CINEMA/INTERVISTA/ Ecco come ho filmato la Camorra

di Laura Caparrotti

Una lunga chiaccherata di Oggi7 con il regista del film più applaudito dell'ultimo anno. Matteo Garrone, a New York per il NY Film Festival, ci racconta "Gomorra", l'opera cinematografica ispirata al libro bestseller di Robert Saviano e la realtà che essa racconta.

In che luoghi avete girato?

«In posti reali, come Le Vele di Scampia, luogo simbolo dello spaccio. Siccome questi edifici verranno abbattuti, la stragrande maggioranza delle famiglie sono già state spostate nelle nuove case popolari. Dunque le case sono quasi del tutto abbandonate. Sono diventate un perfetto teatro di posa che ho potuto rianimare a mio piacimento. Ho girato anche a Tersigno, dove ci sono le fabbriche dei cinesi, nel Casertano, e un episodio - quello di Toni Servillo - in più luoghi».

A proposito di quest'ultimo episodio. Al Telegiornale nazionale, hanno fatto vedere le cave di Chiaiano dove presto porteranno i rifiuti. Sembravano le stesse del film.

«Sono le stesse. È incredibile come abbiamo anticipato tutta una serie di cose che poi sono successe».

Mentre scriviamo, Bassolino, presidente della Campania, ha ricevuto un nuovo avviso di garanzia notificatogli dalla procura di Napoli nell'ambito di una inchiesta stralcio su presunte irregolarità nel ciclo dei rifiuti. Ci dice a proposito Garrone: «Molti giornalisti stranieri mi fanno domande provocatorie nel tentativo di farmi dire qualcosa contro il governo attuale. Io mi trovo sempre in imbarazzo, perchè in Campania, questa situazione è stata causata dalla sinistra, che da quindici anni amministra la Campania e Napoli».

Tornando al film, avete mai avuto problemi durante le riprese?

«La Camorra è una forma di stato nello stato, vivono a stretto contatto con le persone, fanno parte proprio del tessuto sociale. L'idea che loro permettano al cinema di raccontare le loro storie, dando la possibilità a famiglie che non hanno mezzi di guadagnare qualche soldo affittando la casa o facendo la comparsa, è una cosa positiva per il sistema. Questa gente vive in una sorta di eco-sistema chiuso, non sa quello che accade al di là del loro quartiere: in questo caso, hanno assistito a qualcosa di diverso, hanno visto girare un film e hanno potuto raccontare la loro esperienza».

Il film è spesso molto chiuso come inquadratura, come se ti facesse vedere un mondo imprigionato.

«La sensazione che volevo dare è quella soggettiva. Volevo fare vivere per un paio d'ore lo spettatore all'interno di quella realtà, insieme a queste persone, farne sentire gli odori. Stare vicino ai personaggi, insomma, spiandoli. Mi sembrava fosse il modo più diretto per creare una emozione nello spettatore».

Una delle scene più famose del film è quella dei due ragazzi in mutande che sparano sulla riva di un fiumiciattolo...

«Questi due personaggi sono una sorta di Don Chichotte e Sancho Panza moderni, che confondono la finzione con la realtà, pensando di essere continuamente in film americani, e rendendosi conto che non è così solo quando è troppo tardi. In questa dimensione anche un po' picaresca, mi sembrava interessante raccontare la loro follia, in una scena in cui sono in mutande, sul fiume, mentre sparano dopo aver rubato le armi al clan. Il paesaggio mi sembra dia un senso di anarchia. I due sono esattamente speculari alla storia del ragazzo - Totò - che invece entra dentro il clan, finendo in una dimensione più carceraria, una sorta di collegio-prigione, dove il cemento da un senso di claustrofobia, dove esiste la disciplina, il rigore, dove gli dicono che non deve pensare lui con la sua testa, ma che i boss devono pensare per lui. Qui c'è la disillusione di questo ragazzino che si aspettava che fosse diversa la vita all'interno di un clan».

Tu hai detto che gli attori li hai trovati in compagnie teatrali. Loro sapevano di cosa si sarebbe parlato?

«Ho fatto un cast a Napoli con gli attori più di tradizione. Poi ho fatto provini nei territori del film. Mi sono appoggiato alla compagnia di teatro Arrevuoto che lavorava sul territorio. Il regista della compagnia è Marco Martinelli, della compagnia delle Albe di Ravenna. Lui lavora con questi ragazzi già da diversi anni, ha fatto spettacoli che ha portato anche in turnè per l'Italia. Nessuno conosceva il libro, avevano solo sentito nominare Saviano».

Quali sono?

«I personaggi principali, Totò, Simone, Roberto, i ragazzi che guidano i camion e tanti altri».

E il boss che è stato arrestato dopo essere stato riconosciuto fra le comparse del tuo film? Sapevi che era un boss?

«Lì è tutto sempre molto confuso. Sapevo che lui era legato a certi ambienti. Non sono uno che crede che il fatto di avere un personaggio vero che interpreta se stesso sia sempre sinonimo di verità, anzi spesso è il contrario. Però ci sono delle eccezioni. In questo caso, mi sembrava che lui avesse delle caratteristiche per interpretare un personaggio vicino a se stesso».

Per precisare, sono due le persone finite in carcere dopo aver fatto "Gomorra". Uno è quello che nel film recita la parte del boss di Pineta Mare, che decide di far uccidere i due ragazzi che volevano diventare camorristi senza prendere ordini da nessuno. Il suo vero nome è Giovanni Venosa e oltre ad essere classificato come delinquente abituale, Venosa è nipote di Luigi Venosa, condannato all'ergastolo nella sentenza d'appello del processo Spartacus pronunciata il 19 giugno scorso nell'aula bunker di Poggioreale, dove tra l'altro era uno dei due imputati presenti. L'altro è Salvatore Fabbricino, uno dei guaglioni di camorra presenti nel film. Le immagini di "Gomorra" più un filmato fatto dai carabinieri sono state fatte vedere al pentito Antonio Prestieri che ha riconosciuto Salvatore come suo dipendente in quelle piazze. Anche Salvatore appartiene ad una famiglia completamente legate alla Camorra. Infine, sempre per la cronaca, una terza persona è stata identificata dal pentito proprio grazie al film di Garrone; Prestieri però non ricordava il nome completo del ragazzo ed è per questo che il personaggio in questione non è ancora stato arrestato.

A questo punto chiediamo a Garrone se anche i boss che appaiono alla fine del film sono veri.

«Sono sempre personaggi legati a quella vita, sono quelli della zona di Casale, Casal di Principe e Villa Literno. Sono però una malavita molto contadina rispetto a quella di Scampia che è molto cittadina. Sono molto brutali, si ammazzano come animali. Infatti, portare via i ragazzi, con la ruspa, è un rito molto animalesco».

Nei tuoi film la luce, il colore è sempre molto particolare, quasi senza vita.

«Sulla stampa ho fatto una serie di lavori tecnici per avere questo tipo di sensazione, che portasse da una parte ad un realismo apparente, ma che invece raccontasse una dimensione più astratta, più pittorica (Garrone è anche pittore, ndr.). Per me la luce è fondamentale per la resa di una immagine, sono sempre molto attento».

La luce è fondamentale anche nella scena di Salvatore, il sarto, quando entra la prima volta nelle case dei cinesi...

«Quella scena era pensata per dare l'idea di una disillusione. Lui pensava di essere accolto come un Maestro, invece arriva e trova questi cinesi in cucina, in mutande, un'atmosfera sgradevole, infatti vorrebbe andarsene via. Questa scena è strettamene legata a quella finale in cui Salvatore torna a casa e racconta alla moglie quello che ha visto, in una sorta di delirio, quasi come se stesse sognando e parlasse a voce alta. Mi piace molto il personaggio del sarto, lo trovo molto fiabesco».

Hai mai conosciuto uno dei reali personaggi del libro?

«No, non credo. L'avrei saputo».

Una sceneggiatura scritta in quattro mesi e poi ritoccata durante le riprese e il montaggio. Come hai fatto a non fare finire una storia che ancora non è finita?

«In realtà, ogni episodio finisce, ha un inizio e una conclusione. Non c'è però un finale con un segnale di speranza, perchè quello sarebbe stato da parte mia un atto di disonestà rispetto alla esperienza che ho vissuto, perchè speranza non ne ho vista. Ci vorranno forse generazioni e generazioni perchè cambi, ma deve cambiare dall'interno».

Il futuro di Garrone cosa prevede?

«Per ora non ho tempo di pensare al futuro, sono ancora impegnato nel lavoro che mi porta Gomorra, non ho avuto ancora modo di concentrarmi in un nuovo progetto».

Ne parleremo allora a Febbraio 2009, quando "Gomorra" uscirà nelle sale americane.