SPECIALE/INTERVISTA/ L’On. insegnante e la riforma

di Stefano Vaccara

Le piazze d'Italia continuano a riempirsi di insegnanti e studenti che protestano contro la riforma della scuola voluta dal governo Berlusconi. Eppure il ministro Gelmini non si ferma. Per cercare di capire meglio strategie e motivazioni della maggioranza di governo su questa delicata quanto osteggiata riforma, abbiamo intervistato l'Onorevole Elena Centemero, del Pdl, componente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera.

In questa intervista si spazia anche su un argomento che ci tocca più da vicino: l'On. Centemero infatti, eletta in Lombardia, fa la pendolare tra l'Italia e gli Stati Uniti - è sposata con un cittadino italiano residente in New Jersey - e sta prendendo di petto anche il problema dell'insegnamento dell'italiano all'estero.

On. Centemero, lei è scesa in politica da poco, prima di essere deputata del Pdl lavorava a tempo pieno come insegnante di latino e letteratura italiana in una scuola di Monza. Vorremmo che provi a descriverci l'attuale situazione della scuola in Italia ma non attraverso le rilettura dell'agenda politica di una delle forze politiche al governo, ma attraverso l'opinione di un'esperta insegnante. Ci riesce? E' veramente così preoccupante? Perché? Cosa si dovrebbe fare nell'immediato? Cosa nel lungo periodo?

«Oggi la scuola richiede un momento di riflessione serio, come molti dirigenti e docenti mi hanno personalmente espresso. È necessaria una riqualificazione della scuola ed il recupero della qualità dell'offerta formativa, dell'insegnamento, delle strutture e dei laboratori, dei servizi offerti agli studenti e alle famiglie. Non dobbiamo dimenticare che in Italia abbiamo una scuola riformata a metà: la Riforma Moratti è stata attuata solo nella scuola primaria e secondaria di primo grado, e c'è dunque un forte gap tra scuola media e scuola superiore, stacco che va colmato anche in vista del problema della dispersione scolastica. I dati internazionali OCSE-PISA attestano che molti studenti non acquisiscono le competenze e le conoscenze di base, né un metodo di studio che consenta loro di affrontare con sicurezza il percorso scolastico ed universitario. Da qui la necessità di rivedere l'organizzazione della scuola, il quadro ordinamentale, i programmi, i metodi di insegnamento, il numero di ore da trascorrere in classe. Chi opera nella scuola non chiede grandi riforme, ma un cambiamento sì, fatto di passi graduali e coerenti, in linea con i reali bisogni della scuola.

In particolare l'emergenza è per gli istituti tecnici e professionali, che vanno ammodernati per rispondere alle richieste della nostra filiera industriale, tecnologicamente avanzata e qualificata.

Provenendo dal mondo dell'istruzione, cui ho dedicato molti anni, tengo a sottolineare che i docenti, accanto alle famiglie, ricoprono un ruolo fondamentale per l'educazione e la formazione dei nostri ragazzi e, dunque, il loro lavoro va valorizzato, non solo in termini economici, ma soprattutto sociali. La scuola è il luogo dell'educazione, dell'e-ducere, il «tirar fuori», ossia far eccellere ciascuno con le sue capacità. Per far questo non bisogna dimenticare che il patto educativo comprende insegnanti e genitori e che la famiglia è l'altra leva, l'altro motore del nostro sistema scuola e del nostro sistema Paese».

Cosa pensa delle proposte del ministro Mariastella Gelmini? C'è qualcosa che toglierebbe, qualcosa che aggiungerebbe?

«Siamo in una fase di riorganizzazione della scuola italiana, che prevederà il riordino della scuola media e della scuola superiore ed una riorganizzazione della rete scolastica.

Per il momento si è molto parlato di Riforma Gelmini in termini di maestro unico e grembiulino, appiattendo quanto il governo Berlusconi ed il Ministro stanno mettendo in atto. Si tratta di interventi che vanno inseriti in un quadro progettuale più ampio, di riorganizzazione. Il "maestro unico" del Decreto è in realtà un maestro prevalente, che starà in classe per 24 ore settimanali, affiancato dai docenti di inglese e religione. E soprattutto si tratta di un modulo che non cancella il tempo pieno né le 27 o 30 ore settimanali, previste per le scuole elementari. Saranno le famiglie a scegliere! L'introduzione del maestro prevalente, con conseguente soppressione delle ore di compresenza - l'ora di lezione in cui interagiscono in classe contemporaneamente due o più docenti- libererà dunque un numero di ore più che sufficiente per il tempo pieno. Sulla scelta pedagogica mi sento di dire che la scuola elementare ha il compito di trasmettere conoscenze tra loro collegate, di semplificare la complessità del reale. Il bambino ha bisogno di un adulto, che lo accompagni e lo guidi, in grado di far scoprire, in modo sereno, il mondo che lo circonda. E credo che la figura del maestro prevalente risponda a questo esigenza.

Cosa cambierei? Farei diventare l'educazione civica una esperienza di cittadinanza attiva, che preveda la conoscenza pratica del funzionamento dei tribunali, dei Comuni, delle Regioni, del Parlamento e promuova l'impegno attivo dei nostri studenti nel mondo del volontariato, nel servizio verso la comunità, in rapporto con gli enti locali e le associazioni del territorio, come succede negli Stati Uniti. Questo permetterebbe ai giovani di essere cittadini attivi, consapevoli dei processi politici, sociali ed economici.

E per quanto riguarda la scuola credo che la pluriennale ed innovativa esperienza, organizzativa e didattica, delle scuole italiane all'estero possa fornire utili indicazioni e strumenti».

Il ministro Gelmini era rimasta contrariata quando la polizia aveva recentemente identificato alcune persone che avevano protestato durante un suo recente discorso. Pochi giorni dopo però, quando c'è stata la protesta degli insegnanti che si sono presentati con "il lutto al braccio" al primo giorno di scuola per contestare certi tagli, il ministro ha contestato modi e tempi di quella protesta, dicendo che si strumentalizzava e si faceva del male ai bambini che dovrebbero essere tenuti lontani dalle polemiche politiche. Lei che ne pensa? Quando sarebbero lecite le forme di protesta contro la politica del governo?

«Penso che la scuola debba essere il luogo dell'educazione e del dialogo tra adulti e giovani e non il luogo della politica o delle lotte sindacali. In questi anni abbiamo assistito a cortei e manifestazioni in piazza o davanti agli Uffici Scolastici o al Ministero, a cui partecipavano bambini della scuola elementare o media, portati dai loro docenti. Ecco credo che questo non sia un modo costruttivo di proporre le proprie ragioni»

Passiamo all'insegnamento della lingua italiana all'estero. Secondo lei, la legge 153, concepita quasi quaranta anni fa, dovrebbe essere riveduta? Per il centrosinistra sì, e infatti è stata presentata dalle file dell'opposizione un progetto di riforma per l'insegnamento della lingua italiana all'estero. Lei che ne pensa? Si può lavorare insieme all'opposizione per migliorare la penetrazione della cultura italiana all'estero?

«I tempi sono maturi per procedere ad una riforma della legge 153/71, che ad oggi regolamenta le istituzioni scolastiche ed i corsi di lingua e cultura italiane all'estero. Per questo ho voluto presentare una proposta di legge, nella maggioranza, in questa direzione. Un progetto che parte dalle richieste degli operatori del settore. Poi, le dichiarazioni del Ministro Frattini e del Ministro Bondi indicano obiettivi su cui il governo e la maggioranza intendono lavorare. Sono convinta che l'ottica debba essere quella di fornire risposte innovative ed organiche alla crescente domanda di conoscenza della nostra cultura e della nostra lingua, domanda che proviene non solo dai figli dei nostri immigrati, ma anche dai residenti dei Paesi stranieri. La necessità di procedere ad una ristrutturazione dell'intero settore è inoltre legata alla considerazione che la lingua e la cultura costituiscono una parte importante del Sistema Paese Italia, della promozione e della penetrazione della nostra immagine in termini culturali ed economici».

Cosa pensa delle polemiche scoppiate quest'estate negli Stati Uniti sull'Ap Program per l'italiano? Dopo anni di lotta per ottenerlo, il programma d'italiano esisteva soltanto da due anni (francese e tedesco sono presente da decenni, ndr) ma ora corsi e test di Advancement Placement per la lingua italiana rischiano già la chiusura. Gli amministratori dell'Ap dicono che non ci sono abbastanza studenti per sostenere l'esame... Lei che idea si è fatta del problema? Una fondazione privata di cittadini italoamericani, come quella presieduta da Margaret Cuomo (figlia di Matilda, l'ex first lady dello stato di NY che si era impegnata molto per l'ottenimento dell'Ap Italian), può farcela da sola a scongiurarne la chiusura? Cosa potrebbe fare il governo italiano, che aveva investito già molto per ottenere l'Ap Italian quando ministro per gli italiani nel Mondo era Mirko Tremaglia, per continuare a sostenere l'Ap Italian e scongiurarne la bocciatura? Vale ancora la pena insistere oppure no?

«L'iniziativa dell'Italian Language Foundation è quella di raccogliere fondi per il mantenimento dell'AP di italiano, un programma creato dal College Board nel 2006. Questo deve essere il suo apprezzabile compito. Certo, le richieste di lingua e cultura italiana sono in aumento in tutto il mondo negli Stati Uniti come nei paesi dell'Est europeo, in Russia e nel sud-est asiatico, e non solo nei giovani. Per questo concordo con il Ministro Frattini nell'affermare che ci sia un quadro ed una serie di iniziative che meritano di essere sostenute e valorizzate. L'Italia negli ultimi tre anni ha infatti fatto molti progressi nel campo della promozione linguistica. Di tutte queste esperienze si dovrà far tesoro per continuare a far crescere e progredire la diffusione della nostra lingua e della nostra cultura all'estero».

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LA PROPOSTA DI LEGGE DI CENTEMERO

L'On. Elena Centemero ha presentato due settimane fa la proposta di legge di riforma delle istituzioni scolastiche e dei corsi di lingua e cultura italiane all'estero:

"La proposta di legge ha l'obiettivo di riformare le istituzioni scolastiche italiane all'estero ed i corsi di lingua e cultura italiane, oggi regolamentati dalla legge 153/71, legge che non risponde più alle mutate caratteristiche sociali e culturali dei nostri connazionali all'estero. L'ottica è quella di fornire risposte innovative ed organiche alla crescente domanda di conoscenza della nostra cultura e della nostra lingua all'estero, e non solo dai parte dei figli dei nostri immigrati, ma anche dai residenti dei Paesi stranieri." Per Centemero membro della VII Commissione Cultura, Istruzione e Scienza della Camera, "Punti qualificanti della proposta di legge sono: la creazione di un sistema organico di direzione e promozione del Ministero degli Affari Esteri, che accorpi in un'unica Direzione la gestione degli Istituti Italiani di Cultura, le istituzioni scolastiche e i corsi di lingua italiana all'estero, secondo quanto richiesto dagli operatori del settore. L'articolazione a livello territoriali in Uffici Scolastici Consolari (USC), che comprendano più circoscrizioni consolari ed aree, e degli Istituti Italiani di Cultura, riorganizzati in raccordo con le scelte politiche-culturali dei Ministeri. Bisogna inoltre indirizzare sempre più le iniziative scolastiche formative all'estero verso l'istituzione e la diffusione di corsi di italiano integrati, di sezioni bilingui all'interno delle scuole locali, europee ed internazionali, e prevedere la sottoscrizione di appositi accordi culturali con i paesi ospitanti" - afferma la Deputata - "La proposta salvaguarda la centralità dell'intervento statale, ma valorizza anche l'interazione con gli Enti Gestori, attraverso l'istituzione di un'anagrafe delle scuole all'estero e l'individuazione di un sistema di accreditamento per gli Enti stessi, che permetta di qualificare il privato ed indirizzare finanziamenti e contributi. Si tratta di un primo passo verso la costituzione di un sistema integrato che consente un'allocazione delle risorse finanziarie mirata e più proficua, unita ad un'offerta formativa di qualità, in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie del Paese ospitante e a quelle dei nostri connazionali. Un progetto di riqualificazione dell'offerta formativa italiana all'estero comporta indubbiamente un ripensamento anche in termini di contingenti e di reclutamento del personale. Viene infatti prevista la possibilità di reclutare personale in loco, qualificato mediante un albo professionale, e l'obbligo di residenza al personale inviato dall'Italia, il cui contingente è determinato in base alle disponibilità finanziarie. E poi risulta oramai imprescindibile l'istituzione di un Diploma unico di Italiano come Seconda Lingua, secondo i criteri e competenze fissati dal quadro comune europeo di riferimento (livelli A1-C2) e come per gli altri Paesi europei. Riduzione dei costi e qualità dell'Offerta formativa possono e debbono essere coniugati per promuovere la nostra cultura, la nostra scuola e la nostra lingua all'estero".