Il rimpatriato

Strane quelle leggi

di Franco Pantarelli

Silvio Berlusconi, si sa, è quello che quando "scese in campo", ormai quasi quindici anni fa, si lasciò sfuggire in un colloquio con Enzo Biagi e Indro Montanelli che era costretto a farlo "per non finire in galera", dopo che il suo principale protettore politico, Bettino Craxi, era finito in disgrazia. E infatti dopo la sua vittoria del 1994 partì subito con il decreto che prese il nome di "colpo di spugna" (sulle indagni in corso che lo riguardavano) o addirittura "salva ladri". Non gli andò bene. Il Paese ancora scosso da Tangentopoli aveva conservato una buona capacità di vigilanza, la maggioranza che sosteneva il suo governo era risicata e divisa, lui fu costretto a ritirare il decreto e poco dopo perse anche il governo, causato dal "ribaltone" della Lega Nord. Poi però, nel 2001, gli andò bene. La maggioranza che riuscì a conquistare era ampia e solida, la Lega era più ubbidiente e fu un lungo stillicidio di leggi su misura per insabbiare i tanti processi in cui lui e i suoi amici erano coinvolti. Ora che è tornato al potere si è letteralmente scatenato.

Da quando è stato eletto, nell'aprile scorso, sono già sei - una al mese - le leggi su misura che si è fatto approvare per bloccare gli ultimi processi ancora in corso. Grazie al fatto che la sua maggioranza è ancora più forte numericamente e per di più formata da persone che lui ha potuto "scegliere" grazie all'ultima legge elettorale ad hoc che aveva fatto approvare prima di abbandonare il governo nel 2006, ma anche grazie a un'altra cosa che fa presagire un futuro molto grigio, e cioè il demoralizzato sfilacciamento dell'opposizione e il venir meno della vigilanza dell'opinione pubblica. Una prova palese di ciò si è avuta pochi giorni fa, in occasione della settima legge su misura. Tecnicamente, faceva parte del "pacchetto" di leggi ad hoc necessario al cosiddetto salvataggio dell'Alitalia. Siccome non di un salvataggio si è trattato ma di un vero e proprio "regalo" fatto a un gruppo di imprenditori in cambio di un loro modesto investimento, e siccome in base alle leggi esistenti l'operazione non poteva essere compiuta (in realtà ancora non lo è), ecco arrivare una legge che rovescia le norme sulla concorrenza (quelle che impedivano alla Stato di "aiutare" a fondo perduto un'impresa privata), un'altra che consente di agire in regime di monopolio (la rotta Roma-Milano è riservata esclusivamente alla "nuova" Alitalia, cosa proibita dalle norme dell'Unione europea) e un'altra destinata a salvare i manager responsabili della bancarotta dell'Alitalia, per "prevenire" le indagini che la magistratura sta compiendo per ricostruire l'accaduto. Ed è proprio quest'ultima legge a mettere a nudo la situazione che più allarmante non potrebbe essere.

Il "profilo" dei manager da salvare, infatti, appartiene a quello di coloro che hanno portato l'Alitalia alla rovina ma è anche gemello di quelli che hanno portato alla rovina la Parmalat e la Cirio, e cioè Callisto Tanzi e Sergio Cragnotti, responsabili di avere ridotto in miseria migliaia di piccoli risparmiatori, in combutta con il banchiere Cesare Geronzi, anche lui sotto processo. Salvare i manager dell'Alitalia vuol dire salvare anche loro. Una giornalista televisiva, Milena Gabanelli, e un giornale, La Repubblica, rendono la cosa pubblica, lo scandalo scoppia, perfino il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, minaccia di dimettersi se quella legge non sarà cambiata e la cosa si blocca. Dopo avere vissuto a lungo nel Paese del Washington Post e del New York Times, mi rallegro moltissimo che anche in Italia ci sia qualche giornalista capace di portare alla luce le malefatte del potere, ma in questo caso non serviva nessun "investigative reporter" e nessuna "gola profonda". Bastava leggere cosa c'era scritto su quella legge che stava per essere approvata. Perché la valente collega Gabanelli lo ha fatto e i deputati dell'opposizione, il cui compito precipuo è di controllare l'operato del governo, non lo hanno fatto?