SPECIALE/CINEMA&TV/ “Sono entrato nella testa di Puccini”

di Laura Lombari

E' arrivato venerdì sera, con lo staff della Rai e con Bianca, la sua fidanzata. Ha l'aria smarrita ed entusiasta di chi è alla scoperta di un luogo. New York non è nuova per l'attore Alessio Boni, ma è comunque immensa e piena di sfaccettature. "Sfianca le persone", dice il protagonista di due dei film che saranno presentati in settimana nell'ambito della "Rai Italian Fiction Week": "Puccini", diretto da Giorgio Capitani e "Sanguepazzo", di Marco Tullio Giordana.

Chi era Giacomo Puccini?

«Era un personaggio grandioso di cui quest'anno ricade 150esimo anniversario della nascita. Uno dei più importanti compositori del periodo melodrammatico, le cui opere, come "Bohème", "Madama Butterfly", "Tosca", "Manon Lescaut", sono immortali.

Ma soprattutto era un uomo che arrivava al cuore della gente: pur essendo un grande conoscitore della musica e quindi un intellettuale, non è mai stato elitario o settario. Cercava di partire dall'essenza dell'uomo, anche quello più umile, dal contadino, dal pescatore, dall'operaio, e quindi musicava "olezzava la terra, stridea l'uscio nell'orto" fino ad arrivare all'intellettuale, al grande esperto, all'uomo di mondo, e perciò alla sublime poesia di "lucean le stelle"».

Ha studiato molto per interpretarlo?

«A me sembra sempre di studiare poco. Tutte le volte che arriva il primo ciak mi sento in difetto. Ho avuto tre mesi per prepararmi, studiare le opere, i libretti. Amo la musica classica e già avevo conosciuto la sua opera, ma non in maniera così approfondita.

Mi sono poi domandato come mai la gente amasse così tanto l'opera e il teatro all'epoca di Puccini, come mai si emozionassero così tanto con questa musica e queste parole. Sono entrato nel modo di pensare di Puccini.

Ho letto libri su di lui che mi hanno fatto capire perché sceglieva un'ouverture piuttosto che un'altra, in che punto arrivava il crescendo. Ho avuto vicino persone che mi hanno aiutato, come Francesco Scardamaglia, lo sceneggiatore, un melomane. E poi c'era Giorgio Capitani, il regista, che sul set usava sempre come sottofondo la musica di Puccini. E così lavoravamo con "Quella gelida manina" o "Nessun dorma", prima ancora di partire con il ciak. Era la prima volta che lavoravo con la musica sul set. La musica ti entra dentro, non ha barriere, non è una lingua, non ha bisogno di essere tradotta».

Le piace studiare?

«Da quando ho trovato la passione per questo lavoro mi è venuta voglia di studiare, ho voglia di imparare sempre di più».

Che cosa è la cultura secondo lei?

«La cultura è trovare un equilibrio in tutte le situazioni che si vivono. È andare in Afghanistan, entrare in punta di piedi, senza arroganza, in quel mondo. È anche saper gioire di alcune cose meravigliose che senza cultura non potremmo capire. Come può accadere con un quadro di Bacon o di Picasso».

E l'ignoranza?

«È l'arroganza di sentirsi al centro del mondo, non riuscire a confrontarsi. A quel punto è meglio avere davanti un animale, che almeno ha una sua essenza, un suo modo di vedere le cose. È qualcosa cui non si riesce a far fronte, la ritengo molto pericolosa».

Chi interpreta in Sanguepazzo?

«Sono il regista Golfiero, un blasonato, che incontra una giovane acerba, Ferida, interpretata da Monica Bellucci e ne fa un'attrice. Golfiero, che si scoprirà omosessuale, prova per la protagonista femminile un amore platonico, in contrasto con l'amore erotico tra Ferida e l'altro protagonista, interpretato da Luca Zingaretti.

Per questo personaggio sono dimagrito otto chili perché il regista, Marco Tullio Giordana, voleva rappresentare la fame che si provava durante la prima guerra mondiale. C'erano questi fisici diversi, dinoccolati, smagriti. Marco Tullio non ha voluto che trapelasse nulla, se non dagli occhi e dalla pelle, perché si intuisse solo quello che pensava e si capisse la sua paura, il suo mistero: il fatto di essere omosessuale era un crimine».

È un film "revisionista"? Le polemiche non sono mancate.

«Il regista ha dato solo una visione obiettiva della vicenda. Aveva il copione nel cassetto da 27 anni, gli ha dato la sua personale interpretazione, ma i fatti erano quelli: i due sono stati giudicati con processo sommario e poi uccisi. Nella confusione, dopo il 25 aprile, hanno trovato in loro due capri espiatori, ma erano attori importantissimi. A mio avviso hanno sbagliato. Ma questo da fastidio».

Tutti la ricordano per la fiction "Incantesimo", pochi sanno che è partito dal teatro.

«Sì, ho fatto sette anni di teatro prima di avvicinarmi alla televisione, ho fatto l'"Avaro" di Molière con Strehler, "Peer Gynt" con Luca Ronconi, "Sogno di una notte di mezza estate" con Peter Stein e altro. E tornerò in teatro in dicembre con "Il dio della carneficina" di Yasmina Reza».

L'ultimo libro che ha letto?

«Sono sulle "Confessioni di Sant'Agostino". Mi interessa scoprire l'evoluzione di un uomo padre, pagano, fino al cristianesimo».

Un personaggio letterario che l'ha colpita?

«Raskolnikov di Delitto e Castigo, uno studente che ha il coraggio di reagire contro una vecchia usuraia e nello stesso tempo, dopo aver rubato e ucciso si autopunisce perché non riesce a sopportare questo gesto. Questo passaggio alla coscienza mi ha veramente affascinato, questo struggimento è una delle cose più intense che abbia mai letto».

Quali sono i registi che ama e quelli con i quali si è trovato meglio?

«Luchino Visconti, e poi Stanely Kubric, Sidney Pollack. Mi sono trovato bene con Strehler nel teatro e con Marco Tullio Giordana nel cinema, che già dalla Meglio gioventù mi ha tirato fuori delle crode che io neanche sapevo di avere. Lui è alla ricerca di anime, non di attori professionisti».

Deve ringraziare qualcuno?

«Molti. Innanzitutto Andrea Sarallis, regista greco, per avermi dato una iniezione di fiducia e poi Orazio Costa Giovangigli che mi ha "creato" con il suo metodo mimesico.

E Marco Tullio Giordana. Sono tutti tasselli di un arricchimento personale. Tutti mi hanno dato qualcosa».