Libri

L'inferno dell'anima. Dacia Maraini, «Il treno dell'ultima notte»

di Franco Borrelli

In viaggio, a ritroso nel tempo, attraverso il buio del secolo, l'orrore della guerra e dei campi di concentramento; testimoni anche - come se non bastasse - della tragedia ungherese del '56; sipario definitivo, crudele e impietoso sui miti del XX secolo, il nazismo e il comunismo; un "de profundis" che inquieta ancor oggi, che sorprende, lascia ammutoliti e increduli: com'è stato mai possibile che gli uomini riuscissero ad essere così diabolicamente poco... umani, accanendosi gli uni contro gli altri in un modo sconosciuto persino alle belve? E' questo, assai in sintesi, «Il treno dell'ultima notte» di Dacia Maraini, sorta di romanzo storico dalla costruzione e dal sapore d'altri tempi, coraggioso, perché sanguinanti sono ancor oggi le ferite, e assai dolorose.

Amara, giovane giornalista fiorentina, con un matrimonio sulla via della fine ma ancora "in corso", decide di intraprendere un viaggio attraverso l'Europa del dopoguerra, verso Auschwitz-Birkenau, Dachau, il ghetto polacco di Lodz, alla disperata ricerca del "suo" Emanuele, adolescente ebreo con il quale ha vissuto esperienze indimenticabili in una Toscana ove cominciavano già ad addensarsi minacciose le nubi belliche e per il quale ha avuto la sua prima "cotta" giovanile, fatta di attese, di innocenze e di sogni, ma ancor oggi viva e palpitante nella sua memoria di donna determinata, matura e libera nello spirito. Un albero di ciliege, piedi sudati e scorticature alle ginocchia restano tra i suoi ricordi più vivi. E poi il lacerante distacco, il trasferirsi di lui e della sua famiglia a Vienna, nell'incuranza di quanto stava per abbattersi su chiunque fosse, come loro, ebreo.

Di lui, del suo sorriso e dei suoi sguardi di primo amore non restano che alcune drammatiche lettere, quasi un diario "alla Anna Frank", nascoste nella fessura di un muro all'arrivo dei nazisti che andavano a rastrellarli per il fatale ultimo viaggio verso i famigerati campi e le camere a gas.

Sarà mai riuscito, questo suo Emanuele, a scampare alla morte? Un filo di speranza c'è (il cuore ha leggi che non sempre si riescono a comprendere), mancano le prove e i documenti della sua uccisione, e cercarlo sembra essere la cosa più logica e razionale in un'Europa tuttavia alle prese con la follia, fatta di confini, paure e divieti. E, se fosse ancora in vita, come e dove sarebbe? Se lo trovi o meno, se con lui si riconcilii la giovane o meno, se fra i due possa o meno rinascere e rinfocolarsi l'antica adolescenziale fiamma, lo lasciamo - come in un giallo che si rispetti - al lettore da scoprire e verificare.

Con la protagonista andiamo così, ma molto lentamente perché i treni sono improvvisamente e continuamente costretti a fermarsi per controlli e verifiche di passaporti, da una Vienna postbellica a una Polonia ancora ferita e dolorante, a una Budapest dove, per puro caso, si diventa testimoni della repressione coi carri armati della ribellione popolare libertaria e democratica, soffocata senza pietà nel sangue e con una restaurazione di sapore stalinista malgrado gli spiragli alla Kruscev.

Prendiamo così pure noi coscienza del calvario dei poveretti strappati a case ed affetti e decimati senza requie nei famigerati campi, ci ritroviamo tra i sopravvissutti che sembrano più morti dei morti, fantasmi di un sé ormai lontano e dimenticato, aggrappati come sono - senza coscienza e lucida ragione - a una larva di vita, vittime della pazzia e della paranoia, anime viventi sì, ma di un genere e di una condizione indefinibili. Se questo è vivere, allora meglio sarebbe stato finire definitivamente rantolanti fra le ombre e i gas della camere della morte.

Se ne renderà conto la stessa protagonista che, da questo suo infernale andare tornerà con più dubbi e risposte mancanti che non certezze. Vite dilaniate, anche la sua, da realtà e avvenimenti brutali e incomprensibili, anche a distanza di tanti anni. Un'avventura che ha segnato il secolo passato nella maniera più nera possibile e immaginabile, e che tuttora torna terrificante a far tremare e ad aggiungere nuovi silenzi a quelli antichi e sanguinolenti.

Con questa Maraini ripercorriamo così, sulla falsariga di una storia sentimentale come raramente ci è concesso nella nostra letteratura, i destini del '900, un secolo buio da bolgia dantesca la più profonda, uno scendere nell'abisso catastrofico di una coscienza collettiva ov'è assai difficile trovare qualcosa che possa dirsi umano. E' ancora possibile, malgrado tutto ciò, pensare a un mondo diverso e finalmente libero, fatto di giustizia e di rispetto? Speranze e dubbi restano; il tutto reso trasparente da un narrare accorato e coinvolgente, che non ha paura a scoprire e a svelare, e che lascia nel cuore, di quella terrificante orribile notte della ragione, più di qualche ombra e tanta paura.

«Il treno dell'ultima notte»,

di Dacia Maraini,

pp. 430, Rizzoli, Milano, 2008,

Euro 21,00