MUSICA LIRICA/Sempre più Puccini

di Franco Borrelli

Puccini, sempre Puccini, fortissimamente Puccini. Non ce ne voglia l’Alfieri, ma la tentazione è forte, in quest’anno di celebrazioni e di (ri)proposizioni per il centocinquantesimo anniversario della sua nascita (e l’autunno promette ancora scintille). S’è avuto un po’ di tutto, sinora: messinscene tradizionali in Europa (il festival di Torre del Lago insegna) e qui in America, nonché sperimentalismi e azzardi scenici, e, in campo video-discografico, ovvia offerta di incisioni d’archivio e\o di novità in assoluto con cast relativamente giovani e ricchi d’entusiasmo. Del resto, la «Bohème» soprattutto è un inno alla giovinezza dei sentimenti, della passione, della seduzione e dei (tardo)romanticismi, un invito alla spensieratezza “impegnata”. Mimì, poi, è creatura sempre pateticamente avvincente, anche quando da fanciulla remissiva e malata diventa quasi civettuola, fino a diriger lei le corde e le emozioni dell’amato Rodolfo.

Ci riferiamo qui in particolare all’edizione con Angela Gheorghiu e Ramón Vargas - quella della lussugeggiante fantasia zeffirelliana - che il Met ha voluto, giustamente, proporre ancora una volta a Manhattan, durante la scorsa stagione lirica. Si potrà discutere a lungo sulla necessità cinematografica delle migliaia di particolari presenti anche nella povera soffitta parigina, ma non ci si stancherà mai di sottolinere quanto, proprio questi particolari, rendano poi avvincente e attraente questo o altri capolavori. E Zeffirelli, non ci si stancherà mai di sottolinearlo (anche a proposito delle sue versioni davvero cinematografiche), è il genio dei particolari, e la vita, si sa, è fatta di piccole cose. Del resto, in questa produzione del Met si è tornati comunque a sottolineare la nuda essenzialità scenica in quel terzo atto dove i destini degli amanti cominciano a trovar poetica definizione e composizione. Come dimenticare, infatti, quella periferia innevata e quella locanda che sembra fatta apposta per custodire gelosamente sentimenti e seduzioni?

Angela Gheorghiu - un’essenzialità vocale la sua, eccezionale e coinvolgente -, sa dare alla sua Mimì connotati di profonda umanità e tali da suscitare la partecipazione dei cuori anche i più freddi. Stesso discorso per il Rodolfo di un Vargas a livelli eccellenti, dotato d’un timbro che fa ricordare altri grandi d’un recente passato (vedasi, ad esempio, tale Pavarotti), creatura egli stesso ricca di entusiasmo e di gioia di vivere. Corona al duo fanno poi la deliziosa Musetta di Ainhoa Arteta, il Marcello di Ludovic Tézier, il Colline di Oren Gradus e i simpatici Benoit-Alcindoro del veterano Paul Plishka. Un cast giovane, quindi, per un capolavoro giovane a tutti gli effetti, e destinato a rimaner tale anche nei decenni a venire.

La grandezza di Puccini e la sua capacità di cogliere fin nel profondo i benché minimi rivolgimenti dell’anima e del cuore non stanno solo (o non tanto) nelle arie consacrate o nei duetti famosi [“Che gelida manina!”, “Sì. Mi chiamano Mimì”, “O soave fanciulla”, “Quando me’n vo” o “Donde lieta uscì”, ad esempio], ma nelle pagine che ad esse fanno prologo e che piuttosto che “spezzare” la magìa vocale ne arricchiscono invece tessitura e struttura. Con un tempismo davvero esemplare, di questa preziosa e ricca edizione Met la EMI Classics s’è fatta portavoce con un Dvd che certo andrà ad arricchire, per esemplarità, il meglio sinora reperibile sul mercato.

Tempismo anche da parte della Deutsche Grammophon (gruppo Universal Classics) che della stessa «Bohème» ha appena pubblicato un’edizione in doppio Cd interpretata dalla coppia più richiesta e “calda” del momento: Anna Netrebko (Mimì) e Rolando Villazón (Rodolfo). Ovvi i paragoni fra l’una e l’altra edizione, fra un Rodolfo e l’altro, fra una Mimì e l’altra. Ma risulta, comunque, assai difficile assegnare la palma del migliore. Pur nella loro diversità, infatti, il quartetto è di quelli che lasciano stupefatti, sia che si preferisca l’entusiasmo stentoreo di Villazón alla maggiore linearità di Vargas, sia che alla scarna angelica essenzialità della Gheorghiu si voglia sostituire la maggiore rotondità vellutata della Netrebko. Si tratta di eccellenza nella diversità; tutto qui, semplicemente. Stesso discorso anche per le Musette, anche se queste seducenti fanciulle dell’Arteta e di Nicole Cabell finiscono con l’essere vicine assai più di quanto si possa credere.

Due esempi di grandezza musicale, quindi, il primo con il nostro Nicola Luisotti a dirigere orchestra e coro del Met, il secondo con Bertrand De Billy sul podio della Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks. Entrambe le regitrazioni - per la cronaca - sono state effettuate quest’anno.
Ancora Puccini, ancora dal Met, ancora attraverso un Dvd dell’EMI, anche la «Manon Lescaut» che tanti consensi ha suscitato la passata stagione. Ad interpretarla, con James Levine sul podio del Lincoln Center, un bravissimo Marcello Giordani nelle vesti di Des Grieux, assai convincente, passionale e innamorato quanto occorre, dotato d’un fraseggio di prima grandezza e d’un entusiasmo che giovano assai al personaggio; lo affianca una più che convincente Karita Mattila in quelle della protagionista (anche se il soprano scandinavo par che sia un po’ troppo avanti negli anni per vestire gli abiti della giovane Manon; ma questo glielo si perdona subito per via di quella sua calda voce che alla giovane sa dare davvero tutto il pathos che occorre).
Anche qui dominano, si sa, le pagine di maggior richiamo e maggiormente ascoltate o incise (“Tra voi, belle, brune e bionde”, “Donna non vidi mai!”, “In quelle trine morbide” o “Sola, perduta, abbandonata”), ma son quelle che contribuiscono a legare i tasselli del mosaico emotivo a svolgere poi un ruolo di indubbio valore. Le opere, insomma, vanno gustate e ascoltate nella loro interezza, pur se le antologie che ne ripropongono le cose migliori e più orecchiabili servono da cattivante... richiamo.

Giordani, ripetiamo, sa calarsi perfettamente nelle emozioni e negli entusiasmi prima e nella sofferenza poi del protagonista. Stupisce positivamente, infine, la parabola caratteriale della giovane donna che la Mattila sa cogliere e sottolineare in ogni piega, dai timori giovanili alla voglia d’amore, dallo stupore per l’imminente deportazione alla disperazione profonda nella coscienza della fine imminente.
Più unitaria la «Bohème» per quando riguarda realizzazione nei tempi e nei contenuti, più spezzettata la «Manon»; ma entrambe di una densità che la musica teavolgente di Puccini riesce ad esaltare al meglio.