SPECIALE/MOSTRA/ Bottiglie d'autore

di Olivia Fincato

"Alla fine quello che resta della mia vita è una bottiglia bianca..." scriveva Giorgio Moranti in una lettera prima di morire.

Ed è ripetendo queste parole che il direttore Renato Miracco, curatore insieme a Maria Cristina Bandera della retrospettiva Giorgio Morandi 1860-1964 al Metropolitan Museum of Art, ha creato un momento di grande intensità e intimità emotiva tra il gruppo proveniente dall'Emilia Romagna, lo scorso martedì, dinnanzi ad una delle nature morte dell'artista bolognese.

«Spesso mi commuovo di fronte a quest'opera» continua il direttore «tra la bottiglia e la ciotola esiste una relazione intima, quasi d'amore; la ciotola poggia sulla bottiglia e le due comunicano, in silenzio. Morandi probabilmente vi dirà qualcosa di voi stessi, se avete l'umiltà di guardarlo con occhi diversi».Tra i visitatori romagnoli nessuno parla, sono tutti attenti a seguire con sguardo e cuore Miracco che conduce fisicamente e spiritualmente dentro l'opera, spogliandola di quello stereotipo di monotonia e ridonandole anima, avvicinandosi alla profondità di Morandi.«Fino in America dovevamo venire per conoscere un artista di casa» bisbiglia qualcuno del gruppo e come non dargli ragione. Grazie a questa immensa raccolta di opere di Morandi (in mostra al Met ma anche all'Istituto della Cultura Italiana e a Casa Zerilli Marimò) la ripetitività, per alcuni quasi noiosa, del cosiddetto "artista delle bottiglie" diviene motivo di un'indagine profonda.

Il pubblico è trasportato nel suo studio, quello che da molti era considerato la " prigione" e dialoga con quegli oggetti, attori indiscussi dei suoi quadri. Ogni tela differisce, cambia la distanza tra i protagonisti, cambia la luce, le ombre, la materia, cambiano i rapporti di dimensione e di grandezza, a seconda della prospettiva emotiva dell'artista. «Morandi dipingeva con luce diversa a seconda delle stagioni. Dal primo scaffale delle mensole gli oggetti entrano in scena, poi scendono nel secondo scaffale, ed ogni volta nascono rapporti emotivi diversi» spiega Miracco «dalla realtà si passa ad una dimensione metafisica, onirica, di sogno».Grazie a questa importante retrospettiva possiamo dunque capire cosa Morandi intendeva con il "Balenio delle luci ordinarie", oggetti comuni e semplici che sono messi in relazione tra di loro e "fanno scintille" per donarci una nuova illuminazione.

Giancarlo Morisi insieme a Paola Balestra, entrambi referenti di Bologna Incoming, Tour Operator che si occupa della promozione turistica della regione Emilia Romagna, commentano «Ora abbiamo visto cosa c'è dentro e intorno le sue bottiglie» e continuano

«Quando la mostra verrà portata al Mambo di Bologna il prossimo gennaio, ci sarà l'apertura della Casa di Morandi e presso l'omonimo Museo ci sarà la presentazione di una nuova installazione che ricrea il suo studio, tutto questo grazie alla preziosa donazione della sorella dell'artista». Al tour erano presenti anche il Presidente di Città d'Arte Emilia Romagna, Mario Lugli, insieme alla responsabile marketing Isabella Amaduzzi che ha aggiunto, a fine visita: «Occorre sempre fare qualcosa di più per apprezzare un grande maestro. Con quest'esposizione abbiamo ricevuto una visione "internazionale" del pittore che non avevamo prima, un'apertura che lo rende contemporaneo e universale».

Il tour si conclude al punto d'inzio dello spazio che ospita la retrospettiva, la Robert Lehman Wing. «Come avete potuto vedere le persone sono convogliate alla mostra tramite scorci diversi. Grazie a questa sala circolare abbiamo potuto offrire diverse visioni delle opere esposte» conclude Miracco guardando ad una delle ultime opere di Morandi.

«Questa ad esempio è stata fatta appena prima la sua morte, sono gli stessi oggetti ma visti con una visione completamente differente. L'artista, appena realizzata, aveva detto ‘Mi dispiacerebbe morire proprio ora perché sono all'inizio di una nuova ricerca'».Grazie quindi allo spazio circolare del Met e agli infiniti angoli attraverso cui possiamo osservare le opere esposte, ci riconduciamo immediatamente al pensiero del grande maestro bolognese, un pensiero infinito, che non si esaurisce e cambia perpetuo, nello studio dell'apparente identico e del profondo eterno mutare.