Che si dice in Italia

Soldi ma a certe condizioni

di Gabriella Patti

Martedì scorso vi saranno fischiate le orecchie. Perché a Roma, per tutta la giornata, si è parlato di voi. Cioè degli italiani che vivono all'estero e che sono lettori di giornali come America Oggi. Per la verità, si è parlato soprattutto di soldi. Il tema del convegno, organizzato dall'agenzia News Italia Press, Radio radicale, Rai International e Rainews 24 riguardava infatti il sistema delle provvidenze all'informazione italiana all'estero. Insomma: si è discusso - anche animatamente, potete immaginarlo - dei finanziamenti pubblici che servono a far vivere, o sopravvivere, la cosiddetta stampa all'estero. Già: soltanto la carta stampata. E questo è il primo grosso problema emerso durante i lavori. Attualmente i contributi di Stato vengono dati ai periodici, ai quotidiani, alle grandi agenzie e a quelle specializzate. Rimane, così, escluso il settore radiotelevisivo e quello multimediale che, inutile sottolinearlo, sono davvero decisivi per la comunicazione internazionale. Bisogna allargare i contributi anche a loro, si è sentito dire da più parti durante la lunga giornata romana. Giusto. In tempi di magra come questi, però, è difficile che possano arrivare altri soldi. Certo: in Parlamento sono stati depositati disegni di legge che addirittura propongono un raddoppio dei contributi. Ma è difficile che ciò avvenga. I parlamentari eletti nelle circoscrizioni estere lo hanno detto con molta franchezza nei loro interventi: gli aiuti ai giornali italiani all'estero non sono un tema verso il quale la sensibilità collettiva sia condivisa.

Allora, che fare? Dal convegno sono venute alcune possibili ricette. Innanzitutto, un intervento pratico. Occorre verificare più accortamente le certificazioni che, per legge, ogni giornale deve presentare se vuole avere i contributi. Un controllo importante è quello da parte dei Consoli. Tra i relatori alla riunione di Roma in molti hanno detto che può capitare che «i Consoli si facciano intenerire, tanto i soldi non sono loro».

La seconda ricetta è invece strategico-programmatica. Più o meno tutti sono stati d'accordo nel convenire che va ripensato il significato dell'informazione italiana all'estero. Innanzitutto: la comunicazione non può essere solo monodirezionale, limitata cioè alle notizie che interessano la comunità locale e a quelle che arrivano dall'Italia dai canali ufficiali. All'estero c'è tutto un mondo italico - professionale, economico, culturale - che vive, prospera e fa network. Ma di cui l'Italia spesso non sa praticamente nulla e guarda alle comunità all'estero con una visione stereotipata. I media italici, sia cartacei sia radioelevisivi e multimediali, hanno enormi potenziali per garantire un ritorno economico e, nel contempo, contribuire a rafforzare i legami tra le due Italie. Una proposta interessante, fra le tante, l'ha fatta l'editore di un giornale di Fiume: "Perché i contributi che si danno ai quotidiani, a quelli italiani in Italia, non si vincolano anche a una presenza di contenuti riguardante la comunità italiana all'estero?"

Altro argomento scottante: in che lingua comunicare? In italiano, usando i nostri giornali anche come strumenti di apprendimento da distribuire nelle Università locali (è quanto avviene, per esempio, proprio con America Oggi). O nella lingua locale, vista l'integrazione delle nostre comunità nei nuovi paesi d'elezione? Molti dei partecipanti si sono espressi per il mantenimento della lingua italiana, con apertura di finestre in lingua locale per raggiungere i più giovani. Anche perché, ancora una volta, c'è di mezzo la questione dei contributi che Roma limita ai media in italiano.