ANALISI&COMMENTI// CINEMA&STORIA/ Dopo i miti, il miracolo di un film

di Stanislao Pugliese*

"Miracle at St. Anna", il nuovo film di Spike Lee basato sull'omonimo romanzo scritto da James McBride, ha fatto scoppiare una polemica mediatica accesa sia in Italia che negli Stati Uniti. Durante le prime italiane i veterani partigiani e la loro organizzazione ANPI, insieme con i sopravissuti al noto massacro nazista di Sant'Anna di Stazzema (12 agosto 1944) hanno protestato sostenendo che si tratta di un insulto e un impreciso ritratto storico della Resistenza armata. Il giornalista ed ex partigiano Giorgio Bocca, portavoce degli storici che si occupano di Resistenza Italiana, ha lanciato un attacco al regista nelle pagine del quotidiano "La Repubblica", Lee ha risposto che non aveva intenzione di denigrare i partigiani ma che ha trattato l'argomento nel suo film senza giudicare.

Essendo uno storico della Resistenza e una delle poche persone che ha letto il libro e visto il film, vorrei commentare l'interpretazione del libro, del film e dei fatti storici.

La storia racconta di quattro soldati americani di colore, appartenenti al segregato battaglione Buffalo Soldiers dell'esercito americano, presi oltre il fronte tedesco in toscana nel 1944.

Uno dei soldati, il simpatico Sam Train, salva un bambino italiano dopo un bombardamento. Il bambino, che Sam considera un angelo (il suo nome è Angelo difatti), pensa che il suo salvatore sia un "gigante di cioccolato". Da parte loro, i soldati americani neri, realizzano che i civili italiani guardano loro come uomini, come soldati, come americani; il colore della loro pelle è motivo di curiosità non di condanna. Il "miracolo" di Sant'Anna non è legato solo alla salvezza di Angelo, ma anche al fatto che uomini neri sono visti come uomini, non solo come neri.

La controversia di questi giorni riguarda la descrizione e l'interpretazione del massacro di Sant'Anna e il ritratto dei partigiani. C'è un traditore tra i partigiani e sembra che siano questi i responsabili del massacro. Alcuni partigiani potrebbero trovare sia il film di Spike Lee che il libro di James McBride "offensivo". Io non posso parlare per loro. Ma nessuno studioso serio della Resistenza concorda con una descrizione candida e senza colpa della vicenda 1943-1945.

Mentre c'è abbastanza da dire (e da reclamare) sulla "mitologia" della Resistenza - basti pensare che l'odierno Primo Ministro italiano desidera che i libri di storia vengano riscritti con un occhio più critico - chi ha partecipato alla Resistenza armata contro il Fascismo e l'occupazione nazista è sempre stato consapevole della profonda ambiguità morale del conflitto. Basta che si legga "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino del 1947 per rendersi conto che la Sinistra era perfettamente cosciente di cosa Primo Levi ha chiamato, in un altro contesto, la Zona Grigia.

Io non ho trovato il ritratto dei partigiani offensivo. Si, c'è un traditore tra di loro, ma questo è cosa comune (lascerò agli altri la critica di una scena cruciale del film dove ai soldati neri è negato il servizio in una gelateria della Lousiana del 1943; stessa gelateria dove i soldati tedeschi catturati si stanno divertendo immensamente. Nel romanzo i soldati se ne vanno umiliati; nel film tornano in maniera trionfale e vendicativa).

Nessun film hollywoodiano sulla Seconda Guerra Mondiale è completo senza lo stereotipo del "Buon Nazi". Spike Lee non ce ne offre solo uno, ma due (nel libro ne esiste solo uno). Sono loro che salvano le vite dei due protagonisti, Angelo e Hector Negron. Ho trovato curioso che chi rivendica una critica troppo forte (e negativa) nel ritratto della sinistra partigiana non abbia espresso nessun commento sulla descrizione positiva dei Nazisti. (Non che non ci fossero esempi di ufficiali tedeschi e anche nazisti che mostrassero una coscienza morale).

Alcuni accusano che il film mette in luce il fatto che partigiani fuggiti nelle montagne abbiano lasciato i civili senza difese a parare i colpi dell'esercito tedesco. Questa, penso, non è l'intenzione né dello scrittore né del regista. Durante la cosiddetta Repubblica di Salò, gli uomini erano selezionati e istruiti fino all'ultimo per vincere la guerra. È stato a questo punto che molti uomini (e donne) decisero di combattere contro i fascisti (una guerra civile) e contro l'occupazione nazista. Questi sono sempre stati considerati traditori. Ora sappiamo che alcuni dei maggiori politici e intellettuali post-bellici hanno supportato Salò al di là di alcune forme di nazionalismo corrotto. Molti hanno ammesso i loro errori, altri no.

La cosa più importante è che l'interpretazione sbagliata aiuta la perpetuazione di un mito fascista di destra: che i partigiani sono stati codardi senza scrupoli nel lasciare i civili indifesi dalla reazione dei tedeschi. Il mito inizia con un attacco partigiano al battaglione della polizia tedesca in via Rasella il 23 marzo 1943 a Roma. A causa della perdita di 33 tedeschi, alle SS e al comando Gestapo di Roma fu ordinato di uccidere 10 italiani per ogni tedesco morto e così facendo morirono 335 (non 330) uomini e ragazzi (età compresa tra 17 e i 77, 73 dei quali ebrei), nessuno dei quali aveva qualcosa a che fare con l'attacco. E qui è dove la memoria e la storia ci traggono in inganno. Sino ai giorni d'oggi, ci sono Romani che insistono di aver visto, immediatamente dopo l'attacco, manifesti affissi dal comando tedesco che chiedevano ai partigiani di presentarsi per la punizione altrimenti i civili avrebbero pagato per loro. Ancora alcuni di questi "testimoni" dicono di poter descrivere i manifesti del dopo attacco. Quando i partigiani mancarono di presentarsi, i tedeschi giustiziarono 335 civili il giorno dopo, il 24 marzo 1943 nelle fosse Ardeatine. All'inizio questo mito circolò a Roma e in Italia. Solo un problema: i tedeschi non hanno mai appeso quelle affissioni; l'ordine di giustiziare fu segreto e doveva essere eseguito in 24 ore. Tutto questo è stato confermato da Herbert Kappler, il capitano delle SS in carica a Roma durante il processo del dopoguerra. E ancora, come ci mostra in maniera evidente e tragica l'autorevole libro di Alessandro Portelli, "L'ordine è gia stato eseguito" , ci sono ancora romani che insistono sulla colpevolezza dei partigiani.

Quelli che accusano i partigiani per il massacro nazista ripetono, quasi parola per parola, quello che l'ufficiale delle SS responsabili del massacro di Sant'Anna di Stazzema dicono nel film. In quella scena che probabilmente è pura finzione, lui rimprovera il traditore partigiano per il massacro; è stata una LORO colpa! Spostando la responsabilità morale di questo massacro (e ne ha influenzati altri) ha effettivamente assolto se stesso, il Wehrmacht tedesco, le SS, il fascismo italiano e il socialismo nazionale e, in maniera conveniente, ha diretto l'accusa sui partigiani. Questo è un cinico riscrivere storia.

James McBride dovrebbe essere lodato per aver salvato la storia dei Buffalo Soldiers dalla pattumiera della storia; Spike Lee dovrebbe essere riconosciuto per un film forte, ma non corretto storicamente; lettori e pubblico dovrebbero correre nelle librerie o al cinema e giudicarlo personalmente. La scorsa notte Spike Lee e il presidente Giorgio Napoletano hanno visto il film insieme, ma non si sa ancora nulla della loro conversazione.

*Stanislao G. Pugliese è professore di storia alla Hofstra University; il suo libro "Bitter Spring: A Life of Ignazio Silone" sarà pubblicato in aprile.