SPECIALE/CONFERENZE/ Fiac, per voltare pagina

di Peter Carravetta*

Il convegno Forum in Italian American Criticism, o FIAC, da me organizzato e realizzato con l'appoggio della National Italian Foundation (NIAF) e il John D. Calandra Italian American Institute, e con contributi anche del Center for Italian Studies, il Dean di Arts & Sciences e il Preside di Lingue Europee a Stony Brook University, ha concluso i suoi lavori sabato 4 ottobre, dopo due giorni intensissimi di relazioni e di scambi ad alto livello critico. Il Forum aveva obiettivi precisi: dopo oltre venti anni durante i quali la comunità intellettuale italoamericana ha conseguito risultati e traguardi notevolissimi, come per esempio l'istituzione di diverse cattedre universitarie, la crescita e ormai indiscussa presenza nel campo delle lettere, del teatro e della poesia, e una serie ininterrotta di convegni e di incontri culturali e accademici nelle maggiori città americane, si chiedeva ai convegnisti di fare il punto sulla situazione attuale della comunità sullo sfondo di radicali mutamenti sociali, politici ed economici avvenuti negli ultimi sei o sette anni. I miei ospiti non hanno deluso.

Alla consueta lamentela sulla inesorabile estinzione delle Little Italies hanno risposto due interventi. Per il sociologo Jerry Krase, con un articolata geografia storica delle vicende dell'idea di identità che da sempre pare si dovesse abbinare al rione, alla ricostruzione del paesino di origine nelle grandi metropoli, le piccole Italie sono invece da intravedere e ricuperare a un livello molecolare, rizomatico, cioè attraverso segni-simboli (come una insegna luminosa, una statuetta religiosa, un bidone tricolore e altri e tali spesso banali indizi, ) che rivelano la presenza di italiani di seconda o terza generazione un po' dappertutto, spesso in commistione con altri gruppi etnici. Con l'ausilio di oltre ottanta immagini di abitazioni da lui personalmente raccolte su quattro continenti, Krase dimostró che bisogna abbracciare una idea di italianità molto più elastica, ibrida, da non valutare come dispersione o scadenza di gusto o tradizione quanto piuttosto come indice di vitalità e di capacità di rinnovazione e di creatività. Conclusione: l'identità non va sempre o più, come il nazionalismo dell'Ottocento, legata al territorio, a uno spazio urbano circoscritto.

Per il professore Robert Viscusi, partendo da una metafora geologica, cioè l'effetto glaciazioni, lo scomparire delle piccole Italie va visto alla stregua di inesorabili spostamenti e riconfigurazioni sociali i quali se da un lato sembrare trasformare la fisionomia urbana in qualcosa di diverso, essi lasciano sempre una traccia e, ancora più rilevante, alterano il paesaggio circostante, in certo senso inserendosi nella memoria collettiva dell'intero paese. L'esempio classico è fornito dall' Italian Harlem, del quale dopo mezzo secolo rimane solo una chiesa e una processione annuale in cui partecipano ormai altre etnie che a loro volta ne hanno trasformato i riti e le funzioni, tuttavia a livello sociostorico, a livello urbanistico, a livello folclorico, ci sarà sempre una Little Italy. L'idea, dunque, è di mettere al bando la facile e acritica nostalgia di chi non sa affrontare l'incessante e necessaria trasformazione della società in cui viviamo. Infatti, qualora le piccole Italie diventassero parodie di sé stesse, forse è meglio che scompaiano del tutto.

Su un altro fronte, l'intervento di Sebastiano Martelli ha messo in rilievo come gli studi italoamericani debbano confrontarsi con i paralleli ma storicamente più recenti sviluppi in Italia di una cultura dell'immigrazione, situazione che quasi automaticamente impone delle domande di autoriflessione a enti professionali e accademici italiani, nonché del pubblico in generale, ai fini di rivedere le proprie categorie critiche e presupposti concettuali. Ma se gli italomericani, che scrivono in inglese, hanno impiegato oltre mezzo secolo per affiorare ed imporsi nella cultura dominante, è verosimile che la cultura degli immigrati in Italia dovrà lottare ancora per qualche tempo. Tuttavia, noi da questa parte possiamo offrire cruciali ausili interpretativi e modelli storiografici onde evitare che i nostril colleghi d'oltreoceano ricadano in vedute sommarie e riduttive dell'apporto dei nuovi italofoni. La D'Amato Chair conta di organizzare un incontro su questo tema l'anno venturo.

Le condizioni d'ibridismo congenito, di plurilinguismo spontaneo, e della malleabilità dei segni identitari, aspetti che militano contro l'insostenibilità di una concezione monolitica e mercificabile degli italomericani, sono state elaborate da diversi partecipanti, tra i quali l'italocanadese Donato Santeramo, il cubano-americano Gustavo Pérez Firmat, e Martino Marazzi dell'Università di Milano. E sulla stessa frequenza d'onda, ma con un raggio cronistorico più ampio, abbiamo sentito Renate Holub di Berkeley e William Boelhower della Louisiana State. Quest'ultimo ha inserito la problematica delle culture italoamericane - perché ormai bisogna parlarne al plurale - nel contesto degli studi cosiddetti Nord Atlantici, i quali ignorano le ripartizioni per nazioni e per discipline universitarie e interpretano fenomeni per aree geografiche e contesti storici circoscritti e in base a problemi particolari (la loro nascita si deve a studi sulla tratta degli schiavi appunto nel nord Atlantico e nei Caraibi). La Holub, che si interessa di storia del diritto e ha tracciato un ampio panorama politico-economico degli ultimi tre secoli, vede le rivendicazione della politica delle identità etniche del period post-1968 come una dinamica in fondo "locale" e circoscritta, quasi avallata da forze superiori che a tutti gli effetti dovevano occuparsi di altro; infatti la cultura italoamericana non ha intaccato minimamente lo svolgersi di più grandi e gravi processi, come lo scompaginarsi della sinistra, la liberalizzazione dei mercati, e la cecità dell'occidente nell'ignorare cruciali sviluppi in Asia. Il messaggio sembrava chiaro: dobbiamo abituarci a inquadrare le nostre ricerche, come pure le nostre rimanenti battaglie anti-diffamatorie e mediatiche, all'interno di una visione appunto globale, trans-nazionale, e ricordandoci che l'aspetto economico di una società trascende i bisogni e le mete economiche individuali. Ironica coincidentia in sustantia è che sullo sfondo si arrovellava la più grande crisi dei mercati azionari dell'ultimo mezzo secolo.

Stefano Luconi ha illustrato i paradossi del pensare l'italoamericanità in termini unitari e monolitici, cioè come protagonisti di un passaggio storico da immigrati non desiderati all'inizio del 900, paragonati ai neri, a cittadini assimilati e assorbiti nella maggioranza bianca e borghese. Non solo gli italoamericani hanno manifestato storicamente un ventaglio di posizioni politiche ricche ma irriconciliabili (anarchici, sindacalisti, rivoluzionari rossi e fascisti), ma non hanno mai votato in blocco (ragion per cui non compaiono sul radar dei pronostici alle presidenziali). In più, l'assimilazione completa nella White America implica scomparire del tutto in quanto italoamericano (fatto salvo i consueti stereotipi massmediatici), e al peggio entrare per associazione nella white trash della più bieca e reazionaria exurbia.

Anche il mio intervento mirava a inserire gli studi italoamericani nella più ampia prospettiva del dibattito sul postmoderno, che ha occupato la cultura statunitense in particolare a partire dagli anni settanta fino a fine secolo. Bisogna rendersi conto che taluni gridi di battaglia dell'epoca, come l'affermazione o collocazione della propria etnia, le rivendicazioni dei gender studies, la political correctness di fronte a una nozione circoscritta di razzismo, e le clausole confuse perché ambigue o autocontraddicentesi dell'identitarismo tout court (del tipo: sei italiano o sei americano, ignorando che si possa essere entrambi) hanno in parte fatto il loro tempo, importanti e utili in quel dato momento storico, come ha dimostrato Francesca C. Sautman nel suo intervento, ma ormai di scarsa pregnanza interpretativa. Sostengo che nel mondo del dopo, cioè dopo l'11 settembre (data simbolica, per intenderci, come il 6 agosto 1945, o il 12 ottobre 1492), o come descrivo nel mio imminente libro bompianesco, Del Postmoderno, nell'epoca storta, o della distorsione orwelliana perenne, bisogna predisporsi a prospettive più ampie, fluide e imprevedibili, e anzitutto ripensarsi come una comunità plurima, mutevole, creativa e capace di fornire le basi per una critica sociostorica alle grandi matrici ideologiche e tecnocratiche che ci compongono e che si impongono sul nostro agire. In effetti ho concluso dicendo, ispirato da una osservazione di Nietzsche seconda la quale per capire la Germania bisogna uscirne e vederla dal di fuori, che gli italoamericani si trovano in una posizione avvantaggiata per effettuare una serrata critica alle idee dominanti sia dell'America che dell'Italia e dell'Europa, in quanto si trovano all'interno dell'una e dell'altra cultura, ma contemporaneamente possono inquadrarle dall'esterno. Essi sono cioè spontaneamente capaci di praticare una parallassi critica, predisposizione che bisogna coltivare ed affinare.

Di lavoro ce ne resta, e parecchio. Non abbiamo ancora fatto studi sugli italoamericani capitani d'industria, teorici del diritto, e direttori e gerenti di grandi enti culturali nazionali ed internazionali. Non dico a livello agiografico, ma a livello dell'impatto delle loro idee sulla diffusion e circolazione di idee sull'arte, l'economia, la giurisprudenza. Ancora più importante, manca ancora un discussione su come scrivere una storia degli italoamericani quando la storia nazionale di entrambi i paesi, USA e Italia, è passibile di interpretazioni globali assolutamente non riconciliabili, come dire che c'è una Italia cattolica, una fascista, una comunista, una repubblicana, e molte secondo prospettive specializzate, come la storia letteraria, artistica, economica, ecc. E anche all'interno di queste, per fare un esempio, idealisti e strutturalisti non valorizzano le stesse opere o le stesse qualità in una medesima opera. Dalla sponda nostrana, si faccia a titolo indicative un paragone tra la storia nazionale fatta da un Daniel Boorstin e da un Howard Zinn. Ma sullo sfondo, in entrambe le allegorie nazionali, quello cha manca è la dovuta attenzione al fenomeno della più grande emigrazione della storia, di proporzioni più che bibliche, e che sia gli americani che gli italiani hanno la tendenza (salvo alcune accezioni) a ridurre a poche pagine e alcune note in calce. Ma di questo ci occuperamo al prossimo appuntamento FIAC, nell'ottobre del 2009.

 

*Alfonse M. D’Amato Professor
European Languages, Literatures,  and Cultures
Stony Brook University