A modo mio

Pavese, amico fragile

di Luigi Troiani

 

Se non avesse avuto la dannata idea di eccedere in sonniferi, quella sua ultima notte del 1950, per farla finita con le delusioni della vita intima, e se la tempra contadina lo avesse assistito, martedì lo scrittore e poeta Cesare Pavese compirebbe cent'anni. Venne al mondo, come disse in "Lavorare stanca", "tra dure colline", tra i rudi uomini delle Langhe, a Santo Stefano Belbo. Ricevette in dote radici contadine, antiche e solide, ma si rovinò con la città e l'eleganza inebriante delle donne: bevve quello stile di vita ("...La vita va vissuta lontano dal paese", citazione da "I mari del sud") sino a morirne.  Era preparato, ironico, intelligente; della parola e del verso riusciva a fare quello che voleva. Si perse dietro l'attrice americana Constance Bowling, alla quale, nel marzo 1950 scrisse la poesia "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", dolorosa e consapevole.

      Sono in molti, giustamente, a ricordarlo adesso che è centenario. Al Festivalletteratura di Mantova, vanno in onda un reading collettivo di poeti, una lezione sul romanzo "La casa in collina", lo spettacolo "Non fate troppi pettegolezzi" (citazione della frase lasciata in mortem). Martedì, alla Braidense di Milano si è inaugurato "Omaggio a Cesare Pavese nel centenario della nascita", con un forte accento sul rapporto con l'America. Dopodomani le poste italiane emettono un francobollo commemorativo, che nel dentello riporta il ritratto dello scrittore dentro una porzione del manoscritto della poesia "Hai un sangue, un respiro". A Bruxelles il Palais des Beaux-Arts, in collaborazione con l'Istituto italiano di cultura, presenta a marzo "Mania di solitudine", una serata su Pavese co-prodotta da Behoud de Begeerte, tornando sull'autore anche nella serata che lo stesso mese dedica all'editore Einaudi.

      È che da Pavese non ci si libera facilmente, e questo è vero soprattutto per le persone che hanno convissuto con l'Italia a cavallo della seconda guerra, con le vicende legate al fascismo e alla guerra partigiana, l'avvio dell'industrializzazione e dell'inurbamento nell'Italia "americana", il rinascere della cultura nazionale nel cinema e nella letteratura, i traumi tuttora non cicatrizzati degli interminabili anni '40. I giovani e i ragazzi d'oggi non lo leggono molto: lo trovano troppo pensoso, quasi sentenzioso, persino triste. Stanno alla larga dalle storie che racconta perché vanno in profondità, e da uno stile troppo classico per risultare di facile digeribilità a chi ritiene dialogo i messaggini dei cellulari e i codici di Messenger. C'è anche che lo scrittore parla di un mondo estintosi nei decenni televisivi, di tipi d'uomini e donne arcaici, distanti dagli stereotipi che agitano cuore e mente dei nostri ragazzi. E che chiede al lettore concentrazione, uno stato della mente che l'invasione dell'immagine tende a scoraggiare nelle più giovani generazioni.

      Eppure Pavese è stato anche modernità. Per questo si legò all'America,  che pure non amò sempre con coerenza. Eccellente studente di letteratura inglese, laureato a ventidue anni con tesi su Walt Whitman, tradusse Moby Dick di Melville e Riso nero di Sherwood Anderson. Fu moderno anche nell'approccio esigente al lavoro, quando in Einaudi torturava, con critiche puntuali, i collaboratori dell'editing. Natalia Ginzburg lo ha descritto come "attivo, irritante e febbricitante, ostinatamente occupato e al tempo stesso pigro, con una tendenza a non far niente e a sognare". Quando si dicono le contraddizioni degli artisti! Fu forte ma fragile, un po' perso sotto i riflettori della bella gente di società che decide il successo, talvolta l'esistenza stessa dei suoi "bardi".