PRIMO PIANO/INTERVISTA/ Veltroni si ricarica a New York

di Stefano Vaccara

Walter Veltroni, segretario del Partito Democratico, già sindaco di Roma, questa settimana arriva a New York per presentare la pubblicazione in inglese del suo romanzo "La riscoperta dell'Alba". Si intitola "The Discovery of Dawn" (Rizzoli ex libris, 2008), il libro tradotto dal premio Pulitzer Douglas Hofstadter. Un bel romanzo, che Veltroni presenterà al pubblico newyorkese due volte: mercoledì 17, alle 7:00 pm presso il Barnes & Noble Bookstore di Manhattan (2289 Broadway @ 82nd Street)  e venerdi 19 settembre alle 16, presso il Martin E. Segal Teatre, Graduate Center Cuny. 365 Fith Ave.

 

In questa intervista a Veltroni, alla vigilia del suo arrivo a New York, abbiamo posto alcune domande sul suo esordio di romanziere ora anche tradotto in inglese, ma ovviamente non potevamo non chiedere spiegazioni sulle polemiche e difficoltà interne nel suo Partito, sulla possibilità di riformare la politica italiana, sul conflitto di interessi tra politica e informazione che, come leggerete, anche Veltroni non riduce soltanto al conflitto di interessi del premier Berlusconi, e infine anche un giudizio sulle sempre più avvincenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Come fa un uomo impegnato come lei, che quando scriveva questo libro era sindaco di Roma, con mille impegni e una famiglia da non trascurare, ecco come fa a trovare il tempo per scrivere un romanzo? Stava forse sveglio fino all'alba?

«Scrivere è una mia grande passione mi è sempre venuto abbastanza facile. E' un modo per completare la mia vita, per farla a più dimensioni. Questo romanzo l'ho scritto nell'agosto 2005: c'era un serio allarme su possibili attentati terroristici e, come sindaco di Roma, mi sentii in dovere di restare in città senza andare in vacanza. La storia l'avevo in testa, la scrittura mi venne giù di getto».

Il premio Pulitzer Douglas Hofstadter, che nella prefazione ci spiega come è diventato il traduttore di "The Discovery of Dawn", appare determinante nel convincerla a pubblicare il romanzo in America. Il libro scava nella vita di un italiano, Giovanni Astengo, che con i ricordi torna indietro nell'Italia degli anni Settanta, quando misteriosamente scompare dalla sua vita di bambino tredicenne il padre. E' soddisfatto della traduzione? Non temeva che certe sfumature storiche della trama potessero disorientare il lettore americano o confidava sugli universali aspetti interiori e psicologici dei personaggi? Insomma questo suo romanzo potrebbe ispirare un film ambientato a New York con il protagonista chiamato John Asteng?

«Douglas Hofstadter è un genio puro, oltre che una persona gradevolissima e affettuosa. Mi venne a trovare due anni fa in Campidoglio durante il Festival della Matematica che avevamo organizzato. Non ci conoscevamo ma nacque subito una simpatia reciproca. Dato che lui parla italiano perfettamente, gli regalai una copia del mio libro, fresco di pubblicazione. Mi telefonò dall'America qualche giorno dopo: il libro è bellissimo, mi disse, se ci sarà una versione inglese vorrei curarla io. La sua traduzione è perfetta, ha saputo perfettamente riportare ogni piccola sfumatura. Per me è stato un grandissimo onore avere avuto la sua disponibilità. Il film di cui mi chiede comunque si farà, sono stati già comprati i diritti. Sarà ambientato in Italia però, per il remake a New York c'è tempo...»

Ha già visto l'ultimo film di Pupi Avati in concorso a Venezia, con il premio all'attore protagonista Silvio Orlando? Anche lì si scava, come lei fa nel libro, nel difficile mestiere di padre. Secondo lei, oggi in Italia, sono più preparati al delicatissimo mestiere di genitore i padri o le madri? Nel suo libro il padre è più sicuro nel suo ruolo che la madre...

«No, non ho ancora visto il film e non so dirle quale dei due ruoli sia più difficile. Quello che so è che oggi i padri e le madri vivono sulla loro pelle un'amara e terribile novità: è forse la prima volta nella storia dell'era moderna in cui i genitori non hanno più la speranza che il futuro dei loro figli sarà migliore del loro. E' un cambiamento epocale. Prima c'era ottimismo, ora c'è soprattutto molta paura. E l'Italia, che è purtroppo un Paese fermo, vive questa crisi di fiducia in maniera più drammatica rispetto ad altre nazioni che hanno invece saputo investire per tempo nel futuro».

Lei è stato un sindaco di Roma molto popolare, vinceva le elezioni con distacchi elettorali record per la capitale. Adesso in Campidoglio c'è il sindaco Gianni Alemanno e scoppiano continue polemiche, l'ultima sulle azzardate rivalutazioni del fascismo... Se le aspettava queste tempeste mediatiche che compromettono l'immagine di Roma (pensiamo anche ai recenti attacchi a ragazzi gay per le strade)? Quale consiglio darebbe al suo successore o pensa che Alemanno a Roma sia comunque destinato al fallimento?

«E' verissimo, c'è uno stillicidio di eventi e di dichiarazioni che compongono un mosaico allarmante e pericoloso. Le affermazioni del sindaco Alemanno mi hanno spinto a lasciare il comitato promotore del museo della Shoah, un progetto a cui ho lavorato intensamente per anni, dedicato alla memoria delle vittime della persecuzione nazi-fascista, di cui aveva accettato di essere presidente onorario Elie Wiesel, che avevo incontrato proprio qui a New York nel 2006. Speravo che almeno su questi temi ci fosse una visione comune. Le cose non stanno purtroppo così. E questo mi preoccupa. Come mi preoccupano i segnali negativi sulle questioni dell'integrazione e della tolleranza. La campagna del governo sulle impronte ai bambini rom così come il ripetersi delle aggressioni nei confronti dei gay ci descrivono un clima davvero brutto, che si ripercuote negativamente sull'immagine della città. Un sindaco, tanto più quello della capitale d'Italia, ha due compiti primari: saper cementare la comunità di cittadini che presiede e lavorare per farla crescere. Ora non si sta facendo né l'uno né l'altro. Da una parte si divide la città, cercando di rivalutare il fascismo, dall'altra si cede senza coraggio ai tanti conservatorismi che impediscono ogni cambiamento».

Nelle pagine dei giornali italiani leggiamo continue polemiche sul futuro del Partito Democratico da lei fondato, tornerebbero correnti e dualismi e la sua leadership, si legge, traballa... E' una situazione da sentirsi molto delusi o, come ha detto Massimo D'Alema, è l'ora di "incazzarsi"? Di Pietro è un irrecuperabile traditore?

«Guardi, dopo il voto c'è stata una fisiologica fase di delusione legata anche alla fase di luna di miele del governo con l'opinione pubblica. Ma ora il clima sta cambiando. Io sto girando l'Italia, parlo nelle feste democratiche organizzate sul territorio dal Pd e registro un clima di grande attenzione e calore. Il nostro popolo è unito, ci chiede solo di essere all'altezza dell'impegno che ci siamo assunti. Abbiamo sfidato la destra, siamo all'opposizione di un governo inadeguato e populista e dobbiamo sfidarlo come lo deve fare un grande partito riformista. Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo: con il suo 34% il Pd italiano, nato meno di un anno fa, è la più grande forza di centrosinistra in Europa in un momento in cui la destra governa pressoché ovunque in occidente. Questa è la realtà. E da qui dobbiamo ripartire per convincere gli italiani delle nostre buone ragioni. A proposito di Di Pietro, la parola traditore non fa parte del mio lessico. Io ho detto che c'era l'accordo a fare un gruppo parlamentare unico con il Pd. Di Pietro non ha mantenuto questo impegno e ora mi sembra più impegnato a distinguersi da noi e a criticarci che non a cercare posizioni comuni».

Giustizia, federalismo, scuola... Ma se lei avesse vinto le elezioni e avesse avuto la marcia in più per portarle avanti le riforme necessarie, quale avrebbe ritenuto la più urgente? Ha recentemente detto che presenterà una legge per liberare la Rai dal controllo dei partiti... Ma da New York ci appare arrivare con grave ritardo: non sarebbe stata più credibile farla quando la sinistra era stata - anche con lei - più volte al governo? La ormai insostenibile situazione creatasi oggi alla Rai sarebbe solo colpa del conflitto di interessi di Berlusconi? Persino il servizio pubblico di Rai International subisce la spartizione partitica, che ci sembra una vergogna oggi ma anche ieri. Lei che ne pensa?

«L'Italia ha bisogno di molte importanti riforme, cominciando da quelle istituzionali. Ma la nostra priorità assoluta se fossimo andati al governo sarebbe stata quella di intervenire subito, con una serie di provvedimenti anche fiscali, sui redditi di tante famiglie italiane. C'è un impoverimento generale della società italiana che i dati statistici ci mostrano sempre di più accompagnato da un rallentamento della crescita ormai praticamente sotto zero. Il governo ha scelto invece altre priorità. E considero questo un errore molto grave di cui temo pagheremo le conseguenze in autunno. Per quanto riguarda la Rai credo che lei abbia ragione: da tempo io ho indicato la necessità di allontanare i partiti dalla nostra più grande "fabbrica" di informazione di spettacolo e di cultura. Ho proposto l'idea di un amministratore unico, scelto tra i manager migliori del Paese, e l'abolizione dell'attuale, partitocratico Cda. Lei ha ragione a dire che c'è un ritardo, ma dovrebbe dirlo anche, e soprattutto, alla destra che continua a non voler toccare nulla per insistere sulla lottizzazione selvaggia».

Nella copertina della edizione in inglese del suo libro leggiamo "The first novel by Walter Veltroni, a major figure in Italian public life and acclaimed journalist". Lei infatti è stato direttore dell'Unità, eppure, francamente, qui in America può apparire strana la sua identificazione sia come tra i maggiori leader politici che come famoso giornalista... Nel Congresso degli Stati Uniti non ricordo nessun "acclaimed journalist" e se qualcuno giornalista magari lo è stato, sicuramente una volta sceso in politica non è potuto più tornare indietro... In Italia il dibattito sulla corretta funzione dei media in democrazia però si accende e sembra esistere solo col conflitto di interessi di Berlusconi. Tutti i sistemi avranno i loro problemi, ma secondo lei la libertà di stampa in Italia può essere paragonata a quella negli Usa?

«Purtroppo no. Io non uso mai il conflitto di interessi di Berlusconi come alibi ma di certo, se si pensa agli Stati Uniti, quello che accade da noi con la concentrazione di Tv e giornali nelle mani di un uomo solo - che guarda caso è anche capo del governo - sembra francamente appartenere a un altro mondo. I problemi dell'informazione in Italia sono moltissimi e non essere riusciti a impostare una vera riforma liberale di questo settore strategico è una responsabilità che grava pesantemente anche sulle spalle del centrosinistra».

Sull'enciclopedia on line Wikipedia, si legge che lei è stato il primo sostenitore di Barack Obama in Italia... È così, tra Hillary e Obama, lei ha fatto il tifo fin dall'inizio per il senatore dell'Illinois? Quale sarebbe l'evento più "rivoluzionario" per gli Stati Uniti, l'elezione del primo presidente afroamericano o quella di una donna?

«Ho scoperto come molti Barack Obama alla Convention democratica del 2004. l'ho incontrato di persona l'anno successivo a Washington ed ebbi subito la conferma di avere davanti un leader dal grandissimo carisma. Ho voluto scrivere la prefazione della versione italiana del suo libro proprio perché ho creduto da subito nelle sue grandi potenzialità. Pur stimando molto una donna di valore assoluto come Hillary Clinton, la sua candidatura alla presidenza mi appare come un enorme segnale di vitalità e di novità. Ora spero di cuore che il voto di novembre lo porti alla Casa Bianca. Il suo successo avrebbe un valore propulsivo eccezionale per tutti quelli che nel mondo hanno a cuore il cambiamento, l'innovazione, lo sviluppo in un quadro di giustizia sociale e di cooperazione tra i popoli».

Proprio questa settimana la visita a Roma del vicepresidente americano Dick Cheney che con accanto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ribadito l'affidabilità delle relazioni Italia-Usa "mai state così vicine". Se dovesse vincere Obama, con Berlusconi a Palazzo Chigi, prevede qualche raffreddamento nelle relazioni tra i due governi?

«Mi sembra di aver letto sul Financial Times che, al di là dei sorrisi, tutta questa consonanza nel recente incontro tra il vicepresidente uscente Cheney e Berlusconi non vi sia stata. Né l'ha rafforzata certamente la posizione del ministro della Difesa italiano che ha qualche giorno fa elogiato i combattenti della RSI che si opposero agli "angloamericani". Io invece credo che ogni italiano debba essere grato a quei ragazzi che partirono dalla Virginia o dal Colorado per restituire agli europei la libertà perduta con il fascismo e il nazismo. A parte questo, credo che la vittoria di Obama non modificherebbe i tradizionali rapporti di amicizia tra i due paesi. Anche se contemporaneamente credo che Obama alla Casa Bianca aprirebbe un ciclo storico, politico, ideale molto più in sintonia con le nostre idee che con quelle di chi oggi governa l'Italia».