EVENTI/CONFERENZE/ Il forum degli studiosi italoamericani

di Samira Leglib

Quando si pensa alla comunità Italo-americana, o anche semplicemente a un suo singolo appartenente, che idea ci si figura? Ma soprattutto, un Italo-americano che riflette sul proprio concetto di identità, quale genere di osservazioni trae? E se si può parlare in questo senso di critica, critica di che cosa? "Dove siamo, dove volevamo essere e dove vogliamo andare" sono queste, citando il Professor Anthony Tamburri nel suo discorso durante il simposio, alcune delle domande a cui il Forum di critica Italo-americana appena conclusasi presso la Stony Brook University di Manhattan, ha cercato di dare risposta. Nelle giornate del 3 e 4 Ottobre eminenti esperti giunti a New York da tutto il Paese, sono intervenuti portando il loro contribuito alla tematica. Il Forum, alla sua prima conferenza annuale, deve la sua istituzione alla collaborazione tra il professor Peter Carravetta della Stony Brook University (Alfonso D'Amato Chair) e Mario Mignone, direttore del Centro per gli Studi Italiani della Stony Brook. Preziosa la collaborazione del John D. Calandra Italian American Institute che ha messo a disposizione i suoi locali per la seconda giornata di conferenza.

In apertura interviene anche il Console Generale Francesco Maria Talò che commenta: «Lo studio della cultura Italo-americana che si spinge aldilà del fattore identità, è un soggetto interessante e di grande importanza. Non solo per gli Italiani o Italo-americani ma, vorrei sottolineare, anche per studenti di altre etnie. E' un altro esempio dell'abilità degli Italiani di diffondere la loro cultura».

Mario Mignone è entusiasta e fiero nell'introdurre gli aspetti e le finalità del Simposio: «Ci avevano detto che non sarebbe stato possibile istituire un tale progetto perchè necessitavano fondi e, a loro dire, gli Italo-americani non sarebbero stati dei generosi contribuenti. Al contario, siamo andati oltre e abbiamo raggiunto la ragguardevole cifra di 1.9 milioni di dollari. Era il 1966», continua Mignone, «quando la gente diventò consapevole che si richiedeva un'organizzazione per gli studi Italo-americani. Arrivati ad oggi, non è più necessario tracciare gli stessi percorsi che cercavano di giustificare l'esistenza di una comunità Italo-americana. A noi ora è dato il compito di andare avanti negli studi umanistici, storici, sociologici e demografici perfino. Nel mio corso di Modern Italy ci sono oltre 200 studenti. Certo, la maggiorparte di questi sono Italo-americani ma una volta si è presentata una ragazza affermando di essere Italiana solo per un ottavo, ciò nonostante era interessata a studiare le sua eredità culturale. Penso a un popolare libro che dice "We are what we eat" (Siamo ciò che mangiamo), ma noi [Italo-americani] non possiamo continuare a parlare di pizza, spaghetti e linguine o di quello che diceva mia nonna,! Noi dobbiamo andare avanti. E mi compiaccio nell'accorgermi che l'Italia negli ultimi tempi si è interessata a quello che facciamo qui in America, è nostro compito incoraggiare anche gli studenti Italiani».

Peter Carravetta delinea accuratamente quelli che sono gli obiettivi del FIAC:

a) Disponibilità acreare nuove discipline e facoltà intorno a questi studi;

b) La necessità di sviluppare un ambito accademico;

c) Lo stimolo a esplorare le connessioni con altre discipline e le possibilità che questi studi offrono di relazionarsi al mondo del lavoro.

«Non è più», sostiene Carravetta, «come lo era un tempo, una questione di identità, genere, etnia. Gli studi italo-americani non si trovano più al margine ma richiedono un commento meta-critico che affronti indagini quali quella istituzionale e finanziaria. Negli ultimi 40 anni mi è stato ripetutamente chiesto: "Ma ti consideri più Italiano o più Americano? E in quale lingua sogni?" E io dopo un attimo di smarrimento andavo a rileggermi Freud per rispondere che noi sogniamo per immagini!»

Tra i partecipanti al Forum, oltre a Anthony Tamburri che ha presentato una lettura intorno alla traiettoria socio-culturale da delinearsi negli studi italo-americani, il contributo di Fred L. Gardaphè (Cuny), con un saggio sulla Commedia della Morte: Teorie di vita e morte nella cultura italo-americana. In due giorni sono intervenuti tanti altri autorevoli accademici, da Robert Viscusi, della Cuny/Brooklyn College e autore del keynote lecture titolato "The Ice Margin" agli storici Stefano Luconi (Univ. di Milano) Gerald Meyer (Cuny) e Stanislao Pugliese (Hofstra Univ); e poi Martino Marazzi (Univ. Milano), Ottorino Cappelli (Univ. Napoli "L'Orientale"), Robert Casillo (Univ. of Miami), Paolo Giordano (Univ. of Central Florida), Joseph Sciorra (Cuny), Djelal Kadir (Pennsylvania State University), Sebastiano Martelli (Univ. Salerno), Josephine Gattuso Hendin (Nyu), Mary Jo Bona (Stony Brook Univ), Jerry Krase (Cuny), Donna Chirico (Cuny), Pellegrino D'Acierno (Hofstra) e altri importanti studiosi che si sono alternati per poi darsi appuntamento al prossimo Forum sugli studi italoamericani.