava. Ma che ricordo rimane agli anconetani di questa austera figura dalinianana? «Il padre aveva un negozio di mobili nel corso centrale della città e i pochi amici rimasti se lo ricordano quando tornava... a bordo di una Rolls-Royce sempre accompagnato da donne bellissime» ci racconta il Rappresentante del Consiglio Provinciale, Paolo Lovascio, affascinato, come tutti d'altronde, dinnanzi all' L'uomo col cappello, uno dei dipinti della serie "blu". E sono proprio i dipinti e i disegni esposti a condurci dietro e dentro il mistero del grande artista. Segni perfetti, puliti, rigorosi delineano volti, profili e sguardi, a volte interrotti. Una tensione emotiva densa, inarrivabile, intoccabile è pacata dall'accenno di sorrisi, dallo socchiudersi degli occhi in rara armonia. Gli strumenti di Gino De Dominicis sono semplici: pennello, tempera e matita. Le tavole su cui dipinge sono spesso di legno. «Gino credeva che fossero i quadri l'espressione più elevata della sua ricerca. Nella pittura egli trovò quello che stava cercando: un modo di sospendere il tempo. Era affascinato dall'idea della macchina del tempo e per lui un dipinto era qualcosa che esisteva a prescindere dall'artista stesso» ci spiega la curatrice Laura Cherubini, all'interno della sala "dorata" o dell'universo Sumero. L'oro, sfondo delle tre opere di grande dimensione, accompagna il viaggio del visitatore attraverso simboli e rappresentazioni del mondo sumero. Gino De Dominicis ne era un profondo conoscitore, tale da avvicinare il suo pensiero a quello di Gilgamesh, il mitico re, Dio dell'arte, amante invisibile ed eterno di Urvasi, Dea della Bellezza.

La ricerca di De Dominicis era essenziale. Forme e strumenti semplici per lavorare a pochi temi basilari: l'immortalità, la gravità, l'infinito. Egli usava gli stessi materiali usati dagli artisti concettuali del periodo, ma il processo era inverso. Mentre l'arte concettuale smaterializza l'oggetto nel concetto quella di De Dominicis lo concretizza. Egli parlò d'arte universale, alla portata di tutti, non solo degli esperti; considerava il suo un lavoro "omeopatico", cura per i malesseri dell'arte astratta. Mozzarella in Carrozza del 1970 ne è un esempio: Gino mise una mozzarella fresca nel sedile di un'antica carrozza sostenendo che il contesto non definisce l'arte, una mozzarella rimane una mozzarella non importa dove si trovi. Ma pensiamo all'opera Il Tempo, lo Sbaglio, lo Spazio in esposizione al MoMA di Manhattan, portata in concomitanza con la mostra del P.S.1: c'è uno scheletro umano che tiene al guinzaglio quello di un cane, indossando un paio di pattini e reggendo un'asta infinita sul dito medio. L'idea d'immortalità si concretizza in forma: lo scheletro umano rappresenta la consapevolezza della morte, quello del cane l'inconsapevolezza, i pattini lo sbaglio: l'uomo può solo avere l'infinta presunzione di esserlo. Il suo cinismo non risparmiava niente e nessuno e viveva accanto al lavoro impeccabile, fuori di tempo e spazio.

Gino De Dominicis è senza dubbio uno degli artisti più importanti ed emblematici della Storia dell'Arte italiana del Novecento. Un'aurea di mistero avvolge ancora la sua figura. Lo si ricorda come un principe di una dinastia oramai decaduta, forse sumera, elegante e austero, circondato dalla sua corte adorata, da personaggi della notte, da saltimbanchi, giocatori d'azzardo e vestali bellissime. Bastava poco e lui tendeva il suo tranello, trasportando chi lo ascoltava per ore, nella sua reggia mentale di aneddoti, storie, incantesimi e lasciando per sempre il segno del genio.