A modo mio

He Can, He Cain (Mc)

di Luigi Troiani

Nel crepuscolo inglorioso della presidenza Bush, un repubblicano e un democratico incrociano le loro capacità e potenzialità nel convincere l'elettorato per il voto del 4 novembre. Nei giorni scorsi, si sono accostati insieme sul baratro della grande crisi finanziaria statunitense, poi hanno ripreso un confronto teso e radicale, il cui esito è tuttora impossibile formulare, troppe essendo le variabili irrazionali ed emotive (tra le quali, inutile nasconderlo, va messo il pregiudizio razziale) che influenzeranno l'espressione della volontà popolare. Una cosa è certa: non si potrà dire, come in occasione di altre presidenziali, che il confronto risulti poco interessante, con candidati di basso profilo e/o programmi poco differenziati. Obama e McCain sono figure rappresentative di una certa America, sufficientemente attrezzati per il posto che intendono occupare, latori di proposte abbastanza diverse per la soluzione dei problemi interni e internazionali che si troverebbero ad affrontare da presidenti. La partita si gioca fra avversari degni, con due modelli alternativi di riorganizzazione della società americana e del suo ruolo nel mondo.

Chi sembra potere di più, almeno in questa fase che lo vede avanti nei sondaggi d'opinione, è Barack Hussein Obama. Corre sostenuto dalla macchina del partito democratico, al contrario di McCain che, dopo aver flirtato sino a due mesi fa con gli errori di Bush, rivendica ora la sua "indipendenza" di maverick solitario, tentando di smarcarsi da un partito repubblicano che deve farsi perdonare di aver portato Bush junior alla Casa Bianca. Può alzare i toni della polemica antirepubblicana su temi strutturali come l'attuale abisso finanziario, il riscaldamento globale, gli insuccessi politico-militari di Iraq e Afghanistan. Può proporsi come credibile costruttore di un minimo di stato sociale, con l'allargamento del diritto alla pensione e alla sanità pubbliche, la detassazione dei redditi a favore dei ceti medi, politiche attive di integrazione.

Anche la scelta dei candidati alla vicepresidenza, alla lunga, dovrebbe premiare il candidato democratico: passato l'effetto sorpresa, la Palin sta mostrando i suoi limiti, alcuni dei quali, come si è visto nell'infelice intervista alla Cbs, hanno fatto vergognare McCain per la sua scelta. Il candidato repubblicano è avanti negli anni: il persistere di dubbi sulle qualità della vice possono risultare decisivi al momento del voto popolare. Non che Joe Biden, e lo si è visto nel dibattito televisivo di giovedì, stia aiutando più di tanto Obama. Tuttavia le ripetute gaffe del senatore del Delaware (la più esilarante ha spedito in televisione il presidente Franklin Delano Roosevelt allo sbocciare della crisi del 1929: peccato che la televisione all'epoca non esistesse, e che Roosevelt dovesse attendere ancora tre anni per occupare la Casa Bianca!) non arrivano ad oscurare le sue indubbie competenze in politica estera, punto debole di Obama.

Dall'Europa si auspica che la scelta dell'elettorato americano guardi alla sostanza dei programmi e alle competenze dei team candidati, senza farsi influenzare da aspetti di contorno come l'età, il colore della pelle, il genere, il credo religioso. Il mondo ha bisogno di uscire dall'infelice periodo bushista, e ritrovare a Washington un leader degno e competente. E' un mondo di nuovo complicato, dove i problemi, causa anche l'ignavia dell'inquilino della Casa bianca degli ultimi otto anni, si sono accumulati oltre il consentito. Obama è il cambio, McCain la continuità. Gli americani sceglieranno, noi restiamo in attesa di una buona scelta.