Che si dice in Italia

Quel piccolo grande film

di Gabriella Patti

Una buona notizia. Non è vero che il cinema italiano sia morto, come sentiamo da ogni parte. C’è un piccolo film, tutto “nostrano”, che ormai da settimane sta avendo uno straordinario successo in tutto il Paese. Costato pochissimo, dura un’oretta scarsa, non fa pubblicità sui giornali o in televisione ma per andarlo a vedere bisogna mettersi in coda e sperare di riuscire a comprare il biglietto prima del tutto esaurito.

E l’incredibile è non solo che gli attori sono tutti sconosciuti, ma che i protagonisti - anzi le protagoniste - sono quattro vecchiette tra gli 80 e i 90 anni. Si intitola “Pranzo di Ferragosto”, è stato presentato fuori concorso al Festival di Venezia e, per trovare i soldi per realizzarlo, il suo regista Gianni De Gregorio (che, a sua volta, ha una bella storia: debutta alla bella età di 60 anni) ha dovuto faticare e metterci del suo. La vicenda è semplice, a metà tra il comico e il tenero: è l’irresistibile storia di un figlio disoccupato e della sua vecchia mamma vedova, a ridosso di Ferragosto. Sfruttando i suoi debiti, finanziari e d’amicizia, il suo amministratore di condominio e il suo medico parcheggeranno da lui a Ferragosto - la festa “sacra” degli italiani - mamme e persino zie. Ne esce fuori una squadra scombinata e straordinaria. Un raconto malin-comico, un cinema sociale senza buonismi e retorica, che ci ricorda che c’è ormai una quarta età con figli anziani e genitori ancora di più. Apparentemente improduttivi sono in realtà una risorsa preziosa e necessaria.

STUDENTI 1) Ma è davvero tanto sconvolgente per un alunno sentirsi avvertire dal professore che “Se continui a non studiare io ti boccio”? Quante volte ho sentito questa frase durante la mia carriera scolastica? Ricordo benissimo che era un leitmotiv anche se è passato molto tempo da quando frequentavo le aule scolastiche. L’ultima cosa che mi veniva in mente, però, era che la minaccia di bocciatura potesse essere, come ha deciso la corte di Cassazione con la sentenza 36700, una minaccia aggravata, “una ingiusta prospettazione” che “ingenera forti timori, incidendo sulla libertà morale dei ragazzi”. Qualcuno si è chiesto, e io pure: “Ma dove vivono questi giudici? Questi giudici hanno figli?” Ora si sta scoprendo che, sotto la specifica vicenda, forse c’è dell’altro: sembra che il docente in questione imponesse agli alunni più scarsi di prendere lezioni di ripetizione da lui. Ovviamente a pagamento. Ma resto il fatto di fondo. Il tribunale supremo della giustizia italiana ha sancito che una frase normalissima, tra l’altro rientrante persino nell’interesse degli allievi messi in guardia dal rischio di una bocciatura, sia invece da paragonare a una minaccia aggravata. Mi sembra assurdo.

STUDENTI 2) Nulla da fare. Anche se, a parole, tutti dicono il contrario, in realtà agli italiani la meritocrazia fa paura. Soprattutto ai giovani, che pure dovrebbero avere fiutato che sono definitivamente tramontati i tempi del posto fisso a vita e delle promozioni per anzianità di servizio invece che per bravura. Da un recente sondaggio risulta che il riconoscimento dei meriti è considerato fattore “molto importante per il funzionamento della società” soltanto da una metà scarsa di cittadini: una percentuale più bassa di quella dei paesi industrializzati con cui ci confrontiamo. Più di un terzo degli intervistati (il 44 per cento fra i giovani) ha dichiarato che “lavorare meglio degli altri” non giustifica aumenti di stipendio. L’idea, davvero fuori tempo massimo, è che “se un’impresa vuole premiare i propri lavoratori, dovrebbe dare aumenti uguali a tutti (magari favorendo chi ha più bisogno). E così, come ha scritto il giornalista Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera: “Nella pratica continuano a operare i tradizionali meccanismi di selezione clientelare, familistica, corporativa”. La base di teorica condivisione culturale (“E’ giusto selezionare capaci e meritevoli”) non si forma o non si allarga. L’egualitarismo può anzi diventare una strategia di difesa contro il predominio del particolarismo: la diffidenza antimeritocratica di molti giovani italiani si spiega anche così.