Visti da New York

Trust in America, nonostante W

di Stefano Vaccara

Trust me", fidatevi di me. Chi può usare nell'anno 2008 questa potentissima frase con effetti efficaci su chi ascolta nel mondo? Il nodo del problema che si dovrà sciogliere prima di riuscire a mettere le pezze altrove è tutto qui. Nessuno si fida più. Nelle democrazie cosidette "avanzate", i cittadini hanno sempre meno fiducia nei leader eletti figurarsi nei banchieri. Nei rapporti tra stati, nessun governo si fida più della parola data alla vigilia di un vertice.

Per mancanza di "trust", accade che il leader della nazione più potente della terra parli più volte in tv e, pur riuscendo a far passare un provvedimento da 700 miliardi di dollari che dovrebbe far tornare la fiducia nel sistema finanziario Usa, alla fine ottine il risultato opposto: la borsa di New York continua ad andare in picchiata trascinandosi quelle mondiali. Ecco cosa può avvenire quando prima ancora che le azioni, a scendere in picchiata è stata da otto anni la credibilità della Casa Bianca. Altro che anatra zoppa, Bush è un tacchino stracotto che nessuno vuol masticar più, aspettando che venga servito un piatto commestibile il 4 novembre.

Bush ha detto venerdì che la caduta dei mercati finanziari è causata da "uncertainty and fear", incertezza e paura. Ha dimenticato la parola più importante, "trust". La paura diventa panico quando manca la fiducia in chi ci dovrebbe, per il mestiere che gli abbiamo affidato, tirar fuori dai guai. Ormai per Bush il tempo è scaduto, meno di un quarto degli americani, anche se concludesse con "trust me" ogni suo intervento sulla crisi economica, ne avrebbe fiducia. Figuriamoci nel resto del mondo. In ogni biglietto verde americano c'è scritto "In God We Trust", ora si capisce meglio perché, ma potrebbe non bastare.

A Washington attorno a Bush c'erano in questi giorni i ministri finanziari del G7 e fuori ad aspettare anche quelli della Cina, dell'India e di tutte le economie mondiali che tremano al pensiero che l'America si fermi nel girotondo globale della crescita permanente e trascini tutti giù per terra.

Di scienza economica e finanziaria ne capisco quanto confessato da John McCain, ma lui vuol comunque diventare presidente degli Stati Uniti. Ora l'economia capitalista , in due secoli si è sviluppata grazie all'alternarsi di cicli. Ad un periodo di espansione, prima a poi seguiva un po' di discesa, o anche recessione, per poi riprendere il ciclo della salita. Dopotutto, la salita esiste solo perché c'è anche il suo contrario, giusto? Ma l'ultima scalata dei record solo ora si scopre che sarebbe durata troppo perché mantenuta "artificialmente". Perché chi doveva controllare che tutto si svolgesse secondo le regole del mercato, invece ha consentito che questo fosse "impasticcato", come si fa con i ciclisti dopati. Tutta colpa dei "derivati" di Greenspan e cose simili, veniamo informati in ritardo.

A proposito di "toxit asset". Finora si è parlato sempre di "subprime mortgage", i mutui dati a chi non se li può permettere. Ma per quanto "tossici", questi prestiti erano pur sempre legati ad un concreto "asset". Le case vendute a famiglie che poi non hanno potuto più pagare il mutuo, restano lì, ancora intatte e con un loro valore. Certo, in stati come la California e la Florida, il valore di certi immobili è già sceso anche del 30%, ma potranno essere rivenduti assicurando almeno un rientro parziale dell'investimento. Ma con le carte di credito? Che succede?

Le stesse banche in deficit di fiducia a causa dei subprime che il tesoro di Paulston sta ora cercando con il suo bailout di 700 miliardi di dollari di raddrizzare, hanno anche miliardi di dollari di prestiti contratti con carte di credito, debiti "tossici" ma senza "asset". Chi non sarà in grado di pagare avrà il suo "credit score" compromesso, ma la banca avrà pochissime possibilità di recupero del credito. Il virus del debito di plastica si è insinuato da tempo nell'economia americana (ora anche in Europa, compresa l'Italia) e potrebbe presto far venire scariche epilettiche al corpo malato della finanza globale. Dal 1990 al 2003 il debito nelle carte è salito del 350%. Da 338 miliardi di dollari del '90, a 1.5 "trillion" di dollari (fonte New York Times). Negli utlimi anni è ancora aumentato, le cifre sono discordanti. Già, chissà cosa ancora c'è nascosto sotto ai tappeti contabili di certe banche...

Questa volta l'America non voterà per un Joe six pack, per chi risulta più simpatico andare a berci una birra. Tra Obama-Biden e McCain-Palin vincerà chi avrà saputo trasmettere più fiducia agli americani, che quando si tratta dei loro soldi diventano di nuovo pragmatici. Nonostante gli ultimi giorni di W, il mondo continuerà ad avere "Trust in America".