A modo mio

Povertà: la salute aiuta

di Luigi Troiani

Povertà: la salute saluta

Presentato a Ginevra dall'Organizzazione mondiale della salute, Oms, un ponderoso rapporto di 250 pagine sull'equità della salute (Health equity) umana. Per raggiungerla, l'agenzia delle Nazioni unite propone l'azione collettiva sui fattori sociali che determinano il suo andamento nei diversi paesi. L'affermazione di fondo è che non c'è nulla di biologico o deterministico nel fatto che le aspettative di lunghezza e qualità di vita risultino così divaricate tra paesi ricchi e poveri, tra quartieri "bene" e slum delle città, tra ceti istruiti e non in ambienti omogenei, tra le etnie che compongono gli stati nazionali.

Dipende non tanto dalla "natura" quanto da comportamenti politici e sociali, nonché dai costi di fruizione della sanità pubblica e privata rispetto al reddito disponibile, se le donne nascono con speranza di vita di 86 anni in Giappone e di appena 43 (la metà esatta!) nello Zambia; se il tasso di mortalità infantile è del 2 per mille nati vivi in Islanda e 120 in Mozambico; se il rischio di morte materna al parto o immediatamente dopo riguarda una su 17.400 donne in Svezia e una ogni otto in Afghanistan; se a Glasgow di Scozia la speranza di vita degli uomini del quartiere di Calton è 54 anni, 28 in meno di quelli di Lenze a qualche chilometro di distanza; se in Bolivia il tasso di mortalità infantile dei bebè di madri senza istruzione supera il 100/1000, e quello dei pari età di donne con istruzione almeno secondaria è sotto il 40/1000; se in Australia gli aborigeni hanno speranza di vita pari a 59,4 anni per gli uomini e 64,8 per le donne, contro rispettivamente 76,6 e 82 anni per i non aborigeni.

Il rapporto OMS propone "equità sanitaria" nell'arco di una generazione, raccomandando misure inevitabili per il raggiungimento dell'obiettivo. Alla base stabilisce l'esigenza che le madri nella fase di gestazione e i figli nella prima infanzia, godano di cibo e cure adeguate, per non incrementare il numero di 200 milioni di bambini attualmente esclusi dalla possibilità di crescita completa. Per l'età della maturità, chiede comunità dove i beni indispensabili, come l'acqua potabile, siano garantiti e in piena disponibilità di tutti: da qui la domanda alle autorità pubbliche di politiche attive inclusive e misure di coesione sociale. Per l'età lavorativa, facendo sponda su quanto da sempre proclama l'agenzia delle Nazioni Unite specializzata nel lavoro (OIL), pretende per i lavoratori condizioni ambientali e organizzative che non mettano a rischio la salute, citando le occupazioni di livello inferiore che minano fisico e mente.

Nella parte delle raccomandazioni, gli autori, il lunghissimo elenco dei membri della Commission on Social Determinants of Health, riecheggiano i contenuti del rapporto Beveridge del 1942, ispiratore del welfare contemporaneo. Chiedono che la protezione sociale venga estesa ovunque a tutta la popolazione. Raccomandano che l'assistenza sanitaria sia considerata un "bene comune", non un "prodotto commerciale". Difficile credere che tutto ciò trovi seguito nel tempo di una generazione, visto che i 4/5 degli abitanti del pianeta mancano di sicurezza sociale e che il finanziamento di tanto welfare dovrebbe transitare attraverso nuove imposte o una "assicurazione universale obbligatoria". Siamo in tempi in cui stati e regioni tendono a limare i costi sociali nei bilanci, non ad ampliarli. Siamo in temi di stagnazione, se non di recessione. E dove la crescita economica spinge, vedasi Russia e Cina, i regimi politici non risultano particolarmente sensibili alle esigenze dello sviluppo puntualizzate dal rapporto OMS.