SPECIALE/CULTURA/ Nel “giardino” di Amara Lakhous

di Letizia Airos Soria

Piazza: il Ministero degli Esteri ha identificato in questo luogo il foro di comunicazione italiano per eccellenza e ne ha fatto il tema di quest'anno. La piazza per incontrarsi, per comunicare, per divertirsi e litigare. Si fa di tutto in piazza, e lo si fa in italiano.

Ed è l'italiano - con le sue declinature, il lessico, le (s)grammature, i "detti" legati alla vita in piazza - che ha aperto l'appuntamento di martedì all'Istituto di Cultura di New York. "Bello in fasce, brutto in piazza", "Va in piazza e ppija consijo, aritorna a ccasa e ffa ccome te pare": solo due esempi di un decalogo che sembra quasi infinito e che lo studioso Herman Haller (Cuny) ha raccolto e letto per introdurre il dibattito organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura lo scorso martedì.

Il lessico ha infatti lasciato spazio all'interpretazione di due speakers d'eccezione: Amara Lakhous, scrittore e giornalista italo-algerino, negli Stati Uniti per presentare il suo nuovo romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e, Giancarlo Dillena, italianofono di nazionalità svizzera, direttore del "Corriere del Ticino".

I due ospiti hanno parlato del loro rapporto con la piazza, ma prima di tutto con la lingua italiana. Per uno, strumento di identificazione in un Paese che conta soltanto 300.000 italianofoni su 7 milioni; per l'altro, una nuova "madre", aiuto indispensabile per vivere la condizione di immigrato in Italia.

Così due storie apparentemente lontane, sono diventate una il controaltare dell'altra. Il rifiuto della ghettizzazione è chiave essenziale per l'accettazione prima della identità altrui, ma soprattutto, di quella personale. Soltanto guardandosi allo specchio e scoprendo la propria identità, dice Lakhous, è possibile scoprire quella altrui.

E' stata una settimana ricca di appuntamenti quella di Amara Lakhous (un altro ancora all'Istituto di Cultura con Ann Goldstein e Lorain Adams) che ha presentato la traduzione in inglese di "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio". Il romanzo, che racconta la vita di un gruppo di immigrati, ha attirato moltissima attenzione in Italia, su tematiche che negli ultimi anni hanno assunto una dimensione delicata e spesso controversa.

Ci siamo fermati con lui per uno scambio di idee, più che per un'intervista, convinti che il suo romanzo e la sua esperienza personale di immigrato possano scuotere anche la realtà americana. Negli occhi lo sguardo profondo dei suoi conterranei, nei suoi modi una grande grinta ma anche pacatezza. Amara, che vive in Italia da tredici anni, ci dice quasi subito con orgoglio: «Ho la cittadinanza italiana da quattro mesi e mi definisco italo-algerino».

«E' la prima volta che vengo a New York. E' la più grande città che abbia mai visto. Algeri è un quartiere in confronto. La mia vita a piazza Vittorio, sotto certi aspetti, era simile che a quella che facevo nel mio Paese. Ma lì ho anche trovato quello che io definisco il laboratorio culturale e sociale del mondo del futuro. E si può dire che New York è il futuro del mondo. A New York ci si perde nelle culture, nelle strade, nella storia. Questa posto è un'anticipazione di quello che potrebbe diventare l'Italia tra qualche anno».

E raccontando le sue passeggiate per Manhattan: «Quando uno come me cammina per le strade italiane si sente in una condizione di minoranza, instabile. C'è un rapporto delicato, difficile e a volte ostile con quello che hai intorno. Qui, almeno in apparenza, non ho provato questa sensazione. Mi sono sentito subito alla pari».

Ma per lui l'Italia è anche luogo di libertà, luogo che lo ha accolto e salvato: «Io sono scappato, come scappavano gli antifascisti dall'Italia, e ho trovato una grande possibilità di continuare a vivere e fare le cose che mi piacevano. Mi sono iscritto all'università. Ho imparato l'italiano e grazie all'Italia sono riuscito a ricostruire lo strappo con l'Algeria».

Il rapporto con la lingua italiana per Laukhos è fondamentale. «Si conquista la libertà attraverso una lingua. E' un potere. Vuol dire dotarsi di mezzo potente per sopravviere e vivere meglio e farsi valere come persona. Se vogliamo forzare un detto: dimmi come parli e ti dirò chi sei. Il modo di parlare offre uno status. Non è un mezzo come sono gli occhiali, è un modo di guardare. Pensi la lingua, ci entri in confidenza e così accogli l'anima di un popolo, conquisti una parte dell'identità di una cultura. Poi cambia il rapporto con la tua lingua madre, il modo di parlare, di pensare. E la cosa bella è che anche tu cambi la lingua che acquisisci».

Parla con grande semplicità della sua storia, del rapporto con il suoi conterranei, si sente in ogni parola, virgola, accento, l'intensità di un vissuto in prima persona che rende impossibile qualsiasi retorica.

«Oggi nel mondo arabo c'è una crisi profonda, il fondamentalismo è sfociato nel terrorismo. Anche se Paesi come l'Algeria hanno subito per anni attentati e stragi, si è cominciato a parlare di terrorismo a livello globale solo dopo l'11 settembre.

Ora nei paesi arabi viviamo una contraddizione massacrante, i regimi corrotti fanno fuori le voci che possono dare una vera alternativa con un'opposizione intellettuale.

Come facciamo a riformare e democratizzare il mondo arabo? Io credo che gli immigrati abbiano una grande opportunità. Quella di vivere la democrazia nella vita quotidiana, di vivere l'Islam come dimensione spirituale e non politica. Di vivere la religione come dimensione privata e produrre un modello.

Oggi viviamo nella globalizzazione, comunichiamo gratis con i parenti lontani. Via Skype per esempio io parlo con mia madre. I regimi non possono praticare la censura a lungo. Io sono ottimista. L'Europa è poi vicina al mondo arabo, ha rapporti e memorie in comune. Gli immigrati musulmani possono diventare elementi di mediazione e democratizzazione».

Nel titolo del suo romanzo il riferimento allo scontro di civiltà, teorizzato da Samuel Huntington, è volutamente ironico: «E' una definizione che ha fatto male. Ancora di più perchè amplificata dai media. Huntington ha soprattutto una responsabilità, quella della scelta del titolo. Civiltà che si scontrano? Uno sbaglio. Se vogliamo dire che civiltà è cultura, è poesia, allora io non ho mai sentito parlare di uno scontro tra poeti italiani e libanesi. Gli scontri sono sul petrolio, per il potere... Le civiltà non si scontrano. Nessuna civiltà è nata dal nulla, ha preso da quella precedente e ha dato a quella successiva. La teoria di scontro delle civiltà, dopo l'11 settembre, è diventata davvero una ricetta gastronomica. Nel senso che è semplice. Con ingredienti apparentemente chiari. Si da per scontato l'esistenza di due blocchi definiti, da una parte l'Occidente e da una parte il mondo musulmano. E' un errore, il mondo musulmano non è un blocco unico e l'Occidente non è un blocco unico. Tra Stati Uniti e Europa ci sono delle differenze. Tra Italia e Olanda ci sono differenze. In Spagna ci sono i matrimoni gay, in Olanda l'eutanasia... Lo stesso vale per il mondo musulmano, arabo, ci sono differenze grandissime. Con il mio romanzo ho cercato di far capire che lo "scontro di civiltà" è un pretesto per giustificare scelte politiche ed economiche».

Dice di aver scelto di non parlare mai direttamente di politica nei suoi romanzi, ma tra le pagine del suo libro è evidente la consapevolezza della forza sociale che può avere la letteratura. Gli ricordiamo la potenza di Gomorra, del romanzo di Saviano, efficace per combattere/impaurire la camorra più di ogni altro mezzo.

«La letteratura è potente perchè passa dall'astratto al concreto. Il pregio di Saviano è di raccontare storie di persone reali, uno quando legge non può rimanere indifferente, deve prendere posizione. O si identifica in alcuni personaggi o prende le distanze. Cosi leggendo Gomorra un lettore onesto non può non rifiutare il "sistema". Non può che avere ripugnanza, disgusto. La letteratura ha questa forza: non ti lascia indifferente».

E non si può non parlare con lui del difficile rapporto che gli italiani continuano ad avere con la loro storia di immigrazione...

«Il rapporto con la memoria è delicato. Perchè quando noi cerchiamo di ricordare il passato, viviamo due difficoltà. Se ciò che abbiamo vissuto è negativo, ricordare vuol dire riviverlo, se è positivo, diventa un rimpianto ed è comunque tristezza.

E' un grosso problema. Non c‘è una via d'uscita, dobbiamo guardare questa memoria in faccia e assumerci delle responsabilità, mettendo anche in conto di soffrire. Ecco perchè uso la metafora del "giardino della memoria". Un giardino se lo hai, lo devi curare

Ha bisogno di acqua, di togliere le erbacce. Se noi non curiamo la memoria rischiamo di trovarci con una discarica. Gli italiani sono stati emigrati, hanno prodotto tante cose positive, basti pensare alle rimesse.... Poi hanno fatto studiare i loro figli, sono diventati importanti, si sono aperti al mondo, ma ci sono anche cose negative come la mafia ad esempio, come il ricordo di una grande povertà... Mi ha colpito una signora che ho conosciuto qui: mi ha detto che fino a qualche anno fa non voleva sentirsi attribuire la definizione di italo-americana...».

Amara Lakhous sta lavorando ad un nuovo romanzo: «Lo sto facendo direttamente in italiano. ‘Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio' l'avevo prima scritto in arabo, per poi riscriverlo in italiano. Anche questa storia è ambientata nell'Italia di oggi, ma fa riferimento all'esperienza di immigrazione italiana all'estero e all'interno dell'Italia...».

Presto uscirà anche un film tratto dal suo libro: «Non ho partecipato alla sceneggiatura. Non mi hanno coinvolto come avrei voluto. E' diverso dalla storia del mio romanzo, ci sono due personaggi nuovi. Ma il cinema è una cosa, la letteratura un'altra. Il messaggio del mio romanzo passerà anche così».