ARTE/PERSONAGGI/ Bartolini e le vertigini della mente

di Olivia Fincato

Lo scorso sabato, la galleria D'Amelio Terras (525 W 22nd st) ha inaugurato Concert Room with Voices, prima importante personale dell'artista italiano Massimo Bartolini a New York. Una tenda scura divide la sua video installazione dal resto; il pubblico l'attraversa e immediatamente viene trasportato in un'altra dimensione, uno non spazio dove il tempo si rarefà e la mente si dilata.

Ci sono due librerie rotanti, su di ognuna sono poggiati quattro video proiettori che fungono da sorgente mobile per otto immagini che ruotano assiduamente e vorticosamente al suono delle percussioni del musicista Pietro Riparbelli.

Ci sono immagini di un cortile, quello dell'ospedale psichiatrico di Volterra, che si alternano a finestre, arcate, scorci architettonici per poi ricongiungersi ad un'immagine perpetua, che si fissa nitida nonostante il movimento rotante, quella di un geroglifico inciso su di una parete che sembra quasi d'argilla. È ciò che rimane del paziente Oreste Fernando Nannetti, più di cento metri scolpiti con la fibia della sua cintura. Il segno dello scorrere del tempo nel disegno mentale di una vita.

Nella sala i proiettori disseminano visioni; le assemblano, le dividono, disorientando chi si trova all'interno del loro leggero ciclo. Come in una giostra della memoria lo spettatore alterna il percettibile e all'impercettibile, sperimentando una nuova sensibilità verso ciò che lo circonda. Bartolini dona con questo lavoro, la possibilità di un'esperienza sensoriale complessa, dal disagio iniziale provocato dalla vertigine visiva e dalla cacofonia, si passa ad una dimensione quasi metafisica dove l'annullamento delle coordinate spazio temporali induce il visitatore ad una riflessione interiore.

Abbiamo incontrato l'artista all'inaugurazione :

Perché ti sei avvicinato all'Ospedale psichiatrico di Volterra e quando?

«Vivo in un paese vicino a Volterra e da sempre sono stato attirato dai paesaggi storici e naturali di quella città. Spesso andavo a trovare Mino Trafeli, un artista volterrano che aveva lo studio vicino al padiglione dell'ospedale e da quel momento ho cominciato a frequentare, periodicamente quel luogo.

Cosa ti ha colpito dei segni lasciati da Oreste Ferdinando Nannetti?

«La cosa che più colpisce è l'estensione coperta dalle scritture all'interno del cortile, l'aspetto arcaico ma con contenuti, disegni e testi modernissimi, come quando si riferisce ai metalli relati ai pianeti, o alla tecnologia immaginaria per la captazione delle onde nell' etere, fino alla fantapolitica».

Quale sensazione volevi suscitare nel visitatore attraverso il suono e le immagini?

«Il movimento delle librerie dovrebbe riuscire a ricostruire il sentimento e anche lo spazio fisico del cortile; certe immagini, come quelle dello smantellamento del padiglione, echeggiano un inconsulto, un'azione fatta senza apparente ragione, mentre il susseguirsi dei graffiti è come uno scorrere di momenti che durano anni. Il movimento circolare, oltre ad avere una funzione di ricostruzione di uno spazio, serve anche a disorientare, a strappare il visitatore dal suo metabolismo e a portarlo, più disposto e aperto, in un altro mondo».

Il tuo è un rapporto di vicinanza o distanza con il paziente Nannetti?

«Non ho mai conosciuto il Nannetti, so che era un antennista di Roma, che fu ricoverato agli inizi degli anni ‘60, ma non sono interessato alla storia umana o alle vicende psicologiche, mi interessa la visione che attraverso i suoi disegni proponeva. Il modo e la metodicità con la quale ha trasformato un cortile di un ospedale in una porzione di Alahambra».