ARCHITETTURA/Il laser come designer

di Monica London

L'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, diretto da Francesca Valente, lo scorso venerdì ha inaugurato una mostra dedicata alle opere dell’architetto italiano Elena Manferdini, considerata una delle figure emergenti nel mondo dell’architettura sperimentale.
E’ ormai dal 1997 che l’artista bolognese, trapiantata a Los Angeles, incentra le proprie opere sui complessi rapporti spaziali tra architettura, moda e design industriale, trasformandole in sempre nuovi esiti, dove tecnologia e tridimensionalità giocano un ruolo vitale. Dopo l’esordio alla Biennale di Venezia nel 2002 ed un periodo di formazione presso lo studio FORM di Los Angeles di Greg Lynn, nel 2004 fonda l’atelier Manferdini e inizia la sua carriera accademica presso la Sci-Arc (Southern Californian Institute of architecture), diretto dal celebre architetto Owen Moss.
“Work in progress” è il titolo della mostra monografica presentata all’Istituto, ed esibisce alcune delle opere più significative della giovane designer italiana che oggi collabora con alcune delle più importanti aziende di design italiano e internazionale quali Alessi, Damiani, Guzzini, Fiat, Valentino, Nike e MTV. L’abbiamo incontrata e ci ha parlato del proprio personalissimo stile e della propria vocazione artistica che prende spunto da antiche tradizioni e approda ad uno sperimentalismo formale eseguito con l’uso delle tecnologie più all’avanguardia.

Mi parli della sua formazione accademica. Si è trasferita a Los Angeles nel 1997. Cosa l’ha spinta ad andare a Los Angeles?

«Durante i miei studi presso la facoltà d’ingegneria dell’Università di Bologna, ricevetti una borsa di studio per completare i miei studi all’Università di Los Angeles (UCLA), dove ho poi conseguito un master in architettura. Los Angeles negli ultimi quindici anni rappresenta un polo d’attrazione per gli architetti di tutto il mondo. Da qui cominciai un nuovo percorso della mia vita».

Quali spunti offre il mondo dell’architettura californiano ad un giovane architetto italiano o europeo?
«L’architettura americana rispetto a quella europea e, in particolare italiana, è molto diversa. Qui in California, per esempio, c’è una libertà formale molto più forte ed una grande creatività dal punto di vista formalista. C’è anche molta sperimentazione nel campo del design, basta pensare al mondo degli studio hollywoodiani; tutta la produzione del design è molto all’avanguardia con le tecnologie cinematografiche. Ciò ha creato un’industria e un sistema produttivo diverso».

Nel 2004 ha fondato l’atelier Manferdini che lancia un’idea innovativa con la fusione di tre diversi campi dell’arte: architettura, design industriale e moda. Come vede il legame tra questi elementi e da cosa nasce?

«L’idea che l’architetto sia una persona che possa disegnare su diversa scala è un’idea rinascimentale di stampo europeo. Dal designer di piccole cose come oggetti, ai capi della moda, fino alla pianificazione d’edifici o città. Penso che in qualche modo in questi ultimi anni con l’avvento del computer si è verificato un ritorno del Rinascimento dell’architettura. I nuovi mezzi tecnologici hanno portato agli architetti la possibilità di oltrepassare i limiti del proprio campo e applicare il proprio lavoro su diverse scale, con diversi mezzi di produzione. In particolare, associare la moda agli edifici è un’idea abbastanza inedita».


Nell’installazione “Merletti-interlace” del 2004, di cui una copia è presente in mostra all’Istituto, ha usato la tecnica del laser per modellare materiali industriali come se fossero delicati tessuti che ricreano gli effetti del merletto. Da cosa nasce l’idea?

«L’opera intende mostrare come un artigianato ormai scomparso come quello del pizzo veneziano, possa essere portato su una scala più elevata, in un’installazione di venticinque per cinquanta piedi. Ma invece di farlo a mano usiamo il laser. L’idea era quella di prendere una tradizione usata da secoli legata alla sfera corpo umano e portarla ad un’idea più grande, al mondo dell’architettura».


Il laser diventa il nuovo designer?

«La tecnica nasce dal presupposto che sia gli architetti che i fashion designer partono da materiale piatto, come può essere la stoffa o il metallo, e poi creare anche forme tridimensionali o curve, come per esempio un abito che deve seguire la forma del corpo o un edificio formalmente accentuato. Quindi l’idea era di utilizzare queste energie capaci di lavorare su più piani, e il laser permette di creare una sovrapposizione delle linee di contorno di queste forme. Di conseguenza, si presenta come la forma più adatta per passare da un campo all’altro e anche più facile perché può tagliare la stoffa o il metallo così come il materiale da costruzione. Una metodologia che dà una grande libertà formale e permette di passare da una scala più piccola ad una più grande nel campo del design».