ARTE/ “After Nature"/ La catastrofe del mondo che verrà

di Monica London

Che l'arte invece di un oggetto da contemplare possa essere anche uno strumento per cambiare il mondo? E forse salvarlo da un imminente collasso? Questa è l'idea suggerita da una delle opere dei trentacinque artisti presenti alla mostra intitolata "After Nature", in esibizione al New Museum of Contemporary Art di New York fino al 22 settembre. Si chiama "Growth (Survival)" l'opera degli artisti americani Allora e Calzadilla ed è una pianta vera alimentata dalla luce proveniente da dei fasci luminosi che scorrono su un muro blu fluorescente. Le scritte luminose oltre a mantenere in vita la pianta riportano messaggi allarmanti sul tema del global warming.

L'intera narrazione della mostra prende spunto dal tema ambientale per parlare di un concetto più ampio, di una natura sull'orlo di una catastrofe e di una civiltà sul luogo di una sparizione. Si estende sui quattro piani delle nuove sale del museo aperto solo sei mesi fa, descrive un viaggio d'ascensione che, come nei gironi dell'inferno dantesco, parte dal buio alla ricerca della luce naturale, che però paradossalmente salendo assume un significato sempre più drammatico. Ad introdurla è una maschera etnografica fatta d'oggetti trovati, una rovina materializzata in una sorta di oggetto totemico, simbolo dell'intera esibizione.
Così come ci racconta il curatore della mostra Massimiliano Gioni, direttore artistico della fondazione Trussardi di Milano e di rinomate mostre come la 50ma Biennale di Venezia. "L'intera mostra è costruita come un incrocio di una mostra d'arte contemporanea e una strana sala di curiosità. L'idea era quella di costruire un'enciclopedia di una civilizzazione scomparsa, il museo di una razza in via d'estinzione. Che è in realtà ciò che siamo, che ci piaccia o meno".

Si respira, infatti, aria di catastrofe appena si entra nelle sale del museo, di una dimensione di portata "cosmica" ci parla l'opera successiva di uno dei cinque artisti italiani presenti alla mostra: Roberto Cuoghi. Sono dieci fogli dipinti raffiguranti le mappe degli stati canaglia, ovvero quegli stati che secondo l'amministrazione Bush sono allineati al terrorismo. Si presentano come dei sedimenti archeologici con degli effetti cromatici lattiginosi e cristallini, ma in realtà raccontano in modo sempre meno allusivo la geografia della politica attuale, uno sguardo a quella politica americana che si collega volutamente alla maschera in rovina e al buio pesto della sala. Si coglie dunque un gesto di denuncia, un risentimento, o solo forse un bisogno di proiettare ciò che rappresenta il male per esorcizzarlo e digerirlo. "L'idea era quella di aprire la mostra con una carrellata di quelli che sono i nostri sentimenti più reconditi, cioè una specie di psicogeografia di quelle che sono le nostre paure. La mappa di paesi immaginari, laddove inizia quello che non si conosce e, in quanto tale, diventa una minaccia che è appunto anche il posto dove siamo soliti proiettare le nostre paure", commenta Gioni.
Ad evocare una dimensione di paura ed annunciare una sorta di "tragedia ecologica apocalittica" è il documentario del regista tedesco Werner Herzog realizzato nel 1992, quando il regista subito dopo la prima guerra del golfo è andato in Kuwait a filmare i pozzi di petrolio in fiamme, disastro provocato dalle truppe irachene che si erano allora appena ritirate dalla guerra. "Le immagini continue del fuoco che divampa nei pozzi di petrolio rimanda ad un paese lontano, ma che è allo stesso tempo presente perché dopo quindici anni siamo in una nuova seconda guerra del golfo. L'idea è che quando una tragedia è di tale portata devi immaginarti una leggenda per giustificarla invece di spiegarla con dei nessi casuali" sostiene il critico d'arte Gioni. "Molti degli artisti della mostra hanno questa tendenza di inventare miti, leggende per dare una nuova forma al trauma".

Traumi che sono delle ferite aperte e che colpiscono l'umanità in modo crudele e beffardo come nelle torbide immagini del video dell'artista Arthur ¯mijewski, che mette in scena un uomo nudo con una gamba amputata che vive in simbiosi con un altro uomo. Un grido di dolore, un tentativo di solidarietà umana in un mondo ostile dominato da una natura selvaggia e vendicativa. La natura in tutta la narrazione della mostra assume un significato ambivalente, è benigna e maligna al tempo stesso. Pronta a mostrare la faccia più insidiosa e selvaggia come nelle opere fotografiche dell'artista americano settantenne William Christenberry che, a distanza di cinque anni, fotografa la stessa casa in Alabama che viene ingoiata dal kudzu, una pianta parassitaria, quella che "in teoria quando la nostra civiltà scomparirà ricoprirà gli interi Stati Uniti in quanto è la pianta più forte e resistente".

Ma è la stessa natura che permette all'uomo di creare "arte" nel modo più curioso, come ci mostrano le originalissime opere dell'artista polacco Pawell Althamer. L'artista per quasi tutta la vita ha vissuto in una casetta nel bosco con la moglie e creava sculture fatte con le ossa di coniglio. Si dice che l'artista mangiava coniglio fritto e salvava le ossa per creare le sue opere, alle quali poi aggiungeva capelli veri (quelli della moglie) e altri dettagli curiosi discendenti dalle tecniche dell'antica tradizione dell'arte polacca. Gioni definisce l'artista un outsider: "Mi interessavano queste opere perché sono create da un artista non molto conosciuto e mostrano come le rovine di una certa civiltà possano essere trasformate in ciò che poi diventa un gioiello etnografico".

Scendendo al pian terreno, per enfatizzare il concetto di un'umanità al collasso, troviamo il contributo dell'artista tedesco Tino Sehgal, le cui opere sono state esibite alla Biennale di Venezia del 2003. Stavolta non si tratta di un oggetto, ma della coreografia di una creatura umana in stato di sofferenza che con dei movimenti lentissimi mima una specie di collasso epilettico.

Poi per finire in bellezza l'ultimo piano, il più lirico, presenta gli elementi più spettacolari e drammatici. Ci parla di una natura distrutta e menomata con l'opera dell'artista italiano più famoso nel mondo dell'arte contemporanea, Maurizio Cattelan, il quale presenta un cavallo appeso al muro al contrario con la testa decapitata. Invece di celebrare un'azione eroica sembra celebrare una sconfitta, è come se fosse un trofeo al contrario. L'artista è conosciuto in tutto il mondo per le sue opere eccentriche e stravaganti, ricordiamo l'installazione esibita nel 1999 (presso la galleria Khunsthalle basel, Svizzera) che ha fatto parlare in tutto il mondo: la scultura di cera del papa abbattuto da una meteorite. Un atto blasfemo che diventa un sacrificio nella logica sovvertita presentata dall'artista.

A concludere il quadro di una natura degradata è l'opera dell'artista americano Zeo Leonard, un albero di ciliegio ricostruito e trapiantato sospeso con dei cavi, un tentativo di preservare la natura che ci da l'ultima immagine di se stessa come un gigante Frankenstein con i bulloni.