ARTE \ La memoria dell’11 Settembre/ Per non dimenticare

di Giovanna Galli

L'ATTENTATO dell'11 Settembre è ricordato e celebrato a futura memoria anche dall'arte. Ultima, in ordine di tempo, l'opera di Helidon Xhixha, nato a Durazzo, in Albania, nel 1970; artista che da molti anni vive e lavora in Italia.

Parliamo dei tuoi esordi. Come si è compiuta la tua formazione artistica?

«Ho iniziato a dedicarmi all'arte all'età di sei anni. Essendo figlio di un pittore e avendo assiduamente frequentato il suo studio, posso dire di essere cresciuto respirando arte e nutrendomi di essa. Infatti non è un caso che pure mio fratello sia un artista. Entrambi siamo stati guidati da nostro padre, che ci ha abituati sin dall'inizio ad una ferrea disciplina e che ci ha educati nel pieno rispetto della tradizione artistica del nostro Paese, dove era molto consolidata una impostazione figurativa».

E quando hai capito che la tua strada non era la pittura, ma la scultura?

«E' stato proprio mio padre a riconoscere presto in me una particolare qualità nel disegno ed una propensione all'arte plastica, e di conseguenza ad indirizzarmi verso questo tipo di espressione, che effettivamente ho capito subito essere quella che meglio rispondeva alla mia indole».

Dopo il liceo artistico hai completato gli studi in Italia. Che cosa ha significato per te lasciare la tua terra e trasferirti qui?

«Va detto che anche in Albania, dal punto di vista artistico l'Italia è sempre stata considerata una meta ideale: del resto, il patrimonio artistico, storico e culturale di questo Paese è unico al mondo, è qui che è cominciato tutto. Dunque, quando grazie ad una borsa di studio ho potuto trasferirmi a Milano e frequentare l'Accademia di Brera, dove poi mi sono laureato, per me è stata un'occasione semplicemente meravigliosa: gli stimoli culturali che ho raccolto qui hanno contribuito in maniera sostanziale ad indirizzare la mia ricerca. Molto significativo è stato pure il periodo di tre mesi di studio alla Kingston University di Londra, dove ho potuto approfondire le mie conoscenze di scultura, incisione e anche di fotografia: sono convinto dell'importanza del fatto che un artista abbia una preparazione completa, a tutto tondo».

Quali sono gli autori del passato che maggiormente ti hanno affascinato e che hanno lasciato tracce di sé nel tuo lavoro?

«Un nome su tutti è quello di Henry Moore. Sin dal primo istante in cui ho visto le sue opere mi ci sono in qualche modo riconosciuto; trovo straordinari il plasticismo misurato delle sue composizioni e il rapporto tra vuoto e forma che le caratterizza, così come quello fra passato e presente. In realtà mi è capitato di ritrovare alcune analogie con il suo lavoro in certe mie ricerche fatte ancora prima di conoscerlo».

Accennavi all'impostazione rigidamente tradizionale degli insegnamenti che hai avuto da tuo padre. La tua scelta espressiva, però, ha virato verso i territori dell'informale.

«Infatti la mia principale ambizione, quello che io cerco di fare ogni giorno per mezzo del mio lavoro è modellare la luce attraverso i segni. E' per arrivare a questo che ho intrapreso da anni una costante ricerca, sia stilistica che tecnica, che mi ha portato ad un linguaggio aniconico. Resta il fatto che la conoscenza del disegno e dell'arte figurativa, la padronanza di quei mezzi di rilettura della realtà, restano un imprescindibile punto di partenza anche per ogni ricerca informale».

Vuoi spiegarci meglio che cosa intendi per "modellare la luce"?

«Io penso che la scultura debba essere un concetto visivo dinamico, capace di utilizzare la luce come materia prima per trasmettere sempre energia, movimento. Mi era capitato durante un'immersione subacquea di restare impressionato dalle forme e dalle luci in movimento che si vedono sott'acqua. Per cercare di riprodurre almeno parzialmente quegli effetti ho lavorato per esempio con il vetro di Murano, un materiale molto speciale che scaturisce dal contrasto fra il caldo e il freddo e che permette di manipolare la forma, il colore, le trasparenze, la luce, per effetti di grande dinamismo».

Poi però hai incontrato l'acciaio, e non lo hai più lasciato.

«Quello con l'acciaio è stato un incontro del tutto casuale, ma al contempo un autentico colpo di fulmine. Circa dieci anni fa, ero entrato in un'azienda per altri motivi, quando mi sono ritrovato al cospetto di un cassone che conteneva scarti di metallo: è stato come se mi si aprisse un mondo nuovo davanti agli occhi. Ho riconosciuto in tale ammasso, apparentemente informe, quelle che per me erano invece delle forme straordinarie, dove circolava un'energia indescrivibile.

Da allora ho iniziato a lavorare con l'acciaio, ed è stato un lungo percorso di avvicinamento e di conoscenza, perché naturalmente ho dovuto pian piano imparare le tecniche e anche sperimentarne di nuove, che mi hanno per esempio portato ad inventare speciali presse attraverso cui riesco ad ottenere gli effetti plastici che mi prefiggo.

L'acciaio è un materiale incredibile, un materiale dalle doti nascoste, che risponde perfettamente alle mie esigenze di utilizzare i segni per canalizzare l'energia e la luce e al tempo stesso rappresenta una sfida continua dal punto di vista progettuale e tecnico».

Tu nasci come scultore monumentale, ma accanto alle grandi installazioni urbane che ti hanno fatto apprezzare in tutto il mondo, hai una produzione parallela di opere che paiono una via di mezzo tra la scultura e l'elemento a parete bidimensionale. In che modo convivono queste due anime di Xhixha?

«Penso che, semplicemente, siano due modi diversi di raccontare la stessa storia: quella del mio mondo interiore, dell'energia che vi scorre e che trova di volta in volta la strada migliore per trasformarsi in emozione visiva».

Per concludere, non possiamo fare a meno di chiederti che cosa provi all'idea che la tua opera dedicata all'11 settembre ("Renaissance of Twin Towers") avrà collocazione permanente proprio nella città di New York.

«E' una cosa che mi riempie di orgoglio. Quell'opera ha per me un valore speciale: è nata immediatamente dopo la tragedia del crollo, fatto che anche a titolo personale ha rappresentato un vero trauma. Infatti, avevo trascorso un periodo assai felice della mia vita professionale a New York, e proprio nella Torre Nord c'era un locale in cui noi, giovani artisti, ci incontravamo e trascorrevamo parecchie serate: quell'11 settembre ho perso un pezzo della mia storia.

Non posso che esprimere la massima riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno creduto nel mio lavoro e hanno favorito la realizzazione di quello che poteva restare soltanto un sogno: per primo il gruppo Brooks Brothers, e in particolare il presidente Del Vecchio, che con acuta sensibilità e forte sostegno hanno reso possibile il coinvolgimento della Municipalità di New York per costruire insieme il viaggio che da Firenze, passando per Berlino, sta per condurre la mia opera alla sede definitiva, nell'unico posto veramente suo».

[Per ulteriori approfondimenti: www.stilearte.it

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