Visti da New York

Dibattiti con e senza taxpayer

di Stefano Vaccara

Il primo dibattito televisivo tra i due maggiori candidati alla presidenza è finito in pareggio e chi dovrebbe esultare per il punto preso "in trasferta" sarebbe il senatore Barack Obama. Infatti il tema di questo primo incontro doveva essere la politica estera, considerato il cavallo di battaglia del senatore John McCain. Non essere riuscito a strappare una netta vittoria sul tema da lui preferito, equivarebbe quindi ad un punto perso per McCain e uno guadagnato per Obama. Ma non è così. Se per gli accordi presi in precedenza doveva essere quello il tema, invece all'inizio le domande dell'ottimo giornalista Jim Leher si sono concentrate sulla grave crisi finanziaria che sta facendo tremare Wall Street e Washington, e giustamente perché una grande potenza che perdesse la sua rilevanza economica, quanto ancora conterebbe come potenza strategica?

Era proprio il nodo dell'economia che in quest'ultima settimana aveva fatto inciampare più volte un troppo irruento e confusionario McCain nei sondaggi e portato il "cool" Obama sempre più su. E' sempre stato così in America: in tempi in cui le tasche dei cittadini sembrano sempre più leggere, il candidato del partito all'opposizione potrebbe restarsene anche zitto fino al 4 di novembre: basta solo ripetere "It's the economy, stupid!" per conquistare la Casa Bianca, mentre resta al palo il candidato scelto dal partito che ha governato, qualunque cosa egli faccia in campagna elettorale. Ricordate George Bush padre, che aveva stravinto persino una guerra e che dovette cedere la Casa Bianca ad un giovane governatore di uno dei più poveri stati dell'Unione? Certo poi non aiuta McCain l'aver ammesso che di economia non ci capisce granché...

Restando alla metafora calcistica, se la squadra di Obama va a giocare in casa dell'avversario che è in difficoltà per via di tante squalifiche (e infatti McCain aveva cercato di "rinviare" la sfida...), non può giocare per il pareggio, deve puntare a vincere. Ad Obama gli si era presentata una occasione unica, durante la quasi mezz'ora che si parlava di miliardi di dollari e tasse, invece che di missili, guerra e diplomazia. Qui Obama è stato più sciolto di McCain ma non lo ha tramortito, il senatore dell'Arizona pur restando visibilmente all'angolo è riuscito a limitare i danni e poi è riuscito a riprendere Obama nei discorsi di politica estera a lui più congeniali. Attaccando McCain ha mostrato la grinta di un senatore 72enne che reguardisce il giovane senatore che gli potrebbe venir figlio ripetendo continuamente "he doesn't understand, he doesn't get it... it's dangerous". Mentre il già troppo "presidenziale" Obama replicava iniziando sempre con "Senator McCain is right, I agree with Senator McCain...". Ad un certo punto Obama si è ricordato di essere in campagna elettorale e finalmente ha detto "McCain was wrong", ma era tardi.

Obama pareggia e deve quindi rinviare il colpo del possibile ko al prossimo dibattito. A meno che il senatore Joe Biden non approfitti in quello vicepresidenziale dello stato a dir poco "confusionale" con cui ci sta arrivando la governatrice Sarah Palin, uscita dalle ultime interviste seriamente ridimensionata dalla sua, come dire, ma sì chiamiamola per quella che è: impreparazione.

La coincidenza ha voluto che questi giorni frenetici di crisi negli Usa coincidessero con i giorni altrettanto nervosi della "vendita" dell'Alitalia. Se avete notato - come potete anche leggere nell'analisi del Prof. Graziano qui accanto - la questione prettamente di "soldi" dell'Alitalia è stata da settimane "tradotta" all'opinione pubblica italiana come una grande questione "nazionale", quasi che perdere la cosidetta "compagnia di bandiera" equivalesse a fare sbandare l'Italia in uno stato confusionale tipo 8 settembre '43. Invece si tratta delle vicissitudini di una compagnia aerea, magari importante e a cui si può essere "emotivamente" affezionati ma che se anche non avesse volato più, non avrebbe potuto far crollare l'Italia. Cosa è accaduto quando è fallita la Swissair o qualunque altra compagnia con aerei con la bandiera del paese disegnata sopra?

Qui negli Usa, almeno secondo quello che scrivono certi analisti, se non si affretta un massiccio intervento finanziario federale, si rischierebbe una crisi del credito tale da poter riportare l'America ad una recessione mai vista dai tempi degli anni Trenta. Ecco, seppur con tali spaventosi presagi, negli Usa resta al centro del dibattito il "tax payer money", cioè i nostri soldi. Ricordare continuamente che i soldi che il Tesoro americano, i 700 miliardi di bigliettoni verdi che dovrebbero mettere un tappo alla falla e prevenire il fuggi fuggi, non sono soldi di Bush o di Paulson o del Congresso, ma guadagnati dai cittadini americani e che lo stato Federale non può decidere di buttarli di qui o di là senza prima chiedere il permesso a chi glieli ha dati. Ecco spiegata la reazione del Congresso al "buyout" che Bush voleva affrettare senza neanche discutere.

Sul salvataggio dell'Alitalia, quanto è contato ciò che ne pensassero i "tax payer" italiani? Eppure erano loro che avevano già pagato più volte operazioni di soccorso per una compagnia aerea decotta da sprechi e mal gestione da almeno dieci anni. Perché dei "taxpayer" italiani nessuno si preoccupa? Cosa gli hanno dato in cambio per restare sempre zitti?