PUNTO DI VISTA/L’Italia del rugby, forte e pulita

di Tony de Santoli

ono forse pochi, o pochissimi, i nostri lettori che conoscono lo sport del rugby o che di questo gioco hanno un’idea approssimata. Non vi tedieremo quindi con considerazioni tecniche e tattiche che, in questa sede, sarebbero del tutto fuori luogo. Basti dire che, per intensità e velocità, solo due altri sport si pongono sullo stesso piano della pallaovale: il basket e l’hockey su ghiaccio, anch’essi, infatti, spettacolari, a parer nostro irresistibili.

Proponiamo quindi l’argomento-rugby per una semplice ragione: la crescente popolarità che questa pratica agonistica incontra in Italia. Dal 2000 l’Italia partecipa - con Inghilterra, Francia, Galles, Scozia, Irlanda – al torneo del “Sei Nazioni”. Giocatori italiani militano in Francia e in Inghilterra, inglesi, francesi, sudafricani, australiani, neozelandesi, samoani militano in Italia. Da noi l’affluenza del pubblico agli incontri del Super 10 (la massima categoria), della “A”, della “B”, è in costante aumento. Nascono e si estendono vivai in tutto il Paese, dalle vecchie roccheforti venete, emiliane, lombarde, abruzzesi al Lazio, alla Campania, alla Puglia, alla Sicilia, alla Sardegna. A Treviso, Padova, Prato, Benevento, Colleferro, Alghero (come già accaduto quaranta o cinquant’anni fa all’Aquila e a Rovigo), la popolarità del rugby supera adesso quella del calcio. Ora parecchie mamme e parecchi papà d’Italia lasciano che i propri pargoli tentino la via della pallaovale, anzi, sono orgogliosi del figlio o del figlioletto che in campo dimostrano di avere la stoffa adatta. Si è capito che il rugby educa, anziché diseducare; unisce, anziché dividere. Si è capito che esso forma il carattere. Ci si è resi conto che insegna infatti a reagire alle avversità, a conoscere sempre meglio se stessi, a battersi con lealtà. Si è notato che il rugby è sport interclassista. Qui sono tutti uguali: il figlio del chirurgo e il figlio del portinaio, il figlio dell’avvocato e il figlio dell’operaio.

Ma se nell’Italia d’oggigiorno la domanda di rugby è enorme, l’offerta risulta tuttora modesta. Gli impianti quasi ovunque sono quelli allestiti fra gli Anni Trenta e gli Anni Sessanta o realizzati con poche lire negli Anni Ottanta e Novanta. Eppure, il fenomeno attira già l’attenzione di qualche serio e preparatissimo antropologo, poiché qui si ha a che fare con una trasformazione della psiche, del costume italiani. Non attira però l’attenzione della stampa, della tv, della classe politica. Si ripropone quindi quella certa cecità “italica” di fronte a ciò che non ci è familiare, di fronte a un qualcosa che ha il sapore e l’aspetto dell’eccentricità. Rai e Mediaset ignorano il rugby. Ignorano addirittura la Nazionale. Di rugby i grandi giornali parlano solo in occasione degli impegni azzurri nel “Sei Nazioni”. Al tempo stesso, nell’àmbito della classe politica, allo stadio e altrove, ci si sbraccia per la Roma, il Milan, la Juve… Viene così riproposto quel conformismo di cui varie generazioni di italiani non sanno, o non vogliono, liberarsi. Per pigrizia mentale, soprattutto. E per un distorto concetto dell’estetica: sono “sublimi” soltanto il colpo di tacco e la volè incrociata…

E’ nato un italiano “nuovo”, che si batte a viso aperto, che non cerca scorciatoie, non vuole privilegi, non intende ingannare nessuno (nemmeno l’arbitro…!), incassa in silenzio duri colpi; si rialza e, in silenzio, riprende a combattere.
Ma, di tutto questo l’”Italia che conta” non s’accorge.