RASSEGNE/ Quando nel cinema italoamericano conta il ruolo femminile

di Monica London

E` la prima volta che a New York si organizza un festival dedicato al cinema italo-americano e con grande entusiasmo è stato accolto da accademici, cinefili e un pubblico d’appassionati che mercoledì scorso si sono riuniti per la giornata d’apertura presso le sale del Calandra Italian American Institute, diretto da Anthony Tamburi.

“New Italian American Cinema” inaugura i quattro giorni di Festival con un ciclo di conferenze e dibattiti su tematiche relative alla cultura italo-americana, seguiti da una rassegna di film e cortometraggi in programma da giovedì venticinque fino a domenica ventotto settembre presso le sale di tre CUNY College (City University New York). Si inizia la conferenza con il tema forse più clichè: “Italo-americani e attività criminali”, che prende spunto dall’intervento dello scrittore italo-americano George De Stefano: “Il genere gangster è finito”? Una disquisizione sullo stereotipo dell’italo-americano mafioso che affonda radici nel cinema americano sin dagli anni Trenta e che culmina nella figura di Tony Soprano, il violento e seduttore “capo-regime”.

Ci si chiede poi con l’intervento di Fred Godarphè: “You got a problem with that” - cinematic gangster and the Italian Community” che cosa film come “Il Padrino”, “Scarface” e “Sopranos” hanno da dire sulla società americana e non solo sugli italiani e, soprattutto, perché il pubblico è così affascinato dalle storie criminali degli italiani o italo-americani presentate sullo schermo. Una domanda a cui sembra rispondere il professore del College di State Island, Giancarlo Lombardi, che presenta uno studio dal titolo “Don’t stop beliving, Don’t stop: structuring expectation in the final season of the Sopranos” che si focalizza sull’ultima serie dei Sopranos e su come meccanismi televisivi quali l’imprevedibilità dei tempi di trasmissione tra una serie e l’altra (due anni) porti gli spettatori a crearsi delle aspettative e, in particolare, come il senso di nostalgia nei confronti dei personaggi automaticamente porti a perdonare la violenza di Tony e degli atti criminali. “Il perdono è molto importante, porta a dimenticare e poi a desiderare un ritorno dei personaggi che perciò diventano dei miti” sostiene lo studioso.

Sullo stesso argomento è intervenuto Giuliana Muscio con “From the Italians to Tony Sopranos: italians and immigrants on the US silver screen (1895-1940)”. Alla conferenza hanno seguito una serie di dibattiti sul genere del cortometraggio di cui hanno portato diretta testimonianza tre registi italo-americani con i loro film presenti in rassegna: “Fifty Cents” di Philip Botti; “A pena do pana” di Lucia Grillo e “Noon Pishadoo” di Michael Canzoniere e Marco Ricci, seguiti dall’intervento di Joseph Sciorra del Calandra Institute, “Documenting documentaries” e del Dean dell’Istituto Anthony Tamburi titolato “Italian/American briefs: the short films”.

La prima giornata in rassegna si è svolta al Borough of Manhattan Community College grazie alla coordinazione della professoressa d’italiano Maria Enrico, ed è culminata con la proiezione del film della regista italo-argentina Nancy Savoca: “Thrue Love” (1898). Il film fa parte di quella generazione di registi che hanno seguito Francis Ford Coppola, Brian de Palma e Martin Scorsese e hanno contribuito a lasciar sbiadire l’immagine dell’italo-americano mafioso per dare spazio a tematiche familiari in cui spicca il rapporto tra i sessi e il ruolo della donna. Da figura subalterna in “Il Padrino” e “Scarface” assume un ruolo centrale nel film della Savoca considerato “il primo film d’orientamento femminile”. E’ così che la regista ce ne parla alla fine della proiezione: “Vengo da una famiglia dove la donna ha avuto un ruolo molto forte e perciò mi ha sempre interessato il tema della segregazione femminile. Mi incuriosiva vedere in film per esempio come il “Padrino” come gli uomini stanno tra uomini, giocano a carte e fanno cose prettamente maschili; nel mio film ho voluto raccontare il lato femminile rimasto in ombra nei film italo-americani del tempo in cui sono cresciuta”.

Il dibattito ha poi stimolato un’interessante conversazione sulla reazione del pubblico al tema dello stereotipo nel cinema italo-americano. Prima con la mafia e poi con il tema della famiglia e del rapporto tra i sessi, secondo la regista “il pubblico ha bisogno di temi archetipici con la quale identificarsi, perché in qualche modo riflettono valori “universali”. Nel caso della mafia l’idea della famiglia, dell’onore e della solidarietà sono temi che attraggono in quanto non li vediamo nella vita di tutti i giorni ma fanno parte di un immaginario collettivo”.