PRIMO PIANO/CINEMA&TV/ Zingaretti supera Montalbano

di Laura Lombari

"Sanguepazzo" è un'espressione siciliana che indica un temperamento ribelle e un'anima che non può essere irregimentata. O anche il titolo di un film diretto da Marco Tullio Giordana con Luca Zingaretti, Monica Bellucci, Alessio Boni. Ed è un film che invece con un regime ha qualcosa a che vedere, perché è ambientato nell'epoca fascista. Il sanguepazzo è Osvaldo Valenti, al secolo Luca Zingaretti, che ancora una volta ha abbandonato i panni del giusto e rigoroso commissario Montalbano, per cui è diventato famosissimo. Valenti e la sua compagna Luisa Ferida vengono fucilati dai partigiani per avere aderito alla Repubblica di Salò. Così uno dei temi del film è il rapporto tra politica e arte: possibile che un attore debba per forza esprimere una convinzione, schierarsi e, in molti casi, compromettersi?

Questa è stata anche la domanda principale della tavola rotonda moderata dal Prof. Antonio Monda che ha preceduto giovedì sera la proiezione del film, alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University. Presenti, oltre a Luca Zingaretti e Alessio Boni, il regista italiano Giorgio Capitani, gli scrittori americani Cathleen Schine e Gay Talese, oltre al direttore della Casa Italiana Stefano Albertini. L'evento ha attirato una folla a malapena contenuta nella sala di proiezione. Un altro schermo era stato allestito al primo piano della struttura, e anche lì le sedie sono state completamente occupate.

Il dibattito è poi stato dirottato sul tema della satira, un tema che in Italia è sempre scottante e che genera la domanda: "Qual è il limite tra libertà e cattivo gusto?". Nessuno si è espresso in maniera netta. Neanche Zingaretti, attore "impegnato", si è sbilanciato in favore della satira a tutti i costi e senza limiti.

L'attore era quindi a New York per presentare "Sanguepazzo"che, passato a Cannes, è stato adattato per la televisione e inserito nella programmazione della Rai Italian Fiction Week, ma anche "La Luna di carta", uno degli episodi della serie del commissario Montalbano che lo ha reso celebre e che è stato proiettato al Graduate Center della Cuny venerdì, in un altro incontro organizzato dal Calandra Italian American Institute.

Oggi7 lo ha intervistato poco prima di prendere visione di "Sanguepazzo" e di rendersi conto che per questa pellicola ha dato una delle migliori prove di sé come artista.

Come possiamo inquadrare "Sanguepazzo" nel cinema italiano?

«Si tratta di un vecchio progetto di Marco Tullio Giordana. Il regista ce l'aveva in mente da 20 anni e l'ha scritto da diciotto. Aveva anche iniziato a girare, ma ci sono stati problemi di budget, perché le ambientazioni in costume e le ricostruzioni d'epoca costano molto. Inoltre avevano cominciato a girarlo con attori americani, e si reano resi conto che forse non era il caso di trattare una storia così tipicamente italiana con un cast straniero. Dopo venti anni grazie a Rai cinema e Rai fiction è riuscito a produrlo.

È la storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, due attori molto famosi e amati dal pubblico durante l'epoca fascista. Nel '43 questi attori sposano la causa della Repubblica di Salò e nel '45, durante le giornate convulse della liberazione, sono fucilati dai partigiani. Valenti è quanto di meglio potesse esserci sulla scena artistica di quell'epoca chiusa e provinciale. Aveva lavorato in Germania, in Spagna e tornato in Italia ha avuto successo grazie a registi che lo amavano».

Come mai le vengono sempre assegnati ruoli così "sanguigni" e mediterranei?

«Dovreste chiederlo ai registi. Questo film in particolare è stato un regalo di Marco Tullio Giordana che mi ha dato un ruolo bellissimo, un personaggio da interpretare pieno di sfaccettature e di contraddizioni. L'attore si diverte quando c'è questo, qualcosa da raccontare che ne significa anche un'altra. Più spesso capitano invece ruoli a due sole dimensioni. Questa volta mi è capitata questa fortuna e l'ho presa al volo».

Piace molto ai registi e, pur non essendo il classico bello, alle donne...

«Ancora una volta dovrebbero essere i registi (e le donne) a dire perché. Ma comunque gli attori più amati non sono mai bellocci. Per citare un esempio americano, basta pensare a Jack Nicholson».

È lei però a scegliere il cinema "impegnato".

«Io penso che la vita dura troppo poco e per questo motivo bisogna divertirsi. Io scelgo sempre ruoli che mi fanno divertire, più che film impegnati»..

C'è qualcosa nella sua carriera che non rifarebbe mai?

«No, perché ho fatto anche cose brutte, ma c'era sempre una buona ragione per farle. Le ho sempre fatte in buona fede, credendoci. Poi magari non sono riuscite bene. Però non c'è niente di cui mi debba vergognare. E sono fortunato per questo».

Qual è il regista o l'attore con il quale ha lavorato meglio?

«Non posso dirlo perché non è carino. Nel mio mestiere si incontrano tante persone e ognuna significa qualcosa. Se poi non si diventa amici, comunque il rapporto professionale rimane».

Come è nata la scintilla con Andrea Camilleri, lo scrittore di Montalbano?

«Ho conosciuto Camilleri alla Silvio D'Amico, l'accademia in cui mi sono diplomato. Ho fatto una serie di provini e poi dopo le selezioni l'ho chiamato. Gli ho detto che non l'avevo chiamato prima perché non avrei mai voluto che interpretasse questa come una richiesta di attenzioni. E in quel momento ero contento ma anche intimorito perché non sapevo come sarebbe andata a finire. Non sapevo come sarei arrivato a quel personaggio».

Come ci è arrivato?

«Io sono una persona che si prepara moltissimo prima dei film. Ho sempre una penna e un taccuino in tasca, perché in ogni momento potrebbe aprirsi un varco nel mio cervello. Il cervello è un meraviglioso strumento che lavora anche quando non ce ne accorgiamo. Con Montalbano ho letto, oltre alle sceneggiature, anche i libri. La letteratura ti permette di capire non solo quello che un personaggio fa, ma anche quello che pensa, quello che è. Il pericolo poteva essere, in questo caso, di perdersi tra le tante informazioni e quindi di non riuscire a ordinarle e a ricostruire il personaggio. A me però non è capitato e tutto è andato benissimo. Siamo usciti prima su Rai 2, una rete un po' più protetta. Poi sulla rete ammiraglia e così abbiamo sfondato».

Montalbano è approdato qui a New York nella settimana delle fiction italiana. Come giudica questa iniziativa?

«Qualsiasi iniziativa che faccia conoscere nostre opere meritorie all'estero è positiva. E questo è il senso della mia presenza qui».

Gli italiani aspettavano con ansia le puntate della nuova serie...

«Sì, l'ultima serie è andata in onda tre anni fa. Intanto Andrea Camilleri ha scritto altri quattro episodi di Montalbano. Come dice lui di se stesso, scrive così tanto perché ha cominciato tardi e deve recuperare il tempo perduto. La produzione della Rai se ne è appropriata e così prima dell'estate li abbiamo girati, tutti e quattro. In questi tre anni ho riscontrato l'attesa degli italiani con grande piacere. Aspettare è stato un bene, perché così abbiamo tratto la sceneggiatura dai romanzi invece che dai racconti brevi di Camilleri, come si era pensato».

Cosa si aspetta, a livello personale, da questa visita newyorkese?

«Assolutamente niente, vengo a New York almeno una volta all'anno da molto tempo, sono contento per queste iniziative italiane. Niente di più».