CINEMA/Intervista con Silvio Orlando/ L'attore e il mestiere di padre

di Alessandra Mattanza

Il suo volto è una maschera. Sul suo viso si legge come in un libro aperto la sofferenza, il piacere, la felicità, il dolore. Silvio Orlando è uno dei più grandi attori della filmografia d'autore italiana, di quelli come ce ne sono pochi al giorno d'oggi. La sua recitazione è simile a quella di un uomo di scena (non a caso ha esordito nei primi anni '80 nel teatro napoletano), con sfumature, angoli e misteri. Cenni, sguardi, tratti di parole che sanno essere eterni, momenti di vita da cogliere all'istante. Orlando è considerato anche l'alter ego morettiano dopo "Il caimano" e tanti altri lavori e film con Nanni Moretti, eppure sembra trovarsi anche totalmente a proprio agio in questo suo nuovo ruolo. Al Festival del Cinema di Venezia ha recitato il protagonista nel film "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati. La trama riporta in una Bologna del 1938, dove la figlia ancora adolescente di un rispettato insegnante uccide per gelosia la sua migliore amica e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico. "È come se avessi già frequentato il cinema di Pupi. E, non a caso, sono in tanti a pensare che io abbia già lavorato con lui" dice scherzosamente... "Entrare nel suo mondo è come andare a mangiare in quelle osterie romagnole dalle quali esci un po' appesantito, ma dove hai voglia di tornare, perchè i sapori che hai trovato sono fuori dal comune".

Com'è stato lavorare con Avati?

«Come Moretti, Avati ama il controllo totale sul set, ma è ancora più maniacale. Sono stato praticamente vittima di un sequestro, ma raramente mi sono divertito così. Avati ha una metodologia di lavoro molto personale, che si è rivelata una delle più piacevoli che mi siano mai capitate. Si tratta di un'affettuosa "dittatura", perchè Pupi e suo fratello Antonio desiderano il controllo totale di tutto quello che accade sul set e fuori. Dedicano anche una particolare attenzione alle dinamiche tra loro due e noi interpreti e fra gli interpreti tra loro. Mettono l'attore e il rapporto con l'attore al centro della loro ricerca stilistica e di quello che si vedrà sullo schermo. Al di là della bella forma e dell'aspetto tecnico, che pure sono per loro importanti, sanno però che alla fine quello che più colpirà il pubblico è il calore che si sviluppa sul set, la capacità e la volontà reciproca di capirsi».

Cosa Le è piaciuto di più di questa storia?

«Si tratta di un film sulla responsabilità e sulla fatica di quel mestiere misterioso che è l'essere genitore. Michele Casali, il mio personaggio, nella prima parte pecca per eccesso di amore e di presenza. Lo si vede iperprotettivo nei confronti di sua figlia, cerca di tutelarla troppo e questo fa sì che lei non sia pronta ad affrontare con gli strumenti dovuti la vita».

Nel film si parla anche di un contesto storico difficile, quello del fascismo, il periodo più nero della storia italiana...

«Il contesto storico penalizza fatalmente una storia come quella che raccontiamo. Il disagio mentale viene vissuto all'epoca dei fatti come una colpa da nascondere e da espiare. Il microcosmo intorno ne risente, c'è un isolamento totale da parte della società verso i destini di padre e figlia e nasce uno scandalo molto forte all'interno del quale i due non trovano comprensione in nessuno».

Come avrebbe reagito se si fosse trovato nei panni del suo personaggio?

«Se ne avessi avuto la forza immagino che avrei fatto come lui. Michele è un uomo capace di trovare una forza e una ragione di vita una volta che la tragedia gli si abbatte addosso. Quello di padre, come ho ripetuto, è un mestiere difficile, quasi impossibile. E anche il mio personaggio è in realtà tutt'altro che un padre perfetto, è responsabile di alcune cose che succedono».

Come vede da parte sua il ruolo di genitore?

«Credo che sia un ruolo al limite dell'impossibile, qualunque cosa si faccia, si sbaglia sempre. La famiglia non è mai un luogo ideale, ma va ricreata ogni giorno. E' un luogo importante, ma non può essere l'unico in cui i figli crescono, come invece tendiamo a fare in Italia, perchè poi si rischia di creare guai enormi».

Crede si tratti di un film insolito per il lavoro di Avati?

«L'elemento di novià per il cinema di Avati è forse nel tono cupo di tragedia e di preoccupazione costante che ti ispirano le piccole anime che lui così magistralmente racconta. Non è solo la famiglia la protagonista della storia, ma anche i personaggi dei vicini, di Ezio Greggio e di sua moglie, Serena Grandi».

Cosa è importante per Lei come attore?

«Per un attore la cosa più bella e confortante è sentirsi un elemento fondamentale per la vita del film o addirittura essere lui stesso tutto il film, sentirsi centrale e importante. Questo è un grande merito di Pupi e di suo fratello, come lo è la loro costante autoironia, feroce e, alle volte, perfino disarmante. Sul set sembravano tutti davvero una grande famiglia bolognese dell'epoca».

Come si è trovato a lavorare con Alba Rohrwacher, nel film sua figlia Giovanna?

«Ho il piccolo orgoglio di essere stato io a proporla ad Avati. Sarà una sicura protagonista del cinema dei prossimi anni. E' dotata di un grande talento, un'immensa sensibilità e di una scaltrezza inconsueta per una ragazza così giovane. Ha inoltre una capacità naturale di adattarsi alle situazioni e di posizionarsi, di captare l'umore del set ed essere una presenza discreta e autorevole insieme».

Cosa pensa invece di Francesca Neri, che recita il ruolo di sua moglie?

«Con Francesca avevo già recitato 15 anni fa in "Sud" di Gabriele Salvatores, ma c'eravamo conosciuti poco. Siamo stati poi entrambi nel cast di "La mia generazione" di Wilma Labate, ma non eravamo mai in scena insieme. Sul set l'ho trovata maturata e serena, non ha mai fatto capricci. E' stata sempre a disposizione della storia confermandosi una compagna di lavoro ideale. E' oggi forse un po' troppo disincantata rispetto al suo mestiere di attrice che intende centellinare dedicandosi anche alla produzione. E' di un pianeta dalla bellezza lunare, dalla lontananza meravigliosa, sul quale è difficile atterrare. Una diva di altri tempi: impossibile capire quello che le passa per la testa».

Come si è comportanto Ezio Greggio sul set?

«E' stato molto presente e disciplinato sul set, molto impegnato. Abbiamo concentrato le nostre scene nella prima fase della lavorazione a causa di altri suoi impegni da far conciliare. Non ha mai fatto il divo e non mi è sembrato affatto un uomo viziato dal successo televisivo. Era disponibile e umile, si metteva in gioco, cercava di capire cosa doveva essere questo nuovo mestiere di attore drammatico che gli si richiedeva. Il suo personaggio del resto parte come un tipico bello degli anni '50 che gioca a fare il simpatico, ma poi avrà un'evoluzione molto tragica».

Questo film rimanda anche a tragedie familiari contemporanee, di cui si parla molto nelle cronache italiane...

«Nel film si offre una riflessione in genere sulla famiglia, il luogo dove sembra si debba risolvere un po' la vita di tutti noi, l'istituzione chiamata a coprire i vuoti della vita civile in Italia. Oggi però ci si occupa solo di morbosi dettagli di cronaca chiudendo la porta a ciò che accade dopo. Il film esplora invece quello che di solito rimane nell'ombra».