PRIMO PIANO/INTERVISTA/ Un “rocker di strada” per Bologna

di Valentina Soluri

Per ogni fenomeno locale che tramonta, ce n'è uno che sorge. È così a Bologna, dove il sindaco Sergio Cofferati annuncia, tra gli sbuffi dello staff del Comune, che ha cambiato idea e che non si ricandiderà alle elezioni del 2009 per un motivo strettamente personale: la lontananza dalla compagna Raffaella Rocca e dal secondo figlio Edoardo, di pochi mesi, che vivono a Genova. Termina così l'utopia di una città ex-rossa guidata da un ex sindacalista illuminato: un ideale sfumato, si potrebbe dire oggi, per colpa di una certa freddezza diplomatica, anche se elegante, nei modi e nelle scelte del Cinese, che male si sono integrati con il carattere sanguigno degli emiliani.

Nel vuoto, per un attimo caotico, dell'inaspettato post-Cofferati, e prima che il Pd, avvisato già martedì 7 Ottobre, suggerisca il proprio nome unitario, l'ultima frontiera del voto amministrativo è prospettata dalla candidatura del localissimo fenomeno Beppe Maniglia, musicista, body builder e icona folkloristica del centro storico.

Sessantacinque anni, definito un "rocker di strada", Beppe Maniglia è ben conosciuto da chiunque abbia passeggiato per Piazza Maggiore negli ultimi trenta, forse quarant'anni. D'inverno e d'estate, apparentemente invulnerabile al freddo, Beppe ha suonato la chitarra elettrica per un paio di generazioni, affiancato da una Harley Davidson; negli anni '80, guadagna una certa popolarità apparendo in televisione con una performance forzuta, e diventa famoso gonfiando le borse d'acqua fino a farle scoppiare. La sua prossima candidatura è per lo più ignorata dai media, ma Beppe non si dà per vinto ed è certo di potere ampliare il proprio bacino di voti nei prossimi mesi, con una lista indipendente.

Salutato con entusiasmo da una qualche fetta dell'elettorato anti-partitico (o nella tradizione della città, da quello scanzonatamente anarchico), il chitarrista riserva però delle sorprese: non creda il "pubblico" che il suo primo intento sia quello di favorire il consumo di alcool dopo le dieci, le street parades o i centri sociali. "Tutti chiusi subito, dentro ci faccio degli asili, mi sembra un'idea migliore", chiarisce immediatamente un candidato che in molti vorrebbero vedere come un rientro in grande stile della provocazione politica, assopita dall'amministrazione di Forza Italia e dalla convivenza glaciale di Cofferati, ma che non si lascia cucire addosso ruoli da nessuno, sicuramente non dalla sinistra che definisce una "piaga della società".

Il modello potrebbe definirsi forzista (e Maniglia non nasconde affatto una stima abbastanza incondizionata per Berlusconi), ma le sue prospettive per la città si spingono molto oltre e propongono l'idea di un comune a se stante, economicamente autonomo e governato con il pugno di ferro, seppur bonario. "La mia idea è che nessuno entri a Bologna, se non rispetta le regole. Tutti fuori: possono andare a San Lazzaro, a Casalecchio (località immediatamente limitrofe); saranno poi gli altri sindaci a doversi adeguare, altro che accoglienza. Guarda Treviso. Gente che non lavora, che chiede l'elemosina: se non può lavorare viene aiutata, ma se è giovane, o lavora o se ne va."

Da dove può essere nato l'equivoco? Come possibile sfidante dei partiti maggiori, Maniglia si è forse già guadagnato il voto di alcune centinaia di giovani che rimpiangono i tempi in cui si faceva casino e le ronde cofferatiane non punivano i bicchieri di plastica in mano: non che questi siano tutti di sinistra, ma forse più a sinistra che a destra ha preso piede l'idea di una candidatura goliardica, nata dal "peggio di Cofferati non può essere" e dalla protesta cittadina; come tale, destinata a restituire la città agli studenti e ai venditori di Piazza Grande. Lontanissimi dal vero: di un possibile elettorato "comunista", Beppe dice a chiare lettere che "non gliene frega niente".

E non è soltanto la disciplina il suo obiettivo. "Per risolvere i problemi di questa città, la nostra città, ci vuole essenzialmente della sana follia e del coraggio. Due doti che a me non fanno difetto", ha scritto Beppe in una breve dichiarazione di intenti che mi consegna, scritta a mano.

Mi riceve nel bar della sua palestra, le formalità sono poche, il nostro colloquio consiste soprattutto di un lungo elenco di ciò che non funziona. Ho il sospetto che, mentre parliamo, qualcosa di me lo convinca a credere che appartengo a quei "comunisti" tra i quali annovera indistintamente Prodi, Cofferati, i rom e i fuorisede. Forse mi crede anche una fuorisede (sul lavoro contengo l'accento): il suo imbarazzo è palpabile mentre crede di stare rilasciando un'intervista ad una pericolosa straniera rossa. Solo verso la fine si scioglie, comprende che la mia posizione è apartitica, forse non comprende ancora perché le mie domande tradiscano comunque un certo scetticismo per i punti del programma che, più che frutto di "coraggio", sembrano parti della pura follia.

Ad esempio una piscina pubblica in Piazza Maggiore (il cosiddetto "Crescentone"), i parcheggi gratuiti in tutto il centro storico e persino le strisce rossoblu che delineeranno i confini della città. Ma non crede che, qualora venisse eletto, la giunta stessa saboterebbe le iniziative più vistose? "No, no, no, sono io che comando", risponde senza indugio. "Qualsiasi cosa verrà fatta, passerà prima dal mio ufficio. E può stare sicura che io non rubo a nessuno, e assieme a me comunque avrò persone molto valide, un professore universitario, un famoso medico, un endocrinologo. E poi gente del settore, che ha lavorato nella manutenzione, nella gestione dei rifiuti, meccanici, persone normali. Molti giovani, tutte persone che vivono a Bologna e conoscono i problemi di Bologna". E Guazzaloca, per esempio? "Non mi piace perché sono vegetariano. Vorremmo rieleggere una persona che di mestiere ammazza gli animali?".

Maniglia mi saluta raccomandandomi di stare lontana dai partiti. Ma anche di non avercela con Berlusconi: "lui è una brava persona, lo conosco, faceva il piano bar". Fisico statuario, da trentenne, Beppe Maniglia si potrebbe definire paradossalmente una persona molto all'antica: come sindaco, vorrebbe curare le nuove generazioni con i circoli musicali, un sistema di regole rigide e il lavoro. Ai suoi tempi, racconta, i giovani suonavano e si divertivano dove e quando era permesso, non avevano tanti grilli per la testa; ma delle cause non discute, delle complicazioni non si cura, e sulla soluzione è ben sicuro: più vigili nelle strade, multe più salate, un capo carismatico che non si lasci condizionare dalle influenze politiche e un consiglio chiuso al favoritismo o alla corruzione. Ritiene che i ricchi, i nobili, non rubino: ma come, e i vari furbetti del quartiere? "Attenta, tu parli di arricchiti. Un conte, un principe, non ruberanno mai". Sogna una monarchia, un'aristocrazia? "Non lo so, ci vorrebbe un dittatore, ma uno con la testa. Guarda Montecarlo: tutto funziona, tutto pulito. Lì comanda il principe, e le regole si rispettano. Tutti i miei progetti sono realizzabili, in un mese, perché i fondi ci sono: noi non rubiamo. I soldi bastano e avanzano; l'amministrazione si mette in tasca dei milioni. Con le consulenze esterne i soldi spariscono di qua e di là".

Tornando a Cofferati, così il Cinese lascerà: come passa il tempo, amarcord ancora la gita a Roma, a vent'anni, in treno, stipati, per l'articolo 18: ho persino un video. Oggi, in una sala stampa gremita e in una bella giornata di sole, il primo cittadino ripete e ribadisce che vuole solo fare il papà: Bologna-Genova, per un bambino, e anche per un sindaco, è una distanza troppo lunga da percorrere ogni volta che si vorrebbe. "Ma non sarebbe stato possibile, volendolo, trasferire qui l'attività della sua compagna e la sua famiglia?", gli chiediamo. A domanda semplice, risposta ineccepibile: "no, per due ragioni. La prima è che tra le esigenze della mia compagna, anche dal punto di vista professionale, quelle di mio figlio e le mie, credo siano più importanti le loro. La seconda è che c'è stato chi ha detto e scritto che io volessi trovare lavoro a mia moglie a Bologna. Raffaella merita rispetto, credo che l'ipotesi possa essere scartata direttamente per queste due ragioni." Un gesto nobile (senza ironia), quello di Cofferati: rifiutare un impiego per la compagna, impiego che sarebbe stato sicuramente possibile, per motivi di decenza.

Forse una critica velatissima a quello stesso sistema di clientelismi che denunciava, in fondo, anche Beppe Maniglia.

Intanto, mentre a Palazzo D'Accursio il sindaco in carica introduce la possibilità di un prossimo candidato o di una candidata, nella stampa c'è già chi mormora il nome di Prodi o persino della signora Flavia; si diceva, pochi giorni fa, che peggio di Cofferati non avrebbe potuto essere.