Visti da New York

McCain-Palin, Mission Impossible

di Stefano Vaccara

L'assioma accettato anche da molti commentatori vicini ai repubblicani, è che con l'economia rimasta ormai tema centrale della campagna elettorale, per il ticket McCain-Palin le speranze di vincere siano sempre meno. Finché si tratta di "conservare" o "difendere" la nave America che va, allora sarebbe il Gop il partito più qualificato a lasciare tutto com'è. Ma quando si tratta e d'urgenza di aggiustare le falle prima che la barca affondi, sarebbero i democratici gli specialisti del "change". Insomma, il Gop sarebbe il partito della conservazione o status quo, mentre il democratico sarebbe quello dell'interventismo o del progresso, a secondo dei punti di vista.

Non è stato sempre così. Non c'è bisogno di tornare a due secoli fa e a Lincoln per poter ricordare un Gop capace di tramettere un'agenda politica al grido del "change". Newt Gingrich conquistò il Congresso con il "contratto con l'America". Fu un'impresa più elettorale che sostanziale alla fine, ma vinse perché riuscì a far accettare l'idea che il Gop fosse capace di essere un partito messaggero di cambiamento. Così come avvenne con Reagan nel 1980.

L'introduzione serve per arrivare a decifrare la candidatura del governatore dell'Alaska Sarah Palin e perché questa non stia dando i frutti sperati. Le cronache ci raccontano che McCain avrebbe scelto Palin solo dopo che gli fu "impedito" dal suo staff di scegliere l'ex democratico ora indipendente senatore Lieberman, pena la sconfitta certa. Allora si svolgeva la convention democratica e Obama stava tornando in vantaggio. McCain scelse Palin e per qualche settimana recuperò.

Poi scoppia la bomba dei fallimenti imminenti delle grandi banche d'investimento, dell'assicurazione Aig... e della proposta Paulson-Bush del "bail out" da 700 miliardi di dollari da far deglutire al Congresso. La bomba in realtà era attesa da mesi. Non si sapeva quando avrebbe fatto boom (e qualcuno sperava dopo il 4 novembre) ma da tempo gli strateghi delle campagne elettorali sia di McCain sia di Obama non potevano non vedere le scintille correre sulla miccia della bomba finanziaria che sarebbe esplosa a Wall Street. Ma se la strategia del candidato democratico era già impostata in attesa del botto e non doveva cambiar nulla nello slogan "Change, Yes We Can", quella del candidato repubblicano McCain doveva essere rivoluzionata: non sarebbe più bastato parlare di "Country First", o di ribadire come in Iraq il "surge" voluto da McCain stesse funzionando etc etc. Il messaggio doveva rapidamente diventare di "Change, yes McCain can and much better".

Sarah Palin, che all'inizio viene vista soltanto come capace di rinsaldare i ranghi della base conservatrice mai innamorata del "maverick" McCain, ecco che viene in realtà scelta perché sarebbe stata colei che doveva "trasmettere" il nuovo McCain, soprattutto tra quegli indispensabili indipendenti in cerca di cambiamento ma che vedono spesso proprio nei democratici il partito "più conservatore". Ecco che doveva essere lei a portare il cartello del "Change". Ricordate come McCain presentava Palin ad ogni comizio elettorale, con frasi tipo, "Vedrete cosa accadrà quando questa donna arriverà a Washington...".

Invece Palin finora ha deluso. Mentre Washington sudava freddo e riusciva in extremis a far passare una legge che potesse dare ancora un po' di credito - in tutti i sensi del termine - all'intero sistema finanziario americano per rassicurare l'economia globale, Palin non riusciva nel dibattito tra vicepresidenti a far passare il messaggio che votare McCain significava votare per il "change".

Palin non ha mai dato l'impressione di saper trasmettere fiducia, nel caso purtroppo assai plausibile data la candidatura del più anziano candidato della storia degli Usa che è già sopravvissuto al tumore, in chi potrebbe diventare presidente della iper potenza capace di distruggere il pianeta in pochi minuti. Ma ciò era stato messo nel conto. Quello che invece doveva comunicare ma in cui non è mai stata convincente, era che il ticket possedeva la "vision" per il cambiamento. Non basta dire frasi fatte. Non basta ripetere "Drill, baby, drill".

Semmai è stato l'esperto senatore Joe Biden ad essere più convincente nel presentare l'eventuale amministrazione McCain come l'equivalente di un nuovo mandato a Bush, dove a Wall Street e a Baghdad tutto resta com'è. Biden è stato bravo nell'insistere sul messaggio che l'unico candidato capace di cancellare otto anni di bushismo e rilanciare l'America è Barack Obama.

Il ruolo molto più modesto di Palin a questo punto sembra quello di far votare la base ultra conservatrice. Toccherà a McCain tentare di convincere nel prossimo dibattito chi ormai si dirige verso Obama a cambiare idea, che anche lui "yes, he can change". Impresa disperata.