Il rimpatriato

Il ricordo del partigiano nero

di Franco Pantarelli

Si parlava la settimana scorsa del vento razzista contro i gay che sembra aver preso a soffiare a Roma, ed ecco che la sua "rivale", la laboriosa Milano, ha trovato il modo di fare meglio. In quella città un diciannovenne è stato ucciso come un cane per avere rubato alcuni biscotti. Il suo era un reato certamente lieve, in un Paese in cui il capo del governo cancella d'imperio i suoi conti con la giustizia e in cui migliaia di violazioni di legge vengono consumate ogni giorno nell'indifferenza - o peggio - di chi le leggi dovrebbe farle rispettare. Ma le vittime di quel misero furto lo hanno considerato un affronto tanto intollerabile da evitare perfino la denuncia alla polizia per procedere senza indugi a provvedere in proprio. Così, ecco il derubato e suo figlio avventarsi sul ragazzo, colpirlo con spranghe di ferro e continuare finché non lo vedono a terra privo di vita.

Perché tanta ferocia? Perché il ragazzo, sebbene fornito di regolare passaporto italiano, era nero. Si chiamava Abdul ed era originario del Burkina Faso. Era cioè uno dei tanti cittadini italiani di etnia diversa che diventano sempre più numerosi e che fra qualche anno saranno parte consistente di quella che si avvia ad essere una società multietnica. Ma per loro il fatto che fosse nero era più che sufficiente per vedere in lui uno degli immigrati, i quali a loro volta vengono visti - tutti, senza distinzione - come criminali. E' un andazzo allarmante, oltre che deprimente, al quale certo non è estraneo l'emergere di cose come la "equiparazione" fra quelli che combatterono il nazifascismo e i "ragazzi di Salò" che furono al servizio delle SS, o il mal di pancia che il "fascista pentito" Gianfranco Fini sta provocando a tanti suoi seguaci e che certo non fa ben sperare per il futuro di questo Paese.

E tuttavia, ecco spuntare qualcosa che somiglia vagamente a un principio di anticorpi. Un libro, un piccolo, povero libro in tempi in cui la tv detta il ritmo respiratorio nazionale, racconta la vicenda di uno studente di 23 anni che abbracciò la Resistenza, combatté contro i nazisti e fu da essi ucciso durante l'ultimo massacro che compirono, dalle parti di Biella, durante la ritirata. Un destino simile a quello di tanti altri ragazzi di quel tempo? Sì, ma lui, Giorgio Marincola, era nero. Il padre, un soldato in quella Somalia che faceva parte del miserabile "impero" messo su da Mussolini, lo aveva messo al mondo con una donna del luogo e lo portò, assieme alla sorella, in Italia. Non era una vita facile, la sua, sotto un regime come quello fascista. Ma la ricostruzione che ne hanno fatto gli autori del libro - Lorenzo Teodonio e Carlo Costa, due trentenni che sembrano fatti apposta per consolare chi si lamenta dell'attuale gioventù italiana perduta fra ecstasy, stragi nelle autostrade del sabato sera e sogni di apparire un giorno in tv - ce lo mostra amato dagli altri studenti che del colore della sua pelle se ne sbattevano. Chissà, forse fu proprio la differenza fra l'amicizia dei suoi compagni di scuola e le angherie che doveva subire dalle camicie nere il "qualcosa o qualcuno" che, come dice Lorenzo Teodonio, determinò in Giorgio Marincola la scoperta di un "diverso orizzonte" che lo avrebbe portato fra i partigiani piemontesi e che, catturato e interrogato dai fascisti, lo portò a spiegare che la sua adesione alla Resistenza era dovuta al fatto che per lui la "patria" era "una cultura e un sentimento di libertà, non una macchia di diverso colore sulla carta geografica".

Teodonio non è uno storico, è laureato in fisica. A fargli decidere di scavare nella storia del "partigiano nero" è stata forse, dice, la circostanza che la sua infanzia, fra gli anni Settanta e Ottanta, è trascorsa con tanti bambini che venivano da luoghi lontani, l'Argentina, l'Uruguay, il Cile, dalle cui dittature i loro genitori erano fuggiti e l'Italia li aveva accolti in gran numero. Forse, il vero raccordo della storia che lui e Carlo Costa hanno scritto con la realtà odierna sta proprio qui. Oggi, un'Italia capace di accogliere gente che dal suo Paese è costretta a fuggire, appare semplicemente inimmaginabile.