A modo mio

Al confine sirolibanese

di Luigi Troiani

Ho viaggiato per ragioni di lavoro, questa settimana, tra Siria e Libano, un luogo essenziale nella costruzione della pace ai nostri tempi. Guardando intorno, parlando con la gente, cercando di capire anche ciò che non mi era dato di scorgere ma che sapevo esistere per certo (ad esempio il nuovo recente ammasso di truppe siriane sulle colline che dominano il fiume Kabir), mi è venuto di pensare a come le opinioni pubbliche, nel rapporto con le situazioni di crisi, continuino a farsi manipolare dagli interessi dei leader.

Si accetta che la rilevanza strategica di un territorio sia quotata a seconda delle stagioni politiche: ne viene sfacciatamente esaltata, o al contrario pudicamente ricoperta l'obiettività geoeconomica e geopolitica, quasi che, nelle relazioni internazionali, non si dessero più fatti di struttura ma solo episodi da lanciare in prima pagina o "vendere" nella continua compagna elettorale delle nostre democrazie.

In questa fase, il confine siro libanese riceve poca attenzione; è spacciato come luogo di non crisi, perché l'impegno è a regolare, nella regione, Iraq, Afghanistan e Iran. E però quel tratto di Medio Oriente costituisce un topos strutturale inevitabile dalla politica internazionale, con cui occorrerebbe fare conti definitivi per una serie di ragioni, non ultima quella che Israele è a un tiro di schioppo, anzi nel caso del Golan è ospite indesiderato in casa siriana. Non risolvere la tensione che agita il triangolo Israele, Siria, Libano, significa garantire al sistema internazionale incapacità a soddisfare il bisogno di pacificazione in Medio Oriente. Non è casuale che dentro quel triangolo da anni si vadano posizionando, alla ricerca del controllo del territorio, tutte le fazioni del mondo arabo.

La richiesta di soluzione arriva in particolare dalla debolezza libanese (società e stato), sottoposta a opposte sollecitazioni religiose, politiche, militari, ridotta ad autentico vaso di coccio nel mezzo di regimi e fazioni dai denti ben affilati e pronti a colpire.

Gli ultimi mesi di scontri tra maggioranza sunnita e minoranza alawita intorno Tripoli, ad esempio, non sono estranei al rinnovato dispiegamento siriano al confine: gli alawiti esprimono il controllo di quattro decenni della Siria, attraverso Assad padre e figlio. Assad figlio ha informato, durante l'invasione russa della Georgia, che il caso del nord libanese non è dissimile da quello dei territori georgiani disputati da Mosca.

Con queste premesse, non è dispiaciuto assistere all'annuncio, martedì, della disponibilità siriana all'apertura di relazioni diplomatiche con il Libano. Al tempo stesso, è risultata gradita la conferma, a Damasco, di colloqui indiretti avviati dalla Siria con Israele. Si tratta di due episodi inevitabili, sul piano formale, per costruire un'ipotesi di assetto stabile in zona.

Non rassicura, al contrario, la notizia ascoltata negli ambienti finanziari di Damasco, su una possibile joint venture tra la Banca commerciale di Siria e la banca iraniana Saderat. Si tratta di due istituti sotto sanzione statunitense, il primo per azioni di money laundering legate al petrolio iracheno che avrebbero favorito gruppi terroristici, il secondo per aver trasferito centinaia di milioni di dollari ai militanti sciiti Hezbollah attivi in Libano.

Mentre percorrevo in macchina le due ore che separano Damasco da Beirut, pensavo anche alla gaffe televisiva dell'"esperto" Joe Biden sugli Hezbollah, rilevata da Wall Street Journal dopo il dibattito tra candidati vicepresidenti. Difficile per l'America decidere bene in Medio oriente, con simile incompetenza ai piani alti.