A modo mio

Quando cambiò la Francia

di Luigi Troiani

Nel settembre di mezzo secolo fa, la Francia sentì di poter perdere l’Algeria. Sentì che di mal d’Algeria poteva morire, tanto considerava propria quella terra, non bastando un largo braccio di mare e un movimento indipendentista feroce sino alla disperazione. Accadde quando la protesta sanguinosa dei nordafricani arrivò nelle strade di Parigi, minacciando di travolgere le istituzioni repubblicane. Dal 1 del mese, la prefettura di Parigi aveva dato esecuzione al coprifuoco selettivo: ai nordafricani senza salvacondotto era impedito circolare tra le 23:30 e le 5:30. Una restrizione alla libertà diretta ai 300mila algerini della capitale. Si voleva arginare il volume di fuoco che il Fronte di liberazione nazionale algerino, Fln, stava trasferendo nel territorio metropolitano.

Le misure repressive non potevano risolvere un problema che richiedeva ben altre decisioni e che, al punto in cui stavano i rapporti tra Parigi e Algeria, stava alienando alla Francia le simpatie delle élite francofone nel mondo, soprattutto nel nord Africa (tunisini e marocchini che vivevano in Francia finivano nelle retate della polizia, in evidente stato di confusione razzista), ma calava la vita politica francese nel buio della frammentazione e dell’incertezza istituzionale.

Il 13 maggio 1958, contestualmente al voto di fiducia dell’Assemblea nazionale per un governo scaccia-crisi, ad Algeri coloni esasperati dai continui atti di terrorismo del Fln, accompagnavano al potere una giunta espressa dall’Armée, costituitasi in Comitato di salute pubblica. Non ci fu né spargimento di sangue né insubordinazione formale al regime costituzionale, fatta salva la minaccia al presidente della repubblica Coty, di marciare su Parigi se non avesse affidato al generale De Gaulle l’incarico di un governo di unità nazionale, dotato di poteri straordinari. La disperazione dei coloni, mescolata a uno spirito colonialista ormai smentito dall’evoluzione della realtà africana, puntava a invertire un percorso che la storia ormai orientava all’abbandono francese dell’Algeria.

Il presidente del Consiglio Pflimlin, conscio che era nell’aria un colpo di stato, collaborò al rientro in gioco di Charles De Gaulle, che, nonostante una biografia piuttosto controversa, offriva garanzie di attaccamento ai valori democratici. Il generale, pur garantendo il mantenimento della legalità repubblicana, si rese disponibile per riorganizzare la cosa pubblica, a condizione che gli consentisse di mettere mano ad una nuova costituzione. La vita politica dei transalpini, imboccò, in questo drammatico modo, la via della riforma, che sarebbe sfociata in pochi mesi nella Quinta repubblica.

L’attuale Costituzione francese fu approvata per referendum popolare a larga maggioranza, come oggi, il 28 settembre di 50 anni fa, dando luogo all’attuale regime semipresidenziale. De Gaulle fece in modo che si abbandonasse il parlamentarismo, considerato, a torto o a ragione, la radice delle inefficienze del paese, in particolare dell’incapacità a prendere posizione sulla crisi algerina. La commissione che scrisse la carta fondamentale fu nominata dallo stesso generale, poi eletto alla carica di presidente della repubblica. Pur sottoposta a importanti modifiche (la più importante, del 2003, ha organizzato in modo più decentralizzato le istituzioni repubblicane), la Costituzione della Cinquième ha retto all’ingiuria del tempo, regalando alla Francia il superamento della crisi algerina, l’uscita dal colonialismo, il parto e la guida dei processi di integrazione europea. Creata per l’immenso egotismo del generale, si è adattata ad essere interpretata da figure come quella del socialista Mitterrand e dell’imprevisto Sarkozy, mostrando di non essere uno strumento frettoloso generato per l’emergenza.