SPECIALE/FOTOGRAFIA/ Mosaici di forme e luce

di Michelina Zambella

Se "la botte piccola fa buon vino", talvolta l'altezza aiuta a contenere quanto di creativo può coesistere in un sola persona, in un artista eclettico quale Alexo Wandael è.

Forme e colori, corpi e immaginazione, digitale e reale si riflettono in uno spettacolare e "speculare" gioco fotografico nella mostra intitolata Statuesque, che Alexo esibisce in occasione della Fiera dell'Arte, in corso a Governor Island fino al 13 ottobre 2008.

Si tratta di 360 scatti che, riprodotti su carta metallica in tre misure, riprendono le variazioni di forme di un corpo, quello della Artist Performer Melissa, in movimento in un tubo di spandex. Il risultato è un nuovo alfabeto visivo che riflette il subconscio artistico sconosciuto di ciascuno di noi. Scatti che, secondo Wandael, chiunque può combinare in un gioco di colori e contrapposizioni che scaturisce dall'immaginazione e dai sentimenti del momento.

Una genialità tutta italiana, nonostante il nome inganni. Wandael è, infatti, Alessandro Cacopardo, architetto di Bolzano, laureatosi all'Università di Ferrara. Fisico atletico in un 1.97m di altezza che lo ha visto passare dal pattinaggio sul ghiaccio al beach volley, fino all'attuale yoga, tanto necessario nella frenetica città dai mille impegni.

Sul sito artistico (http://www.alexowandael.com) ritroviamo le immagini che già hanno fatto il giro di Berlino, Oslo, New York e Miami, raggruppate sono diversi nomi: Statuesque, HEIM Muse, Abstract, Riflessioni, Roma Romae, Reportage Love Parade. Su quello commerciale (http://www.wandael.com) le magnifiche creazioni per la Fashion Art.

Oggi 7 lo ha incontrato sull'isola, per farsi raccontare la sua fotografia, per capire la ragione che sta dietro le presenze angeliche, gli specchi e le donne manichino nei suoi prodotti artistici.

Partiamo dal nome d'arte: "Alexo" come abbreviazione di Alessandro, "Wandael"come...?

«Sono cresciuto con mia nonna materna da quando avevo due anni, dal momento che sono figlio di giovani genitori divorziati, sebbene mio padre, siciliano d'origine, sia stato sempre presente. Quando mia nonna è morta stavo leggendo un libro sugli angeli e ho scoperto che tutti i nomi di angeli ed arcangeli finiscono in "el", ovvero sole, da cui il significato interpretativo di luce, emanazione. Wandael quindi significa illuminato da Wanda».

Cosa rappresenta la mostra Statuesque?

«Statuesque costruisce simboli e forme, cellule singole di un organismo portato in vita dalla volontà di chi le osserva e le manipola. È un mosaico di forme, il frutto di una ricerca di contrapposizione di forma e colore che stimola l'immaginazione dell'osservatore in un continuo sforzo compositivo. Dall'osservazione passiva alla comprensione, sensazione, partecipazione, decisione, creazione. Ciascuno diventa libero di comporre, scegliere, creare e cambiare a seconda dei propri sentimenti. La composizione, quindi, come i sentimenti che l'hanno concepita, non è stagnante ma sempre mutevole. Così facendo si trasforma l'osservatore d'arte da passivo ad attivo partecipatore, dando spazio alla sua creatività».

Con "Statuesque" si evince l'amore per le forme in movimento. Fotografo...ma anche architetto. Quale dei due nasce prima? «Da Bolzano a Ferrara per studiare architettura. L'anno prima di laurearmi mi sono trasferito a Berlino, città che amo perchè è l'ombelico europeo, nonchè città sorta sull'architettura. Lì ho fatto pratica in uno studio e, una volta laureatomi nel 1997, ci son ritornato da Architetto guadagnando circa 5000 marchi al mese. Il passaggio verso la fotografia è avvenuto con l'ultimo esame: fotografia appunto. Nell'estate del 1999 mi sono trasferito a Los Angeles, per la cosiddetta pausa di riflessione post-studio. Volevo capire che strada prendere, se l'architettura o la foto».

Dopo Los Angeles quindi la foto. Ma la tua è anche fashion art (www.alexowandael.com). Come avviene l'incontro con il mondo della moda?

«A Los Angeles ho ricevuto l'illuminazione frequentando un corso alla SCI-ARC, università di architettura sperimentale. Lì l'incontro fatale con Vladimir Kulich, attore, e Zoe Melo, la sua fidanzata modella, che ho conosciuto mentre lui girava il film "Il tredicesimo guerriero". "Dopo averle fatto degli scatti, Zoe mi ha suggerito di fare il fotografo. Grazie ai suoi contatti sono venuto a New York, dove inizialmente ho vissuto le difficoltà di chi non conosce la lingua (la sua seconda lingua è il tedesco) e di chi emigra da solo. Dal 2000 al 2003 ho ottenuto la sponsorship per rimanere negli States, dopo solo tre mesi di tirocinio presso uno studio di grafica per architettura. È al BBGroup che ho imparato a utilizzare tutti i programmi digitali per le simulazioni architettoniche. Dopo l'11 settembre 2001, però, lo studio ha avuto difficoltà economiche e son passato da impiegato a collaboratore freelance. Ho cominciato, dunque, a lavorare nei weekend in una galleria del vetro a Soho. La mia fidanzata di allora (adesso è single) lavorava come fashion stylist. È così che mi sono affacciato al mondo della moda. Un mondo complicato dove se ti presenti come Fashion Photographer, aggiungendo che sei anche un architetto, ti guardano come per dire: come è possibile? Eppure dovrebbe essere maggiormente qualificante avere un'apertura mentale e conoscenze che ti permettono di spaziare in campi connessi all'arte, seppure in termini differenti».

In questa tua concezione di arte, dove tutto ha un significato, esplicito o implicito, cosa rappresentano i tre tatuaggi che porti addosso: "Wandael", "Varek'ai", "Nec Videar Dum Sim" .

«Tutte queste scritte, in caratteri e formati diversi, le ho create io. Wandael è il mio nome d'arte. Quello che ho sul petto l'ho fatto due settimane fa: Varekai è una parola gipsy che significa "ovunque". La "V" e "ai" finale si incrociano a significare "vai" ovunque, ama ovunque. Quello in latino, una scritta vintage, che significa "Non per apparire ma per essere". Adesso divenuto motto della moto Guzzi, in realtà è lo stampo del Battaglione degli Alpini spedito in Russia, di cui mio nonno faceva parte. Lui non l'ho mai conosciuto se non attraverso il racconto di mia nonna. Ho googlato il suo nome e ho trovato questo documento in cui mio nonno scriveva la storia del rapimento di Antonio, un alpino esca dei nemici. La lettera è di mio nonno che voleva rassicurare i suoi parenti, sebbene poi Antonio non sia mai più ritornato in patria».

"Nec Videar Dum Sim" esprime, a quanto si legge sul sito a conclusione di "Libretto 2008: Fashion Art", anche il tuo concetto artistico legato alla moda. Qual è il messaggio che vuoi lanciare con queste foto: donne manichino, dal corpo striminzito o il volto annullato?

« "Libretto 2008" è la commistione di moda e fine art. C'è una ricerca psicologica profonda nella mia fotografia di moda. Come ho già fatto in "HEIM MUSE" cerco di lanciare messaggi subliminali, ovvero una critica al mondo della moda che vede la donna ancora solo come un manichino, simbolo di una bellezza perfetta, silenziosa, mercificata. Espressione di ciò che appare e non di ciò che si è. I manichini umani e la modella anoressica senza volto sono, infatti, immagini surreali, di forte impatto estetico, che lasciano l'osservatore incuriosito o inorridito. La creazione di uno dei due sentimenti permette alla fotografia di aprire un discorso, che va oltre la mera superficie della foto. La foto, a quel punto, acquista una terza dimensione e quindi una certa profondita' che può sollevare problemi di ordine morale, sociale, politico. Una critica che ancora stenta a farsi sentire ma mi auguro presto sia accolta».

Progetti futuri?

«Ad ottobre 2008 sarò a Kansas City. Per l'anno prossimo mi sto organizzando per una mostra a Soho e all'interno del Gershwin Hotel».