CINEMA/RASSEGNE/ La “visione” dei nuovi italoamericani

di Samira Leglib

Si è concluso la scorsa settimana il Festival promosso dal Calandra Institute del CUNY college e dedicato al nuovo cinema italo-americano. Le tematiche affrontate, insieme alla proiezione di una ventina tra lungometraggi e corti, si sono dimostrate tutte di spiccato interesse. Dall'analisi dello stereotipo a stampo Mafioso dell'italo-americano che fatica a morire nonostante siano trascorsi più di 35 anni dall'uscita nelle sale de "Il Padrino" di Francis Ford Coppola, al ruolo della donna, che acquista sempre più un suo protagonismo, specchio dei tempi, nel cinema e nella società italo-americana, ma non solo. Ma anche il cinema per sé, i grandi "maestri" italo-americani che hanno fatto scuola indubbiamente alle giovani generazioni di registi. È sufficiente a riguardo ricordare insieme a Coppola, De Palma e Scorsese. Le ultime due serate, in particolare, hanno posto al centro del dibattito il tema dell'immigrazione in America. Quella italiana in primis, ma anche tutti quei flussi migratori che da sempre hanno caratterizzato il Nuovo Mondo. Insieme ai registi, sotto la guida di Anthony Tamburri, Dean del Calandra Institute, si sono susseguite due tavole rotonde affrontando temi propri del cinema e questioni che in esso trovavano spunto per procedere ad un'analisi sociologica.

Alla prima tavola rotonda erano presenti Matthew Bonifacio e Joe Greco, il cui film "Canvas" (2005), era appena stato proiettato. Greco, in questo sua prima opera si ispira alla sua esperienza personale toccando il tema delicato della malattia mentale: «La malattia mentale», ci dice Greco, è sempre stata romanzata. Ma in realtà la schizofrenia è molto difficile da affrontare sia per il malato che per i suoi familiari». "Amexicano", il film di Bonifacio appena riproposto in questi giorni nelle sale newyorkesi, d'altro canto racconta l'amicizia tra un immigrato messicano e un italo-americano del Queens.

Durante la discussione i temi spaziano e si ampiano fino a riflettere sulle similitudini (e le diseguaglianze) che ci sono effettivamente tra la comunità italo-americana e gli italiani tuttora residenti in Patria. Tamburri interviene asserendo: «Gli Italiani americani visitano l'Italia aspettandosi di trovare qualcosa di decisamente familiare e si ritrovano al ristorante ad ordinare spaghetti-meatballs!» Greco commenta: «È vero, ma ogni volta che vado in Italia mi sento a casa come se tutti assomigliassero a mio zio».

L'ultima tavola rotonda, la quale segnava anche la chiusura del Festival, ha visto la partecipazione dei registi: Gianfranco Norelli, il quale aveva presentato in giornata il suo film "Pane Amaro" (2007), Nancy Sovoca, regista di "True Love" (1989) e Marylou Tibaldo Bongiorno insieme al marito Jerome Bongiorno co-registi del documentario "Mother-Tongue: Italian American Sons and Mothers" (1999). A tutti gli effetti, a questa tavola rotonda siedono tre coppie, "working couples" come fa presente Tamburri, insieme nella vita e nel lavoro. Norelli, che per questo lavoro ha trovato nella moglie un'eccezionale collaboratrice; Nancy Sovoca che sottolinea il prezioso apporto del marito alla realizzazione del film; e i Bongiorno che per voce di Marylou ricordano la lavorazione del documentario: «È una combinazione di aiuti, si può non essere d'accordo a volte, discutere, ma ognuno contribuisce all'evoluzione del progetto. Quando fai un film non sei mai sicuro di cosa vuoi dire fino alla fine».

Gianfranco Norelli ci presenta un film che vuole essere una testimonianza storica delle persecuzioni e dal razzismo subito dagli Italiani e Italo-americani nel periodo che va dal 1880 alla Seconda Guerra mondiale. «Il mio film», dice Norelli, «è stato realizzato soprattutto per rispondere alle frequenti domande che gli Italiani in patria si pongono sulla comunità Italo-americana. Poco si conosce a riguardo e molte tracce degli Italiani emigrati da lungo tempo si sono perdute. Ma questo film è anche uno spunto per ricordare che anche noi un tempo siamo stati immigrati e trattati spesso con ostilità».

In breve si passa così dall'analisi dell'immigrazione italo-americana al fenomeno, attuale e pressante, dell'immigrazione nel nostro Paese. Continua Norelli: «È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi tempi ci sia stato un incremento del pregiudizio e che i media non hanno, in questo frangente, fatto un buon lavoro nell'informare e monitorare il fenomeno. In Italia in molti avvertono uno spropositato senso di ansia per il grande afflusso di immigrati quando in cifre, se si considerano ovviamente gli immigrati regolari, si tratta di circa il 6% della popolazione totale. La gente è soprattutto preoccupata di perdere il proprio lavoro e forse i media riflettono anch'essi questo senso di ansia. È infine un mutuo riflettersi.».

La Sovoca interviene sostenendo: «Siamo tutti immigranti. È assurdo come, ad esempio in Francia, si arrivi a catalogare i figli degli immigrati quali "seconda generazione di immigrati" quando essi sono a pieno diritto francesi in quanto nati in Francia».

Norelli conclude la riflessione riportando il fenomeno dell'immigrazione tra le mura di casa nostra: «Ricordo quando negli anni Settanta l'Italia, dall'alto della sua presunzione culturale, giudicava l'America di essere razzista. Non è passato molto tempo che anche l'Italia si è trovata a confrontarsi con i primi flussi migratori e il risultato è stato che tuttora a distanza di decenni gli immigrati provenienti dal Nord-Africa, ma ormai non solo, vengono chiamati "Vu cumprà"».

Per finire, abbiamo chiesto ad Anthony Tamburri un suo personale commento sull'esito di questa prima edizione del Festival: «Alla fine della quarta giornata, dopo una chiacchierata di quasi un'ora con tre registi ed i loro partner fino alle 10 di sera, siamo rimasti molto soddisfatti dei risultati del festival in quanto (proprio perché, innanzitutto, ci sono stati pochissimi problemi in quanto ci é saltato un unico film corto per ragioni di incompatibilità tecnica). Inoltre, il pubblico è stato numeroso in tutte le sale, specialmente l'ultima giornata. Nel complesso, siamo riusciti a presentare al nostro pubblico una serie di film nuovi - sia i lungometraggi che i corti - di una nuova generazione di registi italiano/americani. Abbiamo già iniziato a discutere delle possibilità per l'anno prossimo».