SPECIALE/LIBRI/ Italici: i vantaggi della diaspora

Per gentile concessione dell'editore Giampiero Casagrande, pubblichiamo un estratto dal libro con Piero Bassetti Italici. Il possibile futuro di una community globale a cura di Paolino Accolla e Niccolò d'Aquino (2008).

I giornalisti Accolla e d'Aquino intervistano l'ex presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti, primo "padre ideale" della community trasnazionale che accumuna gli italiani oriundi, gli italofoni, gli italofili e tutti coloro che hanno abbracciato valori e stili di vita dell'Italian way of life. Bassetti sarà presto a New York per discutere il libro.

Ecco perché conviene riconoscere e sfruttare le potenzialità economiche e culturali del cosidetto mondo "glocal" degli italici.

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Italici: sia il termine sia l'idea cominciano ormai a farsi strada nel linguaggio comune. Ma come è nata l'intuizione di questa nuova forma di italianità diffusa nel mondo? Quando le venne il primo "sospetto" che, forse, nel mondo esisteva a livello latente un network potenziale di italianità? Facciamo un po' di cronistoria.

«Il "sospetto", come lo chiamate, mi venne quando sono diventato presidente di Unioncamere sul finire degli anni Ottanta e ho conosciuto a livello operativo le Ccie, le Camere di commercio italiane all'estero. Ho visto subito che le Camere italiane e quelle italiane all'estero sono due realtà diverse, due mondi paralleli. Fino ad allora non si erano praticamente mai incrociati, se non marginalmente. Nazionali e più istituzionali, le prime. Di diritto estero e con finalità più immediatamente imprenditoriali, le seconde. Certo io sapevo già dell'esistenza delle Ccie. Alcune sono di vecchissima data, create addirittura sul finire dell'Ottocento. Ma avevano sempre agito come monadi isolate. Incontrarle nel ruolo di responsabile della rete camerale nazionale mi mise in contatto con le comunità d'affari create dagli italiani nei cinque continenti. Ho toccato così di prima mano i problemi legati alla globalizzazione. Sono state le voci, i volti, i modi di migliaia di donne e uomini - soprattutto, ma non solo, legati al mondo del business e degli affari - a comporre davanti ai miei occhi la fisionomia dell'italico, cittadino ideale del villaggio globale. È stato allora che ho intravisto un potenziale da valorizzare. Un potenziale enorme, la forza dinamica di una realtà composta da comunità sparse praticamente in ogni angolo della terra e che, pur diverse fra loro, avevano molto evidentemente dei caratteri in comune. Più che un'intuizione, è stato il lento emergere di una consapevolezza. In quei caratteri riconoscevo chiari tratti italiani, ma mi rendevo conto che c'era molto di più. In queste comunità c'era la coscienza di avere vecchie radici in Italia ma di appartenere allo stesso tempo a una nuova patria. C'era un forte senso di contemporaneità. Uno spirito già globale. E, soprattutto, una grande voglia, un bisogno di conoscersi».

Si trattava, comunque, sempre di italiani: di prima, seconda o terza generazione. Che magari non parlavano più la lingua dei loro padri ma quella della nuova nazione in cui vivevano. Gli "italici", invece, sono qualcosa di diverso, che va oltre...

«La riflessione sul "mondo in italiano" aveva portato come naturale sviluppo a produrre un neologismo: italici, appunto. Credo che, in questo caso, il "manifesto" ideologico possa essere stato un articolo che scrissi, nel 1998, per la rivista di geopolitica "Limes". Lì parlavo di "una network society dentro la quale l'italianità è un fattore di aggregazione e di riconoscimento" individuandola come "una comunità virtuale, perché non modellata su criteri tradizionali di identificazione e di appartenenza; in grado, però, di assumere progressivamente forza, nella misura in cui sa aprirsi e rendersi disponibile verso nuove e continue adesioni dall'esterno e sa collegarsi costituendo una rete di poli tra loro ben connessi, anche senza continuità territoriale". Scrissi di "un immenso contenitore di valori, di idee, di culture e di esperienze rappresentato da quell'insieme di persone, di interessi, di relazioni, da quella latente comunità o polis che vive stabilmente fuori dai confini italiani, ma che guarda all'italianità come elemento di aggregazione". Mi dichiarai convinto che "per questi nuovi soggetti, l'italianità, intesa non come cittadinanza, ma come sistema di valori, può rivelarsi un'importante risorsa strategica" ».

Una nazione fuori dai confini nazionali e per di più originata da una diaspora. Un concetto un po' difficile da vendere. Anche per via di quel termine - diaspora, appunto - che non venne capito subito e che le procurò parecchie avversità.

«E, invece, avevo ragione io. Certo: "diaspora" è una parola greve, carica di un senso di travaglio. Può incutere timore. Ma l'ho usata dopo averci pensato bene. Diaspora significa: dispersione, sparpagliamento, porta in sé un profondo senso di rovina. Ha come avvio una partenza, spesso tragica, dai paesi d'origine. Ma, come qualche anno dopo dissi in un libro in cui ufficialmente non comparivo con il mio nome, io non riesco a concepirla solo con il cogliere questo sentimento di perdita. Nel termine diaspora vedo, invece, qualche cosa di più vicino alla etimologia della parola. Perché, in greco antico, il verbo diasperein letteralmente significa: piantar semi, radici. Ha quindi una connotazione di sviluppo, di crescita, di miglioramento, di futuro. Tra l'altro, quella italiana è una diaspora in senso forte. Cioè: una polis transnazionale tenuta insieme da un incrollabile senso del "noi", che si riconosce al tempo stesso nella italianità e nel business. Mi convinsi che c'erano le condizioni per riaggregare il mondo creato da questa diaspora attraverso il collante del business. Ovvero: perché non sfruttare la diaspora per erigere un sistema di relazioni e contatti valoriali, economici ma anche culturali e di stili di vita? Pensavo e lo penso tuttora che il sistema che ne sarebbe venuto fuori avrebbe superato di gran lunga sia la rete istituzionale dei vari centri di ufficialità italiana all'estero sia il pur notevole appeal legato ai prodotti del made in Italy».

È la stessa idea che fa da humus alle cosiddette global communities. Ma che, all'epoca, si pensava riguardasse soltanto altri gruppi cosiddetti etnici: anglofoni, ispanici, cinesi.

«Sì. Quando si fece largo il concetto delle global communities si pensò che riguardasse "popoli" non divisi da appartenenze territoriali, ma uniti da interessi economici, scientifici, professionali o emotivi; coesi non più sulla base della cittadinanza, ma degli interessi e dei valori di un mondo comunque orientato verso una progressiva unificazione. Ma, chissà perché, si pensò che la cosa non riguardasse noi. Io invece ero e sono convinto che, al pari per esempio della hispanidad e degli altri grandi movimenti etnici di coesione locale su scala globale, anche l'italicità abbia una fortissima capacità di aggregazione. La differenza tra ispanici e italici è che questi ultimi non hanno consapevolezza della loro specificità e della ricchezza potenziale che ne può derivare. I numeri ci sono tutti, ma non vengono capiti».

Ma davvero ci sono i numeri per un network italico? Ne è sicuro? Siamo certi che il "sistema Italia" possa ancora fungere da motore o da modello al sistema italico? All'estero si sprecano gli articoli e le denunce sul "declino" dell'Italia: economico, politico, sociale, culturale. Addirittura ci accusano di mancanza di felicità.

«Nego che ci sia questo declino. E, soprattutto, ritengo che la questione non abbia senso. Per il semplice motivo che, in un ordine mondiale sempre più globale - anzi: glocale - dove le antiche frontiere si vanno sgretolando, non ha senso misurare la competitività e la vitalità di un sistema limitandole all'interno di vecchi confini. Qualora ci fosse davvero un declino dell'Italia in quanto Paese, non è certo detto che questo declino riguardi il sistema degli italici. In questo senso, per esempio, la cosiddetta "fuga dei cervelli" che tanto allarma, se la si legge in chiave italica va in realtà vista come un investimento. È quello che il Commonwealth britannico aveva capito da subito. L'ingegnere o il professore o l'artigiano inglese che andava a lavorare - e a guadagnare meglio - in India non indeboliva Londra: "arricchiva" il Commonwealth. Un altro esempio, diverso ma che porta alle stesse conclusioni: oltre il 30 per cento degli italiani che vivono nel Nord Italia ha un reddito pro capite più alto della media europea. Anche loro "arricchiscono" il Commonwealth italico».

Prima la diaspora, poi gli italici. Più recentemente ha proposto un nuovo concetto ancora: quello di un Commonwealth d'Italia. La parola commonwealth fa subito pensare al grande regno britannico. Non è un paragone un po' azzardato?

«L'ho detto persino nel discorso di saluto in occasione di una recente visita a Milano della Regina d'Inghilterra! Cioè a qualcuno che il Commonwealth sa bene che cosa sia. Ho paragonato la comunità globale italica a un Commonwealth di culture, di esperienze, di ideali, una ricerca di comunanza con tutte le genti che abbiano una radice italiana o che sappiano apprezzare, come il grande paesaggista inglese Joseph Mallord Turner, la sua storia, la sua cultura o, semplicemente, quel modo di fare aperto e cordiale che li contraddistingue. Turner, venendo in Italia, dipingendola, svelandola, è stato un vero e proprio ambasciatore culturale. Non di uno Stato, ma di un'idea che noi, oggi, chiamiamo "italicità". Ovvero: tutto ciò che attiene all'Italia dal punto di vista spirituale, del gusto e del carattere. Le diversità con l'esperienza britannica sono ovvie: dalla dimensione politica e di potere esercitato in passato dalla Corona, all'uso della lingua, che per loro è rimasta l'inglese, mentre per noi è andata quasi sempre persa, stemperandosi e mutandosi in quella locale. Ma, detto questo, Regno Unito e Italia hanno parecchio in comune. Soprattutto ora, in ambito comunitario. Possono adoperarsi per l'edificazione di un'Europa unita e solida, perché - rispetto ad altri paesi, come Francia o Germania - hanno una vera e propria "via di fuga" economica, commerciale e culturale: lo strettissimo rapporto con le rispettive diaspore».

E adesso? Che futuro concreto ha il "progetto italici"?

«Per promuovere la visibilità dell'italicità abbiamo individuato due strategie. La prima è il portale web Italici.net. Deve divenire il canale di comunicazione con il mondo in italiano. Attraverso la rete con i suoi strumenti più attuale e in continuo divenire, come Second Life ad esempio, vogliamo raccogliere le esperienze del vasto universo italico che intendiamo scandagliare, stimolandone gli interessi e raccogliendo le reazioni sui valori che proponiamo e l'identificazione dei luoghi di aggregazione di quanti all'italicità fanno riferimento. La consapevolezza che attraverso il web si possa meglio raggiungere gli attori - soggetti che costituiscono il mondo in italiano nasce dalla certezza della flessibilità del sistema di cui questi attori e soggetti fanno parte, consapevolmente o meno. E nasce dall'ampiezza praticamente illimitata del raggio d'azione di uno strumento formidabile come il portale internet. Se ben amministrato, può sia "parlare a", sia "dare voce a" un uditorio diversificato per nazionalità, lingua, professione e livello culturale. Garantendo il grado di a-territorialità ed empiricità che impone la dimensione globale. E poi, seconda strategia, c'è l'insieme delle attività non basate sul web. Ovvero: l'approfondimento culturale, intellettuale e politico del concetto di italicità. Volto da un lato a creare la letteratura di supporto all'analisi del tema e, dall'altro, a organizzare e coordinare un gruppo di "menti pensanti". In questo ambito rientrano le iniziative editoriali, ma anche la creazione di referenze bibliografiche. E, ancora: le iniziative comunicazionali finalizzate alla creazione di interazioni e scambi sul tema, attraverso l'organizzazione di comitati di riflessione sulla materia e le indagini su specifiche categorie di italici».

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Piero Bassetti è nato a Milano nel 1928, si è laureato in Economia e Commercio all'Università Bocconi di Milano e ha studiato alla Cornell University e alla London School of Economics.

Primo Presidente della Regione Lombardia dal 1970 al 1974, deputato al Parlamento dal 1976 al 1982; dal 1982 al 1997 è stato Presidente della Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Milano nonché Presidente dell'Unione delle Camere di Commercio Italiane (Unioncamere) dal 1983 al 1992. Dal 1993 al 1999 è stato Presidente dell'Associazione delle Camere di Commercio Italiane all'estero (CCIE). E' Presidente della Fondazione Giannino Bassetti il cui scopo è lo studio della "responsabilità nell'innovazione" e di Globus et Locus, Associazione di istituzioni il cui scopo è l'analisi dei rapporti tra il globale e il locale. Sito internet www.globusetlocus.org